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Guida semiseria di sopravvivenza al Primavera Sound Festival

Un mese. Questo è il tempo necessario per ritornare alla vita normale e recuperare il debito di sonno dopo quattro giorni al Primavera Sound — o almeno, questo è il tempo che c’è voluto per me che, forse, non ho più l’età. Un altro mese ci vuole per rimettere insieme i pezzi e tirare finalmente giù questo report (ma questa è colpa della precarietà delle cose e dei tempi moderni, non del festival). Il Primavera non è il festival musicale più faticoso a cui sono stata, ma offre tantissimo in una città già ricchissima; tornare a casa con la fastidiosa sensazione di non aver fatto tutto quello che avrei voluto e aver buttato i miei soldi fa parte del gioco, il gioco maledetto che appena tornata mi porterà sul sito del Primavera alla voce Tickets per controllare i prezzi di biglietti e abbonamenti per l’anno prossimo.

Ci sono molti tipi di pubblico al Primavera Sound, che vivono il festival in modi completamente diversi. Ci sono quelli che comprano l’abono un anno prima e passano i mesi facendo F5 sulla pagina del programma, segnano nomi, raccolgono informazioni, studiano su blog, riviste, forum, preparano playlist, stilano programmi serratissimi che non riusciranno mai a rispettare. Passano tutto il tempo del festival correndo da uno stage all’altro, due brani a band e via, sempre col piede che batte freneticamente in stile Bianconiglio in ritardo ma sempre incredibilmente di ritorno dal “concerto più bello di tutto il festival”, a qualunque ora e sotto qualunque palco li si incontri.

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Ci sono quelli che vanno alla ricerca dei veri gruppi-rivelazione dell’anno, schifano gli headliner e seguono solo act minori, secret concerts, show off program (i dilettanti della categoria si riducono a passare la maggior parte del tempo sotto il Pitchfork stage, che è sempre una garanzia); perlopiù incappano in meteore, ma sono anche quelli davvero preparati a scovare le gemme nascoste. Sono quelli che vi diranno «Ah sì, mi ricordo di Florence + The Machine, l’ho vista nel 2010, eravamo sì e no trecento persone* perché stavano tutti al main stage dai Pavement, un concerto bellissimo, mica come adesso che fa i palazzetti».
(*tipico di questa categoria è l'”effetto Questura”, ovvero il sottostimare sempre il numero di persone presenti a un concerto per incrementare il valore del proprio essere lì.)

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Ci sono i superfan che passano la vita a presidiare le transenne e i fedelissimi della vecchia guardia che snobbano la bolgia entrando a passo sicuro nelle aree Pro o Vip. Quelli che si piazzano al Fórum dall’apertura dei cancelli e quelli che “faccio cose, vedo gente”, arrivano con calma, si ubriacano fuori per non spendere un patrimonio dentro (il fatto che un noto marchio di birra sia fra gli sponsor non implica affatto che la birra la regalino, anzi), e stanno in giro per il Fórum fermandosi un po’ qui un po’ là, aspettando la prima corsa della metro alle cinque del mattino.

Ma ci sono anche famiglie con bambini, vecchi punk, hippies, mods, rockers e chi più ne ha più ne metta: mi aspettavo di trovare un pubblico 20-35enne omogeneamente hipster, invece il Primavera è un festival davvero per tutti e di tutti, che si lascia vivere piacevolmente a tutti i livelli e mette in moto un’intera città.

L’edizione 2015 ha avuto un sapore tra la rimpatriata e la nostalgia dei bei Duemila andati, e anche se ho promesso di non fare recensioni musicali — perché a fare recensioni musicali da un festival musicale sono bravi tutti, e nessuno comunque sarà mai d’accordo coi miei pareri — posso dire che, niente, si può star lì a fare gli intellettuali dark sotto il palco dei Sunn O)) quanto si vuole, si possono sfoggiare baffi a manubrio tatuaggi allover piercing impossibili ma alla fine il festival lo si comincia saltando come i pazzi con gli OMD sulle note di Enola Gay e lo si chiude — almeno spiritualmente parlando — gridando al cielo il ritornello di Last Nite con gli Strokes, abbracciando sconosciuti e chiedendosi chi è questo fagottone che si è mangiato il Julian Casablancas che amavamo (le signore in sala possono capirmi).

In mezzo c’è tutto quello che a un festival si può chiedere, ci sono i Belle and Sebastian, Simian Mobile Discostrong>, Caribou, gli Einsturzende Neubauten, Patti Smith, c’è il mare, c’è Barcellona, e se non pensassi di esagerare direi che c’è una generazione intera, che al Primavera rinnova ogni anno il suo rito di eterna giovinezza.

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In tanti vi diranno che il Primavera non è più quello di una volta, che è pieno di italiani, che di festival molto più fighi in giro per l’Europa ce ne sono tanti altri. Sono partita con le stesse voci nelle orecchie, e con in più un sacco di pregiudizi su Barcellona e il mito della movida spagnola che, diciamocelo, ha un po’ rotto le palle. E invece, lo confesso, mi sono divertita. Un sacco. Quello che di utile posso dirvi, allora, più che un autoreferenzialissimo report che lascia il tempo che trova (visto che sul Primavera 2015 molti e più autorevoli pareri sono già stati espressi), è una breve e personale lista di dritte e consigli di sopravvivenza.

1. Scaricare l’app del Primavera

E studiarla sul volo d’andata per Barcellona, ovviamente. Ho visto sì e no la metà dei concerti che avevo preventivato di vedere, ma principalmente grazie alle notifiche 15 minuti prima degli eventi che mi interessavano. Impagabile il senso di appartenenza che si prova nel momento in cui si è sotto un palco e si vedono altre cinquanta persone tirar fuori contemporaneamente il cellulare e mettersi in cammino nella stessa direzione.

2. L’abono Pro o Vip SERVE

Specialmente se, come me, c’avete n’età e siete abituati ai piccoli privilegi della vita: area riservata in cui recuperare le energie e ricaricare lo smartphone comodamente sdraiati fronte mare, accesso ad aree privilegiate per i concerti, tempi d’attesa decisamente umani per il cibo e la birra, bagni più puliti, kit di cortesia con alcune cose utili (lo zainetto eco-conscious di H&M che sega un po’ le spalle ma è utile e carino, e soprattutto i tappi per le orecchie) e alcune inutili (una carta sconti che però in tre giorni non sono riuscita mai a usare).

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3. Prima ancora dei voli, prenotare l’alloggio

È la prima cosa che va a ruba, e finisce che gli appartamenti su Airbnb costano quanto hotel quattro stelle. Sul sito del Primavera ci sono pacchetti hotel+abono che a occhio sembrerebbero convenienti (non ho sperimentato, quindi non saprei dirvi con certezza).
Inutile dirvi che Barcellona è grande, ma la zona del Fórum è un po’ decentrata; dovrete fare scelte difficili per decidere se volete vedere solo il festival o godervi anche un po’ la città. Io ho dormito in un appartamento nella Ciutat Vella trovato all’ultimo minuto: un buon compromesso, a patto di avere qualcuno con cui dividere i taxi (vedi punto successivo)

4. Non avere paura dei taxi

Come a tutti i festival al Primavera si tira tardi con facilità. I più temerari restano a ballare fino alla prima metro delle cinque del mattino, ma se, di nuovo, “come me c’avete n’età e siete abituati ai piccoli privilegi della vita”, avete due opzioni: o prenotare con largo anticipo un hotel raggiungibile dal Fórum anche a piedi, o prendere un taxi.
Il festival offre un servizio di navette notturne dal Fórum a Placa de Catalunya, ma francamente le code per prenderne una sono infinite, e il tragitto è un viaggio della speranza che vi farà rimpiangere, piuttosto, di non esservi avviati a piedi. I taxi, specie se divisi con altre persone, costano quanto gli autobus o la metro e si possono prendere comodamente proprio fuori dal Fórum; la coda è più breve di quella per gli autobus e molto più ordinata (non provate nemmeno a pensare di fare all’italiana e saltarla, si rischia il linciaggio).

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5. Non rimandare a dopo quello che si potrebbe fare subito

Lo dico perché il più grosso rimpianto che mi porto dal Primavera è di non aver fatto il tuffo nella piscina di palline, e quasi ci tornerei il prossimo anno solo per quello. In più, arrivando al Fórum nel primo pomeriggio si ha il tempo di girovagare con calma tra le bancarelle di dischi e magliette – dove potrete spendere facilmente un sacco di soldi lasciando anche i vostri acquisti in deposito, per poi ritirarli comodamente prima di andar via –, accaparrarsi con comodo i biglietti per gli eventi più ristretti all’Heineken Hidden Stage e all’Auditori Rockdelux (un posto che, ve lo dico, vale davvero la pena di vedere), e se il meteo lo consente magari fare anche il bagno nella spiaggetta riservata ai Pro.

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6. Cercare Big Jeff

Big Jeff è l’istituzione del Primavera Sound, e — come ho avuto modo di scoprire — di un po’ tutti gli eventi musicali d’Europa. Vi lascio il divertimento di scoprire da soli qualcosa di più su di lui: sono stati scritti fiumi di articoli, interviste, esiste perfino un documentario. Di certo incontrarlo a un concerto è garanzia di essere nel posto giusto. Io l’ho trovato al Parc de la Ciutadella, durante una delle esibizioni degli italiani Fabryka, e questo, inutile dirvelo, mi ha riempita d’orgoglio.

7. Quando tutto sembra perduto, comprare i churros

I churros sono quella cosa che vi salverà la vita quando vi ricorderete di non aver mangiato, vi starete chiedendo com’è che vi reggete ancora in piedi alle due di notte e frugandovi nelle tasche vi accorgerete di aver speso quasi tutto in dischi magliette e birra. Il rapporto prezzo/apporto di calorie dei churros è talmente conveniente che dovrebbero eleggerli a patrimonio dell’umanità del festival.

Per concludere: sì, se state pensando di andare al Primavera Sound — e pure se non ci state pensando ancora — andateci.
Non ho visto tutto quello che avrei voluto, ho avuto solo una giornata per visitare la città, ho mangiato poco e ad orari improbabili, dormito anche meno, ho macinato chilometri e sono tornata a casa con i crampi, ma anche con uno splendido vinile prima stampa spagnola di Rumore di Raffaella Carrà, tonnellate di foto e video e la voglia di rifarlo da capo, subito. Tanto che se avessi avuto ancora due giorni di ferie sarei ripartita subito per il Nos Primavera di Porto — che secondo i puristi è il vero place to be.

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Ero partita cercando la risposta alla quasi retorica domanda “Vale la pena andare al Primavera Sound?”, sono tornata con un’altra domanda: “Perché nessuno organizza qualcosa come il Primavera Sound in Italia?”.
Dopo due mesi ho scoperto che è una domanda altrettanto retorica: sono stata al Vasto Siren Festival e sì, ok, ha tanto da migliorare e un sacco di difficoltà da superare — siamo solo alla seconda edizione del resto — ma non credo abbia molto da invidiare alle prime edizioni dei suoi fratelli maggiori europei.

E non dimentichiamoci dell’Ypsigrock, che invece sta per inaugurare la diciannovesima edizione con una line up pazzesca, e per quanto mi riguarda l’unico motivo per cui non ci andrò è che dalla Puglia ci si mette meno ad arrivare negli Stati Uniti che in Sicilia.
Ma se il Primavera 2016 vi sembra lontano, io una dritta su come ingannare l’attesa ve l’ho data.

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