Frizzifrizzi è in vacanza fino a inizio settembre.

Drengexplosion, un webcomic ipertestuale di Michele Bruttomesso

Ogni tanto mi chiamano nelle scuole a parlare di Frizzifrizzi. Visto che mi annoio a dire sempre le stesse cose e che lo scopo, dopotutto, non è quello di fare pubblicità al progetto ma di usarlo come esempio dal quale trarre qualche lezione (da seguire ma anche da non seguire) utile agli studenti, nell’ultimo anno ho portato un po’ in giro una presentazione che ruota interamente attorno al concetto di link.

Oggi ogni sito cerca di tenerti il più possibile dentro. Di rinchiuderti nella scatola. Soprattutto dagli smartphone, la maggior parte di noi sta in appena due o tre “ambienti” — i principali social network — e praticamente vive lì dentro, leggendo cose, scrivendo cose, pubblicando cose, spiando, discutendo, insultando.
Nell’internet col quale sono cresciuto io [immaginatemi con la voce di nonno Simpson che ricorda i bei tempi andati, quando andava di moda portare una cipolla legata alla cintura], invece, il più grande dono che chi aveva un sito poteva fare ai lettori era riempirlo di link, cioè porte per uscire, per andare da qualche altra parte, dove chissà cos’altro si sarebbe trovato, quali altri link, altre porte, altri posti da visitare.

Michele Bruttomesso, “Drengexplosion”, 2019 (fonte: michelebruttomesso.com)
Michele Bruttomesso, “Drengexplosion”, 2019 (fonte: michelebruttomesso.com)
Michele Bruttomesso, “Drengexplosion”, 2019 (fonte: michelebruttomesso.com)

Il link — che esiste fin da quando esiste l’ipertesto, e che ormai diamo per scontato — è la vera essenza del web. Proprio per questo credo che chi scriva, disegni o filmi storie per la rete che non hanno link non sfrutti davvero il mezzo che ha a disposizione. È come usare una videocamera per riprendere l’immagine fissa di un paesaggio: può essere interessante, certo, ma quell’affare registra il tempo e invece lo stai usando per fare, fondamentalmente, una foto.

Come hanno dimostrato la letteratura combinatoria e le storie a bivi (dai libri-game a Topolino) non serve per forza internet per narrare ipertestualmente, ma la rete è già costruita così, quindi perché non usarla di più anche per questo?
È esattamente quello che ha pensato Michele Bruttomesso, illustratore e fumettista vicentino che ha recentemente messo online un webcomic intitolato Drengexplosion.

Michele Bruttomesso, “Drengexplosion”, 2019 (fonte: michelebruttomesso.com)
Michele Bruttomesso, “Drengexplosion”, 2019 (fonte: michelebruttomesso.com)

«L’idea di fare un webcomic che sfruttasse narrativamente i link ipertestuali mi girava in testa da un po’. Credo che nel campo del fumetto digitale finora si sia sperimentato poco. Spesso leggere un webcomic significa semplicemente scorrere una serie di jpeg, mentre a me interessava sviluppare qualcosa che fosse peculiare rispetto a questo medium», mi ha raccontato Michele, che è del 1991, vive e lavora a Treviso, fa parte del collettivo Super Squalo Terrore e collabora con il Treviso Comic Book Festival [cliccateli ‘sti link, andate via da qua, girate, scoprite e poi sì, magari tornate].

Drengexplosion è una storia fatta di storie — tre, per la precisione — che si intrecciano e sovrappongono, così come si intrecciano e sovrappongono gli eventi della vita reale.
Attraverso i link si passa dall’una all’altra, e intanto quella che si è lasciati indietro va avanti.

Michele Bruttomesso, “Drengexplosion”, 2019 (fonte: michelebruttomesso.com)
Michele Bruttomesso, “Drengexplosion”, 2019 (fonte: michelebruttomesso.com)

A dare il la alla narrazione è il disco di una band immaginaria, quella che dà il nome al webcomic, ma che può essere benissimo un gruppo reale, il gruppo che ti ha segnato la vita: magari per qualcuno sono i Nirvana, per altri i Sonic Youth o gli Oasis …

«Ho provato a metterci dentro tutto quello che amo», spiega Michele. «La narrazione breve, i dischi degli anni ’90, il giornalismo musicale, Alta Fedeltà di Hornby, ma anche ciò che più mi piace disegnare o creare, per questo in tutte le storie ci sono delle GIF animate».
Il risultato — lo dice uno che si è molto riconosciuto in almeno un paio dei racconti — è davvero ottimo.

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