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Un video prova a spiegare cosa significa essere dislessici

Andai a scuola in un paesino. Ci conoscevamo tutti. Alle elementari la nostra classe 1979 era l’unica a non essere divisa in due sezioni. Gli altri avevano la 2ªA e la 2ªB, la 3ªA e la 3ªB — e via così — mentre noi, anno dopo anno, eravamo 1ªU, 2ªU, 3ªU… U come unica.
Alle medie ci divisero in due sezioni e, oltre al piccolo dramma del nuovo ambiente e della separazione con alcuni dei propri migliori amici, la grande novità fu l’arrivo di Francesco.

Francesco era un anno più grande di noi, anche se dalla stazza e dallo sguardo navigato sembrava almeno due o tre anni più vecchio. Rugbista, con due braccia d’acciaio, un velo di baffi, la carnagione scura e una fama da duro e da teppista che si era guadagnato già alle elementari (dove, quando lo vedevamo nei corridoi, eravamo terrorizzati), era stato bocciato in prima e ce le ritrovammo seduto con noi tra i banchi messi a U (una condanna, quella lettera).

Fummo spesso compagni di banco io e Francesco. Io il secchione gracile, lui il bocciato problematico. Voti bassi, temperamento indomabile, scoprii subito che era anche molto intelligente. Gli bastava pochissimo per imparare, a patto che ascoltasse. Il suo problema era la lettura. Leggeva come un bambino piccolo e faceva fatica ad arrivare in fondo a un paragrafo. Quando leggeva gli si “intrecciava il cervello”, così diceva.

Francesco probabilmente era dislessico, solo che nessuno si era preoccupato di indagare, tantomeno gli insegnanti. Confondeva le lettere, la P e la B, soprattutto la F e la V. Mi ricordo più o meno esplicite risate di classe sulle sue voreste, i suoi Amerigo Fespucci.

Ogni tanto ci ripenso, a Francesco. Soprattutto quando sento di compagni di scuola di mia figlia che vanno dal logopedista per la dislessia o la disgrafia. E mi chiedo come sarebbe stato diverso, per lui, se all’epoca — non parliamo di cinquant’anni fa ma semplicemente degli anni ’80 e ’90 — ci fosse stata più attenzione da parte di quelli attorno a lui.

Identificata per la prima volta dal medico tedesco Oswald Berkhan nel 1881 e “battezzata” dislessia pochi anni più tardi dal suo connazionale Rudolf Berlin, oculista, la dislessia è un disturbo della lettura che colpisce una piccola percentuale della popolazione. Ne esistono di varie tipologie e intensità ma la classificazione, così come le percentuali di chi ne è affetto e la definizione stessa di dislessia, sono oggetto di dibattito tra gli studiosi.

Quel che è certo è che oggi, appunto, l’attenzione nei confronti di questo fenomeno è molto più alta rispetto al passato, quando un dislessico poteva benissimo essere etichettato come “ritardato”, problematico, svogliato, disattento, incapace di apprendere, con tutte le conseguenze che ciò comporta sia a livello di carriera scolastica (e, successivamente, lavorativa) che di autostima.

Per un non dislessico, però, è difficile riuscire a immaginare cosa significhi quel “cervello che s’intreccia” di cui parlava il mio amico Francesco.
Uno studente inglese di design, Josh Penn, ha provato a spiegarlo attraverso un filmato.

Realizzato come progetto di ricerca per il corso di graphic design, What is like to be dyslexic? è un’animazione tipografica che rappresenta in maniera volutamente esagerata quelli che sono i problemi di un dislessico. Problemi che Penn conosce bene visto che anche lui è affetto da questo disturbo.

Accompagnato da un azzeccato tema sonoro (il terzo movimento della Sonata al chiaro di luna di Beethoven) il video mostra cos’è la dislessia al contempo spiegando di che si tratta.

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