Emanuele Magini: il designer è un bambino che gioca

È ormai consolidato un filone del design che concepisce gli oggetti come portatori di messaggi. Per gli appartenenti a questo gruppo, il prodotto è prima di tutto un medium comunicativo e solo dopo portatore di valori funzionali ed estetici. Questa tipologia di designer comunicatori, pur lavorando nello stesso ambito, hanno però approcci al progetto molto differenti, a volte addirittura in antitesi tra loro. Ad esempio c’è chi è divulgatore di messaggi complessi ed articolati in cui è quasi sempre necessaria una spiegazione per arrivare a decifrarne il significato: come avviene ad esempio con i lavori dello studio Formafantasma e Dunne & Raby. Oppure esistono designer che rendono evidente il messaggio solo attraverso l’interazione con l’utente. Ad esempio capiamo il significato della lampada Memoria (Studio Joe Velluto) solo dopo averla utilizzata, guardando il numero delle accensioni che compaiono nel display, memoria della lampada. Anche molti lavori di Paolo Ulian e Matteo Ragni seguono la stessa dinamica.

Emanuele Magini propone invece oggetti portatori di messaggi veloci, immediati, facilmente comprensibili, senza il bisogno di altri medium (come cataloghi o testi critici) e senza che sia per forza necessaria una interazione da parte dell’utente. Tutto deve avere la stessa rapidità di un tweet o di uno scroll su Instagram. Magini è un ottimo conoscitore dei processi semiotici, la sua figura è a metà tra un designer industriale e uno specialista della comunicazione. La sua poetica pesca dal già vissuto di tutti noi e fa spesso riferimento ai ricordi dell’infanzia, quando avevamo un rapporto immaginario e disincantato con le cose. Lancia messaggi semplici e mai ambigui, non ama la comunicazione speculativa: il senso dell’opera deve essere sotto il controllo del designer che non deve progettarne solo la forma, ma soprattutto quello che deve dire.


Sedia “Lazy Basketball”, produzione Campeggi, 2013.

Ti sei laureato con una tesi sulla “semiotica delle vacanze”.

Sì, esatto, all’epoca avrei voluto diventare il nuovo Umberto Eco del design. La vacanza è una dimensione parallela, una forma di mancanza di realtà: credo che sia la vera essenza della poesia. Se un oggetto riesce a farti fare un salto, a darti una micro-sorpresa, a portarti per un attimo in una dimensione “altra”, ecco che ha fatto gol, questo è in fondo il mio obiettivo. Vorrei indagare una realtà meno ordinaria rispetto al quotidiano: far riflettere ma con il sorriso, con il divertimento.

Quindi oggetti che cercano la dimensione divertita e sognante della vacanza?

È così. Ogni oggetto dice cose diverse, ma mi sono accorto che il mio messaggio di fondo è sempre lo stesso: “guarda il mondo con occhi differenti”.

Seduta con sistema di amplificazione audio “iPouf”, produzione Campeggi, 2012.

E la funzione sembra essere marginale rispetto al bisogno di comunicare messaggi.

Esatto, ma capiamoci, cos’è “la funzione”? La sedia non è stata fatta per riposarsi o rilassarsi, molto probabilmente le prime sedie sono state realizzate dagli egiziani e dovevano essere il simbolo del potere, quello che noi oggi chiamiamo “trono”. La funzione è una questione culturale, non esiste in assoluto. Siamo noi che abbiamo deciso negli anni di doverci sedere su delle sedie. Per quello ho deciso di non prendere la funzione troppo sul serio, per quello ho deciso di giocarci. Produco oggetti che funzionano, facili da utilizzare, ma il mio fine non è produrre oggetti funzionali, è altro.

In quel “altro” c’è anche il bisogno di un ritorno all’infantile, alle fantasie che un tempo avevamo tutti, quelle che probabilmente sono andate perse nell’età adulta.

Assolutamente. L’infanzia è per me l’età dell’oro. I designer sono dei bambini che non possono più giocare come da piccoli e allora continuano a giocare con qualcos’altro.

Ad esempio nel progetto Prima del primo hai trasformato il piatto in cui si mangia in un gioco per passare il tempo.

Esatto. Nella mia famiglia non è mai stato tollerato che ci si alzi dal tavolo prima che si sia finito di mangiare. Eppure la tavola è un luogo in cui gli adulti parlano di cose di cui ai bambini non interessa nulla. Durante questi momenti vedevo il mio cuginetto che giocava con il pane e gli oggetti che aveva attorno. Si estraniava completamente. Ho quindi pensato ad un piatto che diventasse per lui un gioco.

Piatto “Prima del primo”, 2010

Per rimanere nell’infanzia, il divano Sosia mi fa tornare alla mente quando da bambino utilizzavo le poltrone e i cuscini per farmi la “mia casetta”.

Proprio così, questo progetto nasce pensando all’esigenza che si aveva da da bambini di costruire il proprio luogo, il rifugio isolato dal resto del mondo. In questo prodotto ci sono i temi che mi sono più cari: l’innovazione tecnologica, il gioco e il ritorno all’infanzia. Due poltrone che si legano assieme non erano mai state create prima. Il mantello è fatto di un materiale altamente performativo, facilmente modellabile ed elastico. Insomma è stato fatto per gli adulti, ma cercando di scavare nella fantasia di un bambino.

Divano lettino poltrone “Sosia”, produzione Campeggi, 2011.

Sei un designer che utilizza spesso la speculazione, eppure nonostante ciò i tuoi oggetti non hanno bisogno di una spiegazione, cerchi di farti capire subito, il tuo messaggio deve essere veloce.

Non sopporto il simbolismo, quelli che ti dicono «quella cosa sta lì, perché simboleggia questo». Trovo assurdo dover avere il libretto delle istruzioni per capire una sedia. Quella, per me, è fuffa, e spesso serve a giustificare un prezzo molto più alto. Il design deve costare il meno possibile ed essere autoesplicativo, si deve raccontare da sé. Se devo dire una cosa la devo dire chiaramente.
Ci sono designer che sono diventati essi stessi l’oggetto del disegno, fanno dei racconti di loro stessi. Creano messaggi che rimangono nell’autoreferenzialità. Non condivido questa posizione, anzi la trovo assolutamente negativa.

Sedia “Lazy Football”, produzione Campeggi, 2012.
«Da piccolo, visto che la mia passione per il calcio non aveva piena soddisfazione ai giardini pubblici […], tornato a casa continuavo a giocare, con grande gioia di mia mamma».

Il nome che dai ai tuoi progetti lo utilizzi spesso come chiave per decifrare il messaggio che vuoi dare.

Proprio così. Il nome nasce con il progetto e fa già parte dell’oggetto sin dall’inizio. Il mio messaggio non deve essere ambiguo. Per questo motivo il nome del progetto è importante, mi aiuta a chiarire meglio quello che voglio dire.

Letto “Latin Lover”, 2010.

Un esempio è il nome per il letto Latin Lover.

Qui a Milano, durante il periodo universitario c’era un mio coinquilino che segnava sul muro le sue conquiste amorose. Ed è nata così, un pallottoliere sulla testata per tenere il conto delle conquiste.

Come abbiamo detto il tuo modo di progettare è l’espressione di un pensiero, questo comporta un certo distacco verso la ricerca estetizzante.

Noto che il mondo dell’arredo sta prendendo la strada della moda e dell’estetica perché tutto deve essere veloce, facilmente fruibile, non si può perdere tempo per capire o approfondire. Quando l’industria vuole un progetto esteticamente bello, ti chiede in sostanza una obsolescenza del messaggio, elimina o appiattisce la riflessione per puntare alla pancia, all’effetto wow. Così colpisce velocemente lo spettatore. Meglio quindi se il messaggio del prodotto è debole o non ci sia proprio, così da non creare troppi legami e essere intenzionati a sostituire quegli oggetti velocemente. È il classico processo di gadgettizzazione.

Seduta “Siesta”, produzione Campeggi, 2011.

Hai paura che i tuoi oggetti diventino gadget?

Sì, assolutamente, ho molta paura che lo diventino: a volte lo trovo quasi un processo inevitabile nella dimensione in cui il mercato chiede di produrre in continuazione.
Durante gli ultimi saloni mi sono domandato se tutto questo ottone che vedo in giro è design o è merce. Vedo poi un approccio consumistico anche nei confronti del linguaggio, la volontà di utilizzare forme espressive usa e getta perché così richiede il mercato.

Dai la responsabilità al consumismo?

Chi appartiene al mondo del design pensa che venga prima il progetto, ma nella realtà, nella vita vera, viene sempre prima il business. Questo ritorno all’antico e a materiali storici avviene non perché ci siano dietro chissà quali teorie progettuali, ma perché semplicemente, vende. IKEA sta cominciando a scimmiottare questo stile anche se non centra nulla con la sua storia: perché lo fa? Perché vende. Vedrai che quando tutto finirà, e succederà velocemente, si passerà subito ad un altro linguaggio, facile e rassicurante, per poi passare ad un’altro e un’altro ancora. Creare una moda per poi farla morire velocemente segue la classica logica del consumismo.

Chaise lounge “Blow”, produzione Gufram, 2015.
«Potrebbe essere la chaise lounge pop del vostro strizzacervelli situazionista. Forse potrebbe anche funzionare per farvi superare la paura dell’acqua».

Che rapporto hai con la critica del design?

“La critica”? Ma chi è che fa critica del design oggi? Mi sembra che ormai si faccia solo promozione.

E secondo te da cosa dipende?

La critica è morta e credo dipenda molto dall’attuale campagna di demolizione delle élite. Non va più di moda avere una competenza e, attraverso quella, esprimere una posizione: soprattutto se quella posizione può essere divisiva. In un mondo i cui siamo tutti competenti nessuno ha il diritto di esserlo veramente, anzi vieni additato come “professorone”. E questo lo è ancora di più su terreni scivolosi come quelli che riguardano i linguaggi e quindi anche il mondo del design.

E credi che questo sia un problema?

Boh, a volte mi domando: ma tutta questa energia, non è forse sprecata per un tavolino? Quanto incide un designer nella società? Quanto è pregnante il design oggi? Non lo so, credo poco.

Beh, grazie Emanuele, diciamo che con queste parole di speranza possiamo concludere. ;-)

Perché?! Credi che sia stato troppo negativo?

Sedia “Osforth”, produzione JCP, 2016.
Lampada da terra “Multilamp”, produzione Seletti, 2014.
L’obbiettivo è portare nel proprio salotto i fari dello stadio, il calcio è una vera passione per Emanuele Magini.
Calorifero in rame “Willy”, 2010.
(Progetto vincitore del concorso “Il rame e la casa”, 2010.)