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Ladybeard Magazine: rinnovare (esplicitamente) il vetusto panorama dei magazine femminili

Magari sbaglio, ma a furia di guardare e ascoltare e riguardare e riascoltare la famigerata intervista ad Alessandra Moretti, quella delle “ladylike” (ho i brividi ogni volta che sento un termine così idiota e ammetto di provare una sorta di feticismo nei confronti dell’autoumiliazione inconsapevole dei personaggi di potere e delle loro uscite che abbassano il già inabissatto livello del dibattito politico, ed estetico, in corso nel nostro Paese), mi sono convinto che tanta decerebrata superficialità, di cui la Moretti è solo la punta di un iceberg che attraversa parte del mondo politico-imprenditoriale da “sinistra” a destra, sia (anche) frutto del pessimo stato (non solo in Italia) dell’editoria periodica femminile e del relativo modello di donna che hanno contribuito e stanno ancora contribuendo a produrre.

Se tre anni fa, sul Guardian, la giornalista inglese Eva Wiseman lamentava, in uno spassosissimo pezzo, come i femminili fossero sostanzialmente rimasti a dieci anni fa, da allora le cose non sembrano cambiate. Neanche un po’.

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E mentre le “ladylike” continuano a citare Sex and the City, a leggere di diete, di rughe sui culi delle celebrities, di che scarpe portano le donne di potere, per fortuna nel mondo delle riviste indipendenti continuano a nascere progetti più o meno esplicitamente femministi che, ciascuno con la propria cifra stilistica, dimostrano come si possa fare un femminile che sia in linea coi tempi e non puzzi di morte (né di “ladylikeness”). Penso a realtà come Riposte, The Quite Delightful Project, Girls against God, quella stramba e meravigliosa creatura che è stata Rookie Mag (per approfondire su Rookie e sulla sua fondatrice-ragazzina-prodigio Tavi Gevinson leggiti il bell’articolo di Miriam Goi su Studio). E all’agguerrita pattuglia ora va ad aggiungersi anche Ladybeard, neonato progetto editoriale inglese che dalle riviste patinate prende il formato, la buccia, per rivoltarne però come un calzino l’interno, il succo, i contenuti.

«I media mainstream», sta scritto nell’introduzione, «hanno creato una cultura dell’odio-di-sé: hanno messo dei confini ai generi, alla sessualità, alle taglie dei vestiti, al colore della pelle, all’immaginazione e alle aspirazioni. Ladybeard è un tentativo di liberazione. Forniamo una piattaforma a quelle voci che non puoi ascoltare sulle riviste femminili; voci di persone che vivono ogni possibile deviazione dall’ideale etero, bianco, cisessuale (linka wikipedia), robusto [qua nel senso di “non disabile”, ndr]».

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Dissacrante ma tutt’altro che superficiale, Ladybeard (che nella mia testa s’è incarnato in un’ambigua ed eccitante creatura pelosa che piglia a mazzate le-Alessandre-Moretti-Ladylike) ha appena debuttato col suo primo numero monotematico, che verrà presentato ufficialmente il prossimo 14 novembre a Londra (per chi è sul posto, la festa sembra di quelle assolutamente da non perdere) ed è interamente dedicato al sesso.

Tema, questo, affrontato in maniera piuttosto esplicita: dalla cover—che mostra un sex toy—ai testi e soprattutto alle illustrazioni. Tra gli artisti coinvolti, tra l’altro, c’è pure un’italo-inglese, Alexandra Gribaudi e tra le pagine della rivista si parla della fotografa italiana Francesca Fattori.

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