C&B Homeworks | La grande bellezza

«Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire».

Vedere La grande bellezza subito dopo (dopo qualche giorno, perlomeno) aver visto Gatsby è sembrato quasi un gioco del destino bislacco.
Ancora carico di suggestioni e ragionamenti mi ritrovavo dentro un film dove, potenzialmente, assistevo alla deriva—per quanto italiana, anzi romana e per quanto contemporanea e geopoliticamente difforme—che un personaggio come Gatsby poteva far prendere alla sua esistenza; non si fosse scontrato con Daisy e un proiettile.

Sorrentino torna in ItaGlia dopo l’esperimento fallimentare d’oltreoceano, stritolato sotto l’Ego da Actor Studio di Maurisa Laurito Sean Penn, ma non solo: lo stile e la coscienza di averli, stile e coscienza, sono peccati veniali quando si trattano con consapevolezza, This must be the place era un ridondante esercizio di stile sorrentiniano e, peggio ancora, un film noioso.
Invece il ritorno in patria da figliol non tanto prodigo, fa bene, benissimo a Sorrentino.

Ho scoperto Sorrentino tardi, con disordine (immergendomi ne Il Divo, amando L’amico di famiglia, riscoprendo L’uomo in più) e più lo “conoscevo” più ammiravo il suo modo di fare cinema: personale, sicuro di sé, grottesco e barocco ma al tempo stesso lucido, a tratti ferale a tratti surreale.

Tutto questo cinema è compresso ne La grande bellezza, che non è un film esente da difetti, che non è un Capolavoro, ma, riesce a far di errore virtù; è un film sbagliato per la cultura stessa da cui prende spunto: lo sbaglio.
E diventa un gran bel film.

Nelle scorse settimane mi pare che la critica (che poi, “la critica”, mettiamola così: la gente che ha visto il film) si sia divisa in schieramenti ben definiti: c’è chi ha amato il film (come me) e ne parla poco, o meglio non chiede spiegazioni, e forse neanche se ne dà; e c’è chi l’ha odiato, e fino a qui, nulla di strano; ma proprio questi ultimi, diciamo gli anti-sorrentiani, hanno sentito il bisogno di esternare questo “odio” via status di fb, via tweet al vetriolo, via chiedere a chiunque «l’hai visto la grande bellezza? che ne pensi della grande bellezza? ti è piaciuto la grande bellezza? è bello la grande bellezza?». Come se Sorrentino li avesse messi un po’ a disagio. O meglio, visto che il disagio è sì una delle condizioni in cui ti mette il film, quel disagio poco si addicesse a un qualsiasi pensiero critico rispetto al film. Della serie: «Anche a te non è piaciuto? Benissimo, pensiero comune mezzo gaudio, almeno so di non essere scomodo da solo».

Sono riuscito a spiegarmi?
Ci riprovo: «Dunque a me sostanzialmente il film non è piaciuto ma non sono riuscito a centrare i motivi, o meglio, visto che il film è un po’ per l’intellighenzia o per l’intellighenzia wannabe, sento che mi serve dire cose “intellighenti” sul perché non mi è piaciuto, ma non riesco a formarle da me, quindi prima di tutto chiedo, lascio parlare e mi accodo con dei “già, giusto, esatto”».
Ma serve a qualcosa fare così? Non serve a niente. E siccome La grande bellezza è anche esso stesso un film sul niente, siamo sicuri che non sia un pensiero anche quello? Il pensare niente intendo.

Il film ha per protagonista un uomo-testimone, destinato alla sensibilità.
Un uomo che in quel niente di sguazza, lo vive sia da protagonista che da spettatore, non senza uno sguardo cinico e limpido su quanto quel niente, nonostante sia, appunto, vuoto e vacuo, gli serva; un niente che riempie e svuota al tempo stesso.

Jep Gambardella—un Servillo nel perfetto ruolo di Servillo—è uno scrittore che ha sublimato lo stato di “crisi”, che ha portato allo stato dell’arte il concetto di “Blocco dello scrittore”, che ha fatto della sua mancanza di ispirazione la sua forza, la sua… ispirazione.
Forte di un clamoroso successo di critica e pubblico per il suo primo, lontano, romanzo, Jep è diventato centro nevralgico della nevrastenica “bella” (non Dolce) vita dei salotti romani: quella società “cafonal” che ha una particolarità tutta sua: i vizi e le virtù sono proprio la stessa cosa.

Un botox-party è al tempo stesso uno sfoggio di decadenza e una rinascita.
Una festa per il compleanno del caro amico Jep è imperdibile per distruggersi, rendersi ridicoli, ballare danze latinoamericane fuori tempo massimo e al tempo stesso affermare il proprio status. Festeggio, quindi sono.

E le feste—contrariamente a Gatsby—sono un punto di partenza entusiasmante (per quanto paurosissimo) del film di Sorrentino.
Si parte col botto con questi corpi tesi dall’isteria, dalla musica commerciale e dalle droghe sniffate, e si entra subito in un girone infernale, mascherato da circo: nane, ballerine, uomini piccoli, uomini grandi, mangiatrici di uomini (grandi e piccoli), mangiatrici di fuoco, il cuoco famoso, tutti alla festa di Jep.

Non proprio come lo è Gatsby (nonostante il fallimento), ma anche Jep è Grande. Lo è con una sfumatura grigia di chi è ormai privo di sogni, di chi ha fatto di uno stile di vita uno stilema, una ripetizione, un loop da cui non può (e non vuole?) più uscire, a meno di uno sforzo disumano, o di un sogno, o di un incontro.
Gli incontri sono ciò che muove il personaggio Jep. Lo immaginiamo ingabbiato in quella vita da decenni, nonostante dica «a 65 non posso più fare quello che non mi va di fare» (in perenne voce off, spettatore e al tempo stesso narratore anche della sua stessa vita) alla fine di cose che “non gli va di fare” ne fa fin troppe (intervistare performer ridicole, presenziare feste artistiche dal gusto impeccabilmente esagitato e poco signorile, scopare donne annoiate che per lavoro “sono ricche”), fino a quando un incontro lontano dalle luci di una ribalta sdrucciolevole su cui passeggia Jep, appunto il jet set (il Jep Set), tutto popolato da poco talentuosi pagliacci, lo riporta su una via—magari un po’ semplicistica—più retta, la via della “ricordanza”, della nostalgia, della Bellezza semplice e grande di un bacio salato.

Il film di Sorrentino è carico, carico come lo è il mondo che racconta. Ci sono tanti—forse troppi? devo rivederlo—spunti, tanti personaggi, tante cose dette e ancora di più pensate.
C’è Sabrina Ferilli con un corpo mozzafiato e bravissima, perfetta, dimostrazione (come già fu per Virzì) che se sai dirigere gli attori puoi far recitare anche un cotechino (lenticchie comprese).
C’è Carlo Verdone che in uno slancio di meta-sceneggiatura chiude la sua apparizione, triste e piena di romantico squallore, con la frase «Roma mi ha molto deluso», frase che, detta da Verdone, assume un significato grande ed eterno quanto tutta la Città.

Ci sono tutti gli altri, Buccirosso e Iaia Forte, c’è Serena Grandi che spaventa e impietosisce, c’è Pasotti mastro di chiavi. C’è tutta una romanità mostruosa, quella dell’incessante «M’HA ROTTO ER CAZZO», una frase più volte ripetuta ma mai con la potenza di un’incazzatura reale, quanto più un rumore di sottofondo, ormai quasi al pari di una citazione latina. A Roma c’è il traffico, i gabbiani che ridono, la gente che dice «M’HA ROTTO ER CAZZO» al telefonino.
E a Roma c’è uno Stato, interessante: il Vaticano. Impossibile non riempire, in ogni dove, il film di tonache e abiti talari, preti e pretacci, sante e santoni. Ma tutto è surrealtà, in fondo. La Chiesa stessa è la surrealtà fatta istituzione.

La bellezza del titolo è quella di Roma, dell’eterno, delle proporzioni auree delle sculture richiuse e racchiuse in scrigni-palazzo di cui in pochi hanno le chiavi; la Bellezza della città negata alla città, ai suoi cittadini, una Città, Roma, che urla sguaiata in faccia a chi non la conosce racconti di troioni con le labbra rifatte, di ricconi incravattati, di coatti in ciabatte, di calciatori prezzolati, ma che invece dentro racchiude una Bellezza antica come il mondo, che poche altre città—anzi nessuna—possono vantare: Roma è la Grande Bellezza, negata al mondo. Infatti i proprietari delle chiavi che aprono le porte che celano a noi questa Grande Bellezza sono proprio gli stessi che pretendono di trovarla servita su piatti d’argento, su un buffet gratuito alle feste di Jep.

Jep non è Jay, Gambardella non è Gatsby, eppure il parallelismo diventa quasi inevitabile. Non fosse che il richiamo molto più sensato è quello con La dolce vita, film che sono praticamente stato costretto a vedere (ammetto, m’ha rotto er mea culpa, per la prima volta).
Intanto la è Grande la voglia di rivedere la Grande Bellezza, un film pieno, stratificato, grande, bello. Bentornato, Sorrentino.

Vi copio incollo un commento di Genna (scrittore che ho grandemente amato in Hitler, forse ultimamente un po’ vittima di se stesso nell’utilizzo delle parole) sul film, postato sul suo FB:

Ho visto La grande bellezza, il film di Paolo Sorrentino. Mi sembra sbagliato il riferimento polemico a ciò che è sovraccarico e letterario: è voluto e condotto molto bene, la recitazione è testuale, come raramente mi è capitato di esperire (la dizione allitterante e consequenziale ai ritmi della frase è proprio l’interpretazione corretta di un testo poetico). Angosciante presenza metanarrativa dell’editor di Stile Libero Einaudi, Severino Cesari (l’altro editor, Paolo Repetti, appare in una microsequenza inutilissima). Non c’è storia nel senso algoritmico; forse, se perfino un’arte attardata come il cinema se ne accorge nel mainstream, anche i narratori prenderanno in considerazione l’ipotesi che le storie non sono propriamente ciò che scrivono. Assolutamente da considerarsi fuori registro i riferimenti alla “Dolce vita” di Fellini, nati con la complicità non so quanto furba di Sorrentino, che è andato a piazzarsi proprio a quella longitudine e quella latitudine. Del resto, a oggi, leggendo i commenti, ci si chiede quanto è stato percepito di quel capolavoro felliniano. Non c’è un briciolo di trascendenza in tutto ciò e, per questo motivo, non si tratta di un’opera d’arte. Non si tratta però nemmeno di un’opera sociologica, poiché l’apparizione delle terrazze non è motivo precipuo ma unicamente occasionale (peraltro, non si tratta soltanto di Roma: è un mix tra i salotti di Milano e Roma). Il momento più alto è una di quelle che con Igino Domanin chiamavamo “ipostasi Lounge”: appare Antonello Venditti, da solo, a cena, il cuoio umano scintilla di una luce sinistramente accecante – però trattasi di Venditti e non di Sorrentino. Insomma, non è “Cafonal” e nemmeno “La dolce vita”. Ha momenti estetici che non sono metafisici. Tutto è assai calcolato inutilmente, sovrabbondano i carrelli inutili. Al massimo, si arriva all’esotico (una giraffa vivente nel Colosseo, ma c’è già il Colosseo in quanto arcaico nel presente – e non è trattato come tale). Toni Servillo non è né Marcello Mastroianni né Ryan Gosling. Forse Sorrentino non aveva le ambizioni che gli attribuivo, nel qual caso mi chiedo perché, non avendo ambizioni alte e desiderio di rischiare, uno si metta a fare un film costoso. Tra l’altro un set con quei nomi è molto più di una terrazza romana ed è il primo immediato analogo che si coglie. Quindi si può asserire che Sorrentino ha fatto un film sul cinema: non come lo fece Fellini, bensì in linea con l’ipocrisia naturale del 2.0, finora incapace di partorire l’opera d’arte.

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