C’è un fazzoletto di terra, sulle rive del Danubio al confine tra la Serbia e la Croazia, che nessuna delle due nazioni ha rivendicato. Si tratta di un territorio di appena 7 km², ed è ciò che nel diritto internazionale viene definita terra nullius, terra di nessuno. È lì che il 13 aprile 2015 l’attivista ceco Vít Jedlička, insieme a due compagni, ha fondato la Libera Repubblica di Liberland.

Al motto di To live and let live, Liberland è una piccola utopia anarco-capitalista in cui — secondo Jedlička, che si è auto-dichiarato presidente — le tasse sarebbero su base volontaria, le droghe libere, come pure le armi, con lo stato sostanzialmente fuori dalla vita dei suoi cittadini.

In realtà Liberland, nonostante abbia un sito, un governo, rappresentanti in decine di paesi, ormai quasi mezzo milione di richieste di cittadinanza da tutto il mondo e addirittura una brochure rivolta a potenziali investitori, per ora non ha ufficialmente abitanti, né case, e il presidente Jedlička non vive lì.
È quel che si dice una micronazione, entità che si dichiarano stati, repubbliche, principati o regni con intenti politici, economici, dimostrativi e talvolta persino artistici.

Di micronazioni ne sono nate tante nel corso degli ultimi due secoli, e altrettante continuano a spuntarne fuori, per poi solitamente sparire nel corso di pochi anni. C’è un bel libro — uscito un paio di anni fa per i tipi di Quodlibet — che ne racconta le storie, alcune delle quali molto affascinanti. Si chiama Atlante delle micronazioni e l’autore è il giornalista, scrittore e critico teatrale Graziano Graziani.

Nel saggio si parla anche di Liberland, e proprio mentre stavo finendo di leggerlo, per quei casi della vita che hanno un vago sapore di magia, lo scorso giugno mi contattò un giovane designer, Alessandro Casciaro, studente all’ISIA di Urbino. Ad appena 22 anni Alessandro stava lavorando a un progetto ambiziosissimo: creare l’immagine coordinata di Liberland, e voleva sapere se fossi interessato a parlarne su Frizzifrizzi.

Ci sentimmo per tutta l’estate. Lui, lavorando a tempo di record, mi mandava via via gli aggiornamenti su quella che sarebbe diventata la sua tesi di laurea. A fine settembre ci siamo incontrati, lui mi ha consegnato una copia della tesi, intitolata National Branding: Liberland e ne ho approfittato per intervistarlo.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

* * *

Perché hai deciso di metterti a lavorare su un progetto del genere?

Tutto è cominciato attraverso l’ISIA. Avevo un esame di progettazione grafica in cui si doveva sviluppare l’immagine coordinata del concetto di identità. A quel punto ho pensato: «come lavorerei se dovessi creare dal nulla un desiderio nazionale?».
All’epoca già conoscevo Liberland, perché avevo letto alcuni articoli a riguardo. Ho cominciato a buttar giù le prime bozze attorno a gennaio/febbraio, a marzo ho svolto l’esame e subito dopo ho provato a mandare la tesina a quelli di Liberland.

E cosa ti hanno risposto?

Qualcosa del tipo «ciao, non è che ti andrebbe di coordinare l’immagine per il nostro secondo anniversario?».
Fui molto stupito, perché mandai la mail senza troppe speranze che la leggessero davvero. E invece mi coinvolsero subito. Tra l’altro a rispondermi fu la responsabile IT di Liberland, che aveva studiato a Bologna.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Che tipo di lavoro hai fatto, in quell’occasione?

Ben poco, visto che ci siamo sentiti a marzo, l’anniversario sarebbe stato in aprile e dovevo pure attenermi al loro manuale d’immagine coordinata: un manuale di nove pagine che, detto tra noi, era fatto malissimo.
A quel punto, però, è scattata l’idea per la tesi. Con Liberland avrei potuto lavorare su un progetto pratico, non solo teorico. Non capita tutti i giorni di poter lavorare all’immagine coordinata di una nuova nazione.
E così a maggio ho riordinato le idee, ho lavorato sodo per tutta l’estate, come hai potuto vedere dai messaggi che ti ho mandato, e a settembre era tutto pronto.

Da cosa sei partito?

Innanzitutto sono andato a ricercare quali fossero le cause che hanno permesso che quest’area, denominata Gornja Siga, non fosse stata rivendicata né dalla Croazia né dalla Serbia. Come per tutti i Balcani, le dominazioni sono state molte: romani, unni, ostrogoti, longobardi, àvari, francesi, bulgari, ungheresi, ottomani, asburgici, austro-ungarici…
Ho pure scoperto che là vicino c’è un altro fazzoletto di terra non rivendicato, che potremmo andare a occupare noi [ride, ndr].

Dopo la birra andiamo!

Peccato sia piccolissimo, meno di 2 km².

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Visto che ora sei praticamente un esperto in materia. Da dove dovremmo partire se volessimo creare una nazione? Ci servirebbe una bandiera, innanzitutto.

Bandiera, emblema, passaporto… Ma per fare un bel lavoro bisogna partire da un’analisi dell’identità del territorio. Quella storica, culturale, territoriale. È così che ho lavorato per Liberland, potendo sviluppare qualcosa che praticamente nessuno ha occasione di fare, e cioè sia il nation branding che il destination branding.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Spiegami meglio.

Il nation branding è l’immagine che uno stato dà di sé agli altri paesi mentre il destination branding sintetizza i valori di una destinazione, invoglia le persone a visitare un posto, a investire lì.
Di solito si ha occasione di lavorare soltanto sul destination branding. Nella tesi ne mostro alcuni esempi, sia positivi, come quelli di I amsterdam, opera di KesselsKramer, e di Porto, opera di White Studio, che negativi, vedi il famigerato Italia, quello del pay-off L’Italia lascia il segno1, realizzato da Landor Associates.

Tempo fa ho parlato di una tesi sul branding.

Sì, quella di Garofalo e Tonso. Infatti l’ho scoperta proprio su Frizzifrizzi, li ho contattati e me l’hanno passata subito. Mi ha aiutato molto il loro lavoro. Li ho anche citati tra i ringraziamenti e con Gabriele Garofalo mi sento ancora spesso.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Come hai lavorato sulla bandiera?

A volte le bandiere hanno un “filo comune”. Ad esempio gli stati scandinavi: le bandiere hanno colori diversi ma hanno tutte la croce. Oppure ci sono i colori panafricani: oro, rosso e verde oppure nero, rosso e verde. È come far parte di una “famiglia” più grande.
Per Liberland, però, non volevo utilizzare i colori panslavici, cioè rosso, blu e bianco. Ho preso soltanto blu e bianco — a simboleggiare che è uno stato nato lì, una sorta ottavo stato nato dopo la dissoluzione della Jugoslavia — però Liberland è allo stesso tempo qualcos’altro, e quindi come terzo colore ho scelto il verde, che sia un colore di speranza e buon augurio che un rimando al territorio in cui sorge.
Se poi vai a vedere le foto della zona, trovi che i colori sono quelli.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Liberland, però, una bandiera ce l’ha già. L’hanno piantata il 13 aprile del 2015.

Sì, e infatti non credo che adotteranno tutto. Però, se per una nazione già esistente cambiare la bandiera è quasi impossibile, per loro che sono appena nati sarebbe conveniente farlo.

Poi hai creato anche l’emblema.

Per l’araldica ho avuto la fortuna di avere un maestro. Me l’ha presentato il presidente. Lui mi ha passato un po’ di letture per approfondire il tema. L’araldica è una disciplina complicata e senza di lui probabilmente non ce l’avrei fatta.
Ho riprogettato l’emblema di Liberland perché è pieno di errori ed evidentemente fatto di fretta. In araldica ogni elemento ha un suo significato e un suo significante. E ci sono molte varianti. Per esempio un’aquila, in base a com’è rappresentata, può avere molti significati diversi, tutti codificati. Io ho scelto una combinazione tra un’aquila dispiegata e una migrante, dunque tra forza e nobilità e cautela e riflessività.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

E per le monete?

La valuta di Liberland si chiama Merit, intendendo che il denaro è dato dal merito, di lavorare lì, investire lì o donare.
Utilizzeranno sia monete e banconote che criptovalute. Hanno pure intenzione di coniarne una ad hoc.
Per le monete ho pensato ad alcune lettere di un antico alfabeto diffuso in quella zona intorno al IX secolo, l’alfabeto glagolitico.
Invece per quanto riguarda le banconote il discorso è diverso. Di solito sulle banconote ci sono personaggi importanti o architetture. Liberland ancora non ne ha, ma poi mi sono ricordato che era stato indetto un concorso di architettura, poi vinto da cinque studi (tra cui un italiano, Sergio Bianchi), e quindi ho rappresentato i loro progetti.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Quando hai lavorato per loro in occasione del secondo anniversario ti hanno pagato in Merit?

Sì.

Davvero? Te lo chiedevo per scherzare!

Davvero. Tieni conto che quando raggiungi 5000 Merit puoi richiedere la cittadinanza.
Ora per la tesi non ho chiesto di essere pagato ma di poter diventare, appunto, cittadino di Liberland.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

In effetti ho letto sull’Atlante delle micronazioni che avere la cittadinanza in questi stati è una cosa ambitissima, così come i passaporti, le valute e i francobolli.
Ma a livello politico tu condividi il loro progetto?

Apprezzo l’idea non tanto di creare un nuovo stato, ma proprio una nuova concezione di stato. Però non condivido molte delle loro idee. E non sono del tutto certo che loro stessi credano davvero agli ideali che portano avanti.

A proposito di passaporti e francobolli, hai progettato anche quelli. Credi che alla fine li adotteranno davvero?

Loro mi supportano molto, pubblicano le cose che mando. Ma come ho accennato prima, non credo che adotteranno tutto. Difficilmente cambieranno bandiera ed emblema ma penso che prenderanno tutta la parte relativa alla comunicazione, il claim, probabilmente il logotipo.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Il “pallino” ha una parte fondamentale in tutti gli elementi, dalle antiche lettere sulle monete al carattere tipografico del logotipo, fino alla segnaletica e allo stesso claim: “Create to live. Live to create.”
Quel pallino sembra un po’ la stilizzazione di una micronazione.

Esatto. Liberland è piccola. E cosa può fare una nazione piccola? Costruire, hackerare. E allora i pallini diventano dei pattern in mezzatinta, che ho usato, ad esempio, per la carta intestata, i biglietti da visita e i francobolli.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

E poi c’è la parte “gadget”. Il brand, le magliette, le shopper…

È quella alla quale ho lavorato meno perché di sicuro già vista e stravista, molto meno interessante che lavorare su una bandiera o un emblema. Però è possibile che a loro interessi molto.

Cittadinanza Liberlandiana o meno, che hai intenzione di fare dopo?

Intanto un master in design dei nuovi media e innovazione a Maastricht [al momento dell’intervista Alessandro stava per partire, ora è già lì, nrd] e poi mi piacerebbe lavorare con la realtà virtuale.
Ho 22 anni e mi sono dato dieci anni per sbagliare.

La tesi, la presentazione e tutti i link relativi ad Alessandro Casciaro sono qui.

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Alessandro Casciaro, “National Branding: Liberland”, tesi di laurea, 2017
(foto: Frizzifrizzi)