Maratona creativa

Arrivo allo IED di Torino intorno alle 9 e mezza di giovedì. Il tempo di salutare in direzione e di attaccare il laptop al proiettore dell’aula 4 e i primi ragazzi cominciano ad arrivare. In tutto sono dieci, di cui 8 ragazze e due ragazzi, e non hanno la più pallida idea di cosa faremo nei prossimi due giorni: la scuola non gli ha anticipato nulla.
“Preferiamo che abbiano la sorpresa” mi ha detto Mauro Sacco.
Quando spiego che quella che faremo è una maratona creativa di due giorni, durante la quale affiderò loro un esercizio creativo ogni 45-60 minuti in aula scende il gelo.
Direi che se volevamo l’effetto sorpresa è riuscito perfettamente.

GIOVEDÌ MATTINA

I miei corsi di solito sono orientati verso la scrittura e rivolti ad aspiranti autori ed illustratori. Negli anni ho fatto workshop di scrittura di una settimana o concentrati in un solo week end. Ho tenuto corsi di fumetto e di formazione per gli insegnanti e bibliotecari e ho avuto ogni genere di pubblico: bambini, adolescenti, adulti. Sempre però ho lavorato in funzione dell’ideazione di una storia.
Per i ragazzi di questa prima del triennio IED mi è stato chiesto invece qualcosa di diverso e un po’ speciale, orientato verso la creatività intesa in senso più vario.
Era da tempo che avevo voglia di fare qualcosa così e quindi compilare un menù di esercizi non è stato difficile.
Ho cercato di bilanciare esercizi realistici, relativi a situazioni creative che i ragazzi si troveranno effettivamente ad affrontare, ad esercizi folli, per scatenare la loro immaginazione.
Come dico alla classe presentandomi, è la prima volta che faccio una maratona creativa di questo tipo, e sono molto contento di non essere seduto dalla loro parte.

A dire il vero non ho nemmeno mai corso una maratona, ma negli ultimi anni ne sono diventato abbastanza esperto, per merito (o colpa) di Roberto Giordano.
Roberto è un cabarettista e un runner, ci conosciamo dal 2004, quando ci incontrammo sul set di un programma televisivo di cui ero autore. Il programma in quattro puntate per un’emittente privata genovese doveva essere un pilota, ma in effetti dopo aver mandato in onda le quattro puntate più una quinta (per le quali nessuno fu pagato), l’emittente decise di non continuare con lo show.
Io e Roberto siamo rimasti amici e da anni ne seguo – a debita distanza – le gesta podistiche: ho scritto i testi fuoricampo delle prime due puntate del suo programma Correndo per il mondo (ormai alla credo terza o quarta stagione su Rete 4) che poi ha continuato a realizzare con gli autori della rete, e ho supervisionato il suo libro appena uscito per Kowalski. Leggendo e rileggendo le sue avventure ho assimilato un po’ di filosofia della corsa che mi sarà utile nelle prossime ore.

I ragazzi non si sono ancora ripresi dallo shock che introduco il primo esercizio. Hanno un’ora e mezza per impostare due serie di copertine.
La prima è una serie di classici:
– Il Signore delle Mosche di William Golding.
– Dracula di Bram Stoker.
– Il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.
– Le uova fatali di Mickail Bulgakov.
– Fahreneit 451 di Ray Bradbury.

La seconda è una serie di romanzi moderni.
– Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon.
– Amabili resti di Alice Sebold.
– Il Colore Viola di Alice Walzer.
– L’elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo.

Alla mia sinistra, in prima fila, vedo esultare Carolina che sembra averli letti tutti. Negli sguardi degli altri vedo invece perlopiù incredulità: stai scherzando vero? Non ci stai dicendo sul serio che pretendi che noi in 90 minuti si butti giù gli schizzi di 9 copertine, vero?
Qualcuno ci prova, e chiede: “Cioè, di questi titoli dobbiamo sceglierne uno, giusto?”
No, non c’è niente da scegliere. Dovete buttare giù il bozzetto di tutte e 9.
Non per niente avete 90 minuti di tempo.

I ragazzi mi fanno domande, chiedono chiarimenti. Quindi cominciano a connettersi e a documentarsi. Quando comincio a curiosare tra i tavoli le matite corrono sulla carta da una mezz’ora e i fogli cominciano ad accumularsi uno sull’altro.
Al mio “stop” c’è qualche protesta. Poi i ragazzi mi raggiungono intorno al tavolo grande dove indico la prima di una serie di riunioni di redazione, intorno al loro lavoro. Non tutti sono riusciti ad abbozzare le nove le copertine, ma per alcune, in compenso, hanno fatto più schizzi. Molte idee sono scontate e già viste, fatto assolutamente prevedibile, ma pur nel poco tempo a disposizione tutti hanno comunque fatto qualcosa e alcune idee sono molto interessanti.
Un’ora e mezzo fa non ci conoscevamo nemmeno, e ora ho sul tavolo i bozzetti di un centinaio di cover.
Prima tappa: superata.

Il tempo che tutti tornino al proprio posto e lancio il secondo esercizio della giornata: ideare una serie di 4 iPhone case a tema sexy. Tempo un’ora.
60 minuti passano in fretta. Sexy può voler dire molte cose: io penso a qualcosa di ammiccante, ma non spinto, il target di pubblico deve essere il più vasto possibile.
I ragazzi disegnano. Alcuni schizzi alla fine non sono soddisfacenti, diversi mediocri, ma Gabriele ha una buona idea: quattro immagini che unite ne compongono una più grande. Non male.
Direi che si sono meritati di andare a pranzo.

GIOVEDÌ POMERIGGIO

Ovviamente in questa maratona non avremo il tempo per realizzare degli esecutivi. Ma per ogni esercizio di questa prima giornata i ragazzi dovranno realizzarne almeno uno per la mostra di fine anno. Ancora non sappiano in realtà se la mostra ci sarà, ma lavoreremo come se ci fosse.
In generale non mi aspetto che tutti riescano in tutti gli esercizi: penso che sarà già un miracolo se arriveremo alla fine e se riuscirò ad abbandonare l’aula schivando frecce avvelenate.
La realtà però supererà notevolmente le mie aspettative. I ragazzi faranno tutti gli esercizi. Alcuni riusciranno meglio di altri, ma nessuno praticamente lascerà il foglio bianco, mai.
Non so se mi stupisca più questo o il fatto che alla fine non ci saranno frecce avvelenate: i ragazzi anzi, verranno a salutarmi e ringraziare uno per uno, stringendo la mano. Ma questo sarà domani e a domani dobbiamo arrivarci.
Per ora è solo mezzogiorno.

Durante la pausa pranzo rimango in classe a sbrigare un po’ di corrispondenza. Ricevo poi la visita di due ex-allieve IED che hanno chiesto, sapendo che venivo, se era possibile farmi vedere il book. Uno dei due è poco interessante in sé, ma il progetto che lo accompagna invece lo è molto. Non posso parlarne per ovvi motivi di riservatezza, ma l’idea è davvero molto carina.
L’altro invece mi sembra un book già professionale. L’illustratrice lavora con diverse case editrici e quindi, a dire la verità, non ha nessuno bisogno del mio parere e dei miei consigli.

Anni fa, ispirandomi ai partiti inventati da Gualtiero Schiaffino (ne parlo qui) ne inventai alcuni miei, come il Partito Centripeta, il Partito Turista e il Partito Ultravioletto, di cui creai anche i simboli, che apparirono poi su un numero del Mu.Na. “il bollettino del Museo Nazionale delle Cose Inutili o incomprensibili”.
Il bollettino era l’unica testimonianza dell’esistenza del fantomatico museo ed era stampato in sole 29 copie, che spedivo per posta ad alcuni lettori fedeli o nascondevo in casa degli amici, in mezzo ai libri.
Dopo la pausa pranzo interrogo i ragazzi sulla politica, su quel che ne sanno, sui partiti che hanno votato o non votato. Quindi lancio il nuovo esercizio: creare il nome e logo di un partito inverosimile, e abbozzarne il programma.
Tempo: 45 minuti.

Correre una maratona è un’impresa sportiva, in cui si disperano energie fisiche e psichiche. In ogni caso comporta un grande dispendio di energie che vanno reintrodotte nell’organismo. Durante una maratona sono previsti punti di ristoro con acqua e frutta. Il bravo maratoneta dovrebbe poi avere sempre con sé acqua e frutta secca o cioccolato.
È metà pomeriggio, la stanchezza comincia a farsi sentire, quindi è il momento di tirare fuori cioccolato e uvetta.

Sarà il cioccolato o la frutta secca oppure il tema particolarmente attuale e vicino ai ragazzi, ma l’idea di elaborare l’intero immaginario di un parco a tema zombie riscuote l’entusiasmo di tutti e avere solo un’ora e mezzo di tempo non solleva nemmeno una protesta.
Dopo una prima fase di brainstorming in cui viene fuori di tutto, il parco comincia a prendere forma. Ho dato libertà assoluta, non è detto che il parco debba essere verosimile, quindi i ragazzi decidono che gli zombi esistono veramente e che, trovato il vaccino contro l’epidemia, gli umani se ne servano per divertimento.
È Luca a battermi sul tempo e suggerire, prima che lo faccia io, di dividersi in gruppi e lavorare ciascuno a un settore: ecco così un gruppo studiare il design e la customizzazione degli arredi, un gruppo lavorare su gadgtes e merchandising, un gruppo lavorare sulla ristorazione e uno sulla progettazione del parco.
Vengono fuori idee brillanti come il ristorante Zombie Grill, la T-Shirt “I’m with the human” e l’app con la guida per orientarsi nel parco.

La prima giornata è finita e vedo un po’ di delusione nei ragazzi quando si rendono conto che domani faremo esercizi nuovi e che la progettazione del nostro parco zombie, finisce qui.

È incredibile come le cose che vedi ti si attacchino e rimangano lì, magari per mesi, o anni, per poi venire fuori all’improvviso. Credo che se, senza nessun motivo, da qualche settimana ho una voglia matta di imparare lo skate, sia colpa di due ragazzi di Viborg che ho conosciuto l’anno scorso, durante la mia residenza all’Open Workshop.
Il loro progetto artistico era una fanzine di skate, che realizzavano con molta rilassatezza (diciamo senza affanno). Per il resto se ne andavano in giro per i corridoi in skate. L’ultima sera, prima di partire uno dei due voleva farmi provare, ma dissi di no: la settimana dopo partivo per quindici giorni in Australia e dopo tutta la fatica che avevano fatto ad organizzare il tour non potevo permettermi di rompermi niente.
Un anno dopo, non so perché, mi trovo in centro a Torino a cercare una tavola da cruising o un longboard, uno skate lungo cioè, per andare su strada (non mi interessa fare tricks).
Il negozio di articoli sportivi indicato da Google maps possiede ben due modelli, di cui uno non mi piace e l’altro è troppo caro. Trovo un secondo negozio per caso, ma anche lì la scelta è povera. Ho già visto parecchi negozi in giro e online.
Non vorrei comprare su internet senza averlo visto di persona, però i negozi sono mediamente poco forniti.
Torno in hotel a correggere le ultime bozze di un paio di libri che vanno in stampa in settimana. Prima però mi fermo in un localino che fa cucina vegetariana da asporto che è una delizia: prendo insalata di finocchi e arance, insalata di fagiolini e polpettine di melanzane.

VENERDÌ MATTINA

La primavera è arrivata solo da qualche giorno e per me fa già caldo.
Perché ogni volta che vengo a Torino a lavorare allo IED fa troppo caldo?
Questi pensieri futili mi fanno compagnia mentre faccio la strada a piedi dall’hotel alla scuola.
I ragazzi sono puntualissimi. Mentre facevo colazione mi è tornata in mente la t-shirt “I’m with the human” e ho pensato che visto che conosco un paio di ditte americane che fanno t-shirt, si potrebbe, come esercizio, inventarne una serie da proporgli.
Mi consulto con la direzione e mi dicono che non ci sono problemi, quindi tolgo un esercizio e al suo posto metto le magliette.
Introduco l’esercizio, quindi proietto un po’ di materiale di repertorio e anche una serie di t-shirt che ho ideato mesi fa.
I ragazzi hanno un’ora per produrne almeno una. L’unica imposizione è quella che le scritte siano in inglese e siano pensate per un pubblico americano.

Dopo le t-shirt è il turno della campagna antifumo. Quello che suggerisco è trovare 10 buone ragioni per non fumare, per un’ideale campagna.
Cominciamo con un brainstorming, in cui tiriamo fuori tutto il possibile. Quindi a qualcuno viene in mente di elaborare una comparazione, tra costo delle sigarette e costo di cose che puoi comprati con i soldi che risparmi non fumando.
Calcolando una media di un pacchetto al giorno a un prezzo medio, un anno di fumo costa circa 2 mila euro. Calcoliamo quindi 4 mila in due anni, 6 mila in tre anni e via dicendo. Il compito a questo punto è trovare un oggetto corrispondente per ogni casella, da 2 mila a 20 mila euro.
Ne viene fuori una lista di oggetti piuttosto borghesi, che vanno dalla Louis Vuitton alla piscina, e non a tutti piace. Compiliamo allora una lista alternativa e decisamente più hipster che ci porta dritti all’ora di pranzo.

Dal brainstorming esce fuori anche un’altra possibile t-shirt molto carina:
STOP SMOKING
SAVE MONEY
FOR SHOPPING

VENERDÌ POMERIGGIO

Siamo al terzo quarto di questa maratona e ho deciso di premere un po’ sull’acceleratore. Finora i ragazzi hanno avuto 60-90 minuti per abbozzare un progetto, un logo o una copertina. Ora voglio lavorare sulla mezz’ora.
Il tema del primo esercizio del pomeriggio è l’economia. Voglio che facciano una vignetta su un tema economico, che può essere il rialzo o ribasso di borsa, il risparmio, la crisi, quello che vogliono.
Facciamo 15 minuti di riunione per decretare che di economia sanno poco o niente. A questo punto rimangono 15 minuti per schizzare una vignetta.
Qualcuno protesta, altri scuotono la testa.

In 15 minuti è impossibile!

Non so che lavoro faranno nello specifico questi ragazzi nell’ambito editoriale ma è vero che spesso i tempi per fare le cose sono stretti. Ti chiamano per fare una copertina di un libro che non hai letto di cui ti danno una scheda di 10 righe in inglese e vogliono vedere degli schizzi per domani. Ti chiamano per una pubblicità americana e vogliono uno storyboard per dopo pranzo. Quindi continui a lavorare fino alle due del mattino, perché negli USA è ancora giorno e si aspettano di vedere qualcosa di più definito entro la fine della giornata. Quando lavoravo per Linus avevo due giorni di tempo per fare un paio di pagine di vignette ed erano sempre gli ultimi due giorni utili prima della stampa.


Non è sempre così e non è obbligatorio lavorare in fretta, ma è un’opzione frequente. Ecco perché una vignetta a bruciapelo, da fare in 15 minuti.
Perché ti può capitare e quando ti capita e inutile lamentarsi e pensare non ce la farai mai. Perdi solo tempo. Devi metterti da bravo davanti al foglio e tirare fuori tutto quello che hai, prima di decidere che non ce l’hai fatta.
Il tempo e l’esperienza chiaramente ti aiuteranno a venire fuori da situazioni come questa, ma prima bisogna sudare e avere panico, per parecchie volte.
Perché quel lavoro lo vuoi, anche se non sai cosa fare.
I ragazzi sono disperati, ma alla fine dei 15 minuti, ci ritroviamo intorno al tavolo delle riunioni e tutti hanno prodotto qualcosa. Le loro scarse (diciamo quasi inesistenti) nozioni di economia non li aiutano, ma ce l’hanno messa tutta.
L’idea di Gabriele è una delle più riuscite: un grafico che precipita verso il basso disegnato come se fossero delle montagne russe. In cima alla rampa che si affaccia al precipizio, un vagone con gente divertita.
Gli diamo come titolo: Quelli che se ne fregano della crisi.
Perfetta.

Seguendo le imprese del mio amico Roberto so che il momento più difficile di una maratona cade inevitabilmente intorno al 30° chilometro. I tre quarti della gara corrispondono al momento in cui vuoi mollare, perché non ce la fai più.

Pensi: “Ma perché sono qui? Chi me lo fa fare?” E vuoi piantare tutto e ti dici che alla prossima curva basta, ti ritiri.

I ragazzi sorridono nervosamente, mi dicono che è esattamente come si sentono in questo momento.
Lo so.
Ecco il perché dello spiegone.
Ce la stanno facendo, ma sono distrutti, e vorrebbero chiudere qui.
Per correre, come per fare tante cose nella vita però, devi avere piedi, cuore, testa e stomaco. Riesce chi non si lascia abbattere dalle avversità, chi ha veramente voglia di farcela.
Correre e disegnare sono cose che si possono – e si dovrebbero – fare col sorriso, ma ci sono momenti in cui solo la carogna ti porta a vanti.
Quindi è il momento di tirare fuori la carogna.
E io tiro fuori il Dizionario dei Fanfaloni, il nostro prossimo esercizio.

I Fanfaloni provengono anch’essi da un numero del Mu.na. Si trattava di un popolo misterioso di cui ci sarebbe pervenuta un’unica pagina di storia, quella della lettera F. tra le parole del dizionario che invitai c’erano: Falpalario, Fangarone, Fangilama, Fantaluca (Elmo di), Fasano, Fasone, Felociprede, Ferosìa, Ferosio, Ferzetto, Fongo, Fangulatrice, Fangulo, Farrullone.
I ragazzi seguono il principio con entusiasmo, dimenticando la stanchezza e producendo una serie di definizioni divertentissime.

Ho perso il conto delle tappe che abbiamo superato. Siamo ormai alle ultime curve prima del rush finale. Da qui in poi i ragazzi non hanno obbligo di produrre esecutivi, ma per lo strappo finale voglio tirare un po’ e propongo ancora 3 esercizi.
E un’ora e mezzo di tempo.

Come ho raccontato ai ragazzi, non c’è nulla di ciò che hanno fatto in questi giorni che io non abbai fatto a suo tempo. In effetti molti esercizi prendono spunto da progetti realizzati o rimasti nel cassetto. Come per esempio il prossimo.
Anni fa un’amica sembrava voler aprire un ristorante e pensai di darle una mano studiando un nome e un immaginario tematico per dare una personalità al locale. Ne elaborai 20 (che lei non usò perché poi non aprì nessun ristorante).
In 30 minuti quindi i ragazzi devono abbozzare il logo di un locale e immaginarne la cucina.

Il secondo esercizio dell’ultima tripletta è inventare un museo, prendendo spunto dal mio e da altri piuttosto bizzarri presenti nel mondo.
I ragazzi hanno 30 minuti di tempo.
Vengono fuori alcuni spunti davvero interessanti come il Museo della pernacchia, dove si possono ascoltare pernacchie da tutto il mondo e in tutte le intonazioni.

Siamo alla fine. Manca mezz’ora.
Qualcuno deve andare via prima, sono tutti visibilmente stremati.
Capisco che non ce la fanno più.
Ormai siamo arrivati, il traguardo è lì davanti, ma non ce la fanno a fare gli ultimi 100 metri a tutto sprint.
Io però insisto.
Se qualcuno deve andare via prima, vuol dire che faremo tutto in 15 minuti.
Voglio impostare un esercizio su una insetto-stecco-mania, una campagna marketing per introdurre nelle case di tutti, un insetto stecco (alitrmenti chamato phasmi).

I ragazzi mi guardano con occhi pallati.

È la cosa più assurda venuta fuori in questi due giorni.
Non per niente l’ho lasciata per ultima.
Non abbiamo molto tempo, quindi ho deciso che lavoreremo solo sulla canzone.
Sono molto serio, mentre dico: “Non ve ne andrete di qui finché non avrete inventato la canzone dell’insetto stecco”.

È Maria Sole ad accennare le parole di una strofa. La correggo, per stare nella metrica, a questo punto qualcun altro accenna la melodia.
Uno, due, tre: parte il coro della canzone e i ragazzi lo ripetono due volte.

Ce l’hanno fatta.

Senza nemmeno rendersene conto, tagliano il traguardo di questa maratona impossibile, in cui hanno svolto 12 esercizi creativi in 13 ore di corso.
Lo tagliano tutti insieme, con un quarto d’ora di anticipo, tra risate e grandi applausi.
Bravi tutti.

editorialista
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