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I’m: l’esperienza della guerra e il cuore spezzato di Kokoschka in un corto d’animazione

Tra i più grandi artisti del Novecento, Oskar Kokoschka fu uno dei molti nomi eccellenti, che oggi ritroviamo sui libri di storia dell’arte, a essere stati segnati in modo indelebile dalla Grande Guerra (un tema al quale Ifix edizioni dedicò un bel libro a fumetti un paio di anni fa: scritto da Ariel Macchi e disegnato da Cecilia Valagussa, raccontava le storie degli anni bellici di personaggi come Umberto Boccioni, Franz Marc, August Macke e Henri Gaudier-Brzeska).

Nato nella bassa Austria, quando arrivò a Vienna Kokoschka sconvolse il conformismo dell’ambiente culturale e artistico della città, dove le sue opere — di pittura come di drammaturgia — vennero accolte piuttosto male. I critici lo chiamavano “il selvaggio”, l’arciduca Francesco Ferdinando, dopo aver visto una sua mostra, disse pubblicamente che avrebbe voluto spezzare tutte le ossa del corpo dell’artista e, al coro dei detrattori, si unirono, anni dopo, pure i due più grandi criminali partoriti dall’Europa: Hitler, che fu ben felice di vederlo nella celebre Mostra d’arte degenerata organizzata nel ’37 a Monaco di Baviera dai nazisti, e Mussolini, che considerava i suoi quadri come delle pozzanghere di fango (ride bene chi ride ultimo: sappiamo la fine che hanno fatto Francesco Ferdinando, Hitler e Mussolini; Kokoschka morì nel 1980 a quasi 94 anni di età).

Dopo Vienna, l’artista si spostò a Berlino, che invece lo accolse in maniera assai più favorevole. Fu lì che incontrò Alma Mahler, vedova del grande compositore e musa ispiratrice di una nutrita schiera di innamorati, tra cui “quel” Walter Gropius che nel 1919 fondò il Bauhaus.
La relazione tra Kokoschka e Mahler fu a dir poco burrascosa. Lui le dedicò numerose opere, lei declinò ogni sua proposta di matrimonio e del loro rapporto disse: «i tre anni con lui sono stati un’unica, intensa battaglia d’amore. Mai prima d’ora ho assaggiato così tanta varietà, così tanto inferno, così tanto paradiso».

Più che geloso, l’artista austriaco era ossessionato da lei. Le cronache narrano di come lui tenesse sempre con sé una pezza di cotone imbevuta del sangue di una delle due gravidanze finite male che entrambi vissero durante la relazione.
Quando la storia finì, Kokoschka ne fu talmente sconvolto da arruolarsi come volontario nella Prima Guerra Mondiale. Durante il conflitto venne ferito due volte, prima in Ucraina, dove ricevette un proiettile in testa, e poi in Russia, dove una baionetta gli trafisse il petto.
Il pittore sopravvisse a entrambi gli incidenti, che gli lasciarono potenti visioni e tristi ricordi.

Questa allucinante “parentesi” della guerra nella vita di Kokoschka è stata splendidamente raccontata — o, per meglio dire, liberamente rappresentata — dall’artista dell’animazione Elizabeth Hobbs nel suo cortometraggio intitolato I’m OK.
Ispirandosi alle stesse opere del pittore e improvvisando a partire da disegni, stampe e diari dell’artista (chi conosce Kokoschka sarà felice di riconoscere alcuni dei suoi capolavori tra i fotogrammi, uno su tutti: La sposa del vento), Hobbs ha cercato di esplorare — come lei stessa ha spiegato — «le ferite causate dal cuore spezzato e dal trauma dell’essere ferito in guerra».

Selezionato come “Miglior cortometraggio animato” durante l’edizione 2019 dei prestigiosti premi BAFTA, il filmato ha girato in tutti i principali festival mondiali e lo scorso maggio è stato inserito tra gli Staff Picks di Vimeo.

Piccola curiosità su Kokoschka: alla fine fu congedato perché mentalmente instabile e, al termine della guerra, ancora ossessionato da Alma Mahler, ne fece costruire un’inquietante bambola a dimensioni naturali con le sue fattezze.

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