Qualche giorno fa ho parlato di Metodo Simoncini, una bella mostra organizzata da Griffo, la grande festa delle lettere presso il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna (gioiellino inaspettato, il museo, anche per i molti bolognesi che non lo conoscono).

Curata da Antonio Cavedoni ed Elisa Rebellato, l’esposizione, aperta fino al 12 novembre, è dedicata alla figura e all’opera di Francesco Simoncini, designer e industriale che nel dopoguerra e fino agli anni ’70 ha diretto una della più importanti aziende a livello mondiale per la produzione di matrici per Linotype, progettato caratteri tipografici usati ancora oggi da molte case editrici italiane e brevettato un metodo per una migliore resa in stampa delle lettere, oltre che imprenditore illuminato in un’epoca in cui, come lui, ce n’erano ben pochi.

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Accompagnata da un bel catalogo, del quale mostriamo qui alcune immagini, la mostra è piccola ma allestita in maniera impeccabile (il design è a cura dello studio Dina&Solomon, fondato da Manuel Dall’Olio e Mirit Wissotzky, anche ideatori del progetto “Griffo”). Con un taglio prettamente divulgativo, prova a raccontare anche ai non addetti ai lavori cosa c’è dietro ai caratteri Simoncini e quale sia la loro importanza per la storia della tipografia.

Un’importanza tutt’altro che scontata dato che Simoncini, fino ad oggi, è stato pressoché dimenticato, sia a livello internazionale che — fatto ancora più grave — qui in Italia.
A far luce sul personaggio e sulle sue tante intuizioni sono stati proprio Cavedoni e Rebellato, attraverso studi e ricerche compiute prima separatamente (senza sapere l’uno dell’altra) e poi insieme.
Importantissimi, in questo senso, due semplici armadi, uno dei quali visibile nell’esposizione.

Lo stabilimento delle Officine Simoncini Spa, inaugurato nel ’63 a Rastignano (BO). 30.000mq, di cui 9.000 coperti, sorgeva accanto al tracciato ferroviario e il logo dell’azienda era ben visibile a chi passava in treno.
Da “Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

«Sono i mobili originali delle Officine Simoncini, acquisiti dal Museo del Patrimonio Industriale di Bologna quando l’azienda ha cessato l’attività. Erano nell’archivio del museo ed è stato un ex-dipendente di Simoncini a dirmi che erano qui», racconta Antonio Cavedoni, che ho avuto l’onore di avere come “cicerone” durante la presentazione alla stampa della mostra.

Designer di caratteri tipografici e studioso di storia della tipografia, Cavedoni ha scritto una tesi su Simoncini mentre frequentava l’Università di Reading, nel Regno Unito, prima di volare negli Stati Uniti per andare a lavorare in Apple, più precisamente nel cosiddetto “Type Group”, cioè la squadra che si occupa della parte legata al type design dei prodotti dell’azienda fondata da Steve Jobs.

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

«Quando sono partito, le mie ricerche purtroppo si sono fermate», dice Cavedoni, che però un paio di anni fa ha deciso di ricominciare a scavare nella vita e nell’opera di Simoncini. L’input è arrivato da Manuel Dall’Olio e Mirit Wissotzky, che all’epoca stavano già lavorando su Griffo, la grande festa delle lettere.
Sapendo delle sue ricerche, i due lo hanno messo in contatto con Elisa Rebellato, bibliotecaria, curatrice e ricercatrice di storia dell’editoria, che all’epoca aveva pubblicato un articolo che parlava del Garamond Simoncini, carattere adottato negli anni ’60 da Einaudi e da allora da molte case editrici italiane.

Scavando tra gli archivi della Camera di Commercio, quelli delle Pagine Gialle, di Einaudi e dei quotidiani, Cavedoni e Rebellato hanno costruito l’impianto storico e iconografico del catalogo e della mostra, che, come già accennato, parte proprio da uno degli armadi dell’azienda, pieno di carpette con dentro i disegni dei caratteri progettati e prodotti dalle Officine Simoncini Spa. Come il Garamond “Einaudiano” («Nella mia tesi raccontavo di come andando in una qualsiasi libreria e prendendo 10 libri a caso, tre erano scritti con quel carattere», dice Cavedoni), l’Aster, primo successo commerciale di Simoncini e ancora oggi utilizzato per la Gazzetta Ufficiale e diversi quotidiani, e poi il Delia, usato per anni nelle Pagine Gialle e assolutamente avanti per i tempi.

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017

«Sul Delia non c’è praticamente letteratura. Nessuno lo conosceva come carattere. Essendo molto specifico non ha venduto molte licenze. Simoncini lo inventa per gli annunci pubblicitari e il primo nome che gli dà è proprio Pubblicità. Ha delle soluzioni incredibili perché, visto ingrandito, sembra distorto. Ogni linea infatti è pensata per la resa in piccolo, come appunto sugli elenchi telefonici», spiega Cavedoni.

Quello di pensare al risultato al momento della progettazione è una delle caratteristiche più interessanti di Francesco Simoncini, che ebbe una formazione piuttosto eclettica, tra ingegneria, tecnologia e design.
Suo padre, Vincenzo, riparava macchine Linotype, quindi Francesco respirò “aria” di industria tipografica fin da piccolo. Mentre era studente all’Istituto Industriale, lavorò contemporaneamente come modellatore meccanico e cesellatore d’arte, prima di entrare in Ducati (all’epoca industria di guerra) come tecnico meccanico e poi caporeparto.

Esempio del brevetto di Simoncini. Nella pagina a sinistra, in alto, il disegno di una lettera e, in basso, la resa distorta in fase di stampa.
Nella pagina a destra il carattere deformato secondo il metodo Simoncini e, in basso, la relativa resa in stampa, assai migliore.
“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Affascinato dalla meccanica di precisione così come dalla progettazione tipografica, Simoncini brevettò nel 1963 un metodo per ovviare al fenomeno della distorsione delle lettere in fase di stampa.
«A causa dei macchinari, le lettere in fase di stampa tendono a distorcersi, le linee a incurvarsi. Simoncini quindi inventa e brevetta un sistema che consiste nel distorcere le lettere in fase di progettazione in modo da compensare le distorsioni che ci saranno in fase di stampa», racconta Cavedoni mostrandomi un esempio (che è quello della foto qui sopra).

Cavaliere del lavoro, imprenditore illuminato, molto attivo in Confindustria e nelle associazioni di settore, convinto sostenitore dell’importanza della formazione, Simoncini fu anche tra i fondatori della Scuole di Scienze ed Arti grafiche del Politecnico di Torino e uno degli organizzatori di Grafitalia, la prima fiera grafica italiana di livello internazionale.
Manuel Dall’Olio ricorda anche un aneddoto interessante: «Fece un discorso a Roma, negli anni ’60, in Confindustria, dicendo in pratica che bisognava trattare i dipendenti come dei pari, coinvolgerli nelle decisioni, assegnare premi di produzione, dare servizi e infrastrutture ai dipendenti. Molti industriali presenti in sala, si racconta, si alzarono e andarono via».

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Ma come mai un personaggio tanto importante è quasi finito nel dimenticatoio e un’azienda sana come la Officine Simoncini Spa fu costretta a chiudere?
La spiegazione, come al solito, non può essere una soltanto. Tuttavia due eventi fondamentali si intrecciarono l’uno con l’altro nel 1975: da una parte le tecnologie tipografiche stavano cambiando profondamente — «dalla meccanica all’elettronica, e da questa all’informatica», spiega Cavedoni. Proprio in quella fase cruciale Francesco Simoncini morì per un infarto improvviso. Privata della sua figura chiave, l’azienda non riuscì a cavalcare l’onda della trasformazione e, pur resistendo fino al 1998, alla fine fu costretta a chiudere.

Per fortuna, però, qualcuno ha recuperato la storia e l’opera di Simoncini dal parziale oblio in cui era finita. E la mostra e il catalogo ne sono la testimonianza dalla quale partire per approfondire ulteriormente uno tra i migliori esempi di ingegno e spirito imprenditoriale italiano.

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

“Metodo Simoncini. Ricerca di un’estetica dell’insieme”, Ronzani Editore, 2017
(foto: Frizzifrizzi)