I social network ci hanno reso sempre più degli “animali autobiografici”. Ci fotografiamo, costantemente e compulsivamente; fotografiamo ciò che facciamo, mostriamo ciò che leggiamo, ciò che mangiamo, dove andiamo; ci filmiamo intenti a cantare e ballare; esterniamo ciò che pensiamo; non esitiamo un solo istante nel tirar fuori qualsiasi cosa ci passi per la testa: critiche, dichiarazioni, lamentele, quel che ci piace e soprattutto quel che non ci piace.

Siamo animali autobiografici ma in realtà c’è qualcuno — o, più precisamente, qualcosa, che probabilmente ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi. Quel qualcosa sono le macchine, i software e gli algoritmi che costantemente raccolgono e analizzano tutte le informazioni che, più o meno coscientemente forniamo loro.

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

In questi giorni è uscita una grafica molto illuminante, realizzata dalla fondazione polacca Panoptykon, che si occupa di studiare e offrire spunti critici rispetto alla cosiddetta “società della sorveglianza e del controllo” in cui ci troviamo, nolenti o volenti, immersi.

Pubblicata dalla rivista online Quartz, la grafica mostra come la nostra identità digitale sia formata da tre livelli, dei quali siamo capaci di controllarne soltanto uno, il primo, e cioè le informazioni che forniamo e le azioni che compiamo in rete. Il secondo livello rappresenta ciò che le macchine imparano dai dati che forniamo, e il terzo, infine, ciò che le macchine pensano di noi, ovvero le cose che possono dedurre incrociando i nostri dati con quelli di tutti gli altri: il nostro quoziente d’intelligenza, quanto guadagniamo, se siamo disoccupati o stiamo cercando lavoro, che idee politiche e religiose abbiamo, quali sono le nostre preferenze sessuali, quali i nostri pattern d’acquisto.

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Pattern, qui è la parola chiave. Chiunque di noi agisce seguendo e disegnando degli schemi comportamentali dei quali difficilmente ci rendiamo conto, soprattutto perché ci siamo dentro. La macchina ha il privilegio dello sguardo esterno. Si affaccia dall’alto sulla massa inimmaginabilmente grande dei dati che raccoglie e vede il disegno, il quadro generale. È una questione di ritmo, come nella musica. Se conosci il ritmo puoi prevedere ciò che succederà dopo: dove andrò a mangiare il sabato sera, cosa potrei probabilmente ordinare, che tipo di birra, cosa potrei voler guardare su Netflix, che libro potrebbe stuzzicarmi se me lo pubblicizzi su Amazon, cosa mi aspetto di trovare facendo una ricerca su Google, quale canzone sarò felice di ascoltare dopo quella che sto canticchiando adesso, quante possibilità avrò di ammalarmi, dove potrei organizzare la mia prossima vacanza, se voterò alle prossime elezioni, chi voterò.

Gli schemi, i pattern: più precisi di un ritratto, più efficaci di una seduta dal cartomante. Ma, se ritratti effettivamente sono, questo significa che con i dati possiamo farci anche degli auto-ritratti — dei data selfies —, come hanno dimostrato Giorgia Lupi e Stefanie Posavec col loro ormai famosissimo progetto Dear Data, che ha avuto riconoscimenti urbi et orbi, è diventato un libro, poi un diario e ora anche una serie di timbri, realizzati da Lupi per Corraini.

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

«Un codice per registrare in modo creativo le nostre giornate e “fotografare” i pattern della vita quotidiana», dice il comunicato che accompagna l’uscita del set, che è intitolato proprio Data Selfies e raccoglie 30 timbri per altrettanti simboli.

L’aspetto davvero interessante è che nessuno dei simboli ha una funzione già stabilita. Ciascuno può scegliere per cosa usarli, le possibilità sono aperte. Una piccola guida spiega come utilizzarli ma poi si è liberi di collezionare i propri dati trasformando abitudini e comportamenti in opere astratte, in pattern che di sicuro le macchine conoscono già, ma almeno questi ci siamo divertiti a trovarli e rappresentarli da soli.

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Giorgia Lupi, “Data Selfies”, Corraini Edizioni, novembre 2018
(courtesy: Corraini)

Data Selfies: i timbri di Giorgia Lupi per farci “autoritratti” con i pattern disegnati dalle nostre abitudini