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L’ho già detto e lo ripeto, per noi “Romani de Roma” vedere oggi un film di Carlo Verdone è una stilettata al cuore.
Non tanto perché i film siano semrpre terribilmente brutti (e alcuni lo sono) ma perché proprio quella che era la forza dei film di Verdone, è diventata la vera, unica, abbacinante debolezza: Carlo Verdone.
Esatto.

Con le citazioni di Verdone noi romani ci siamo cresciuti e ne siamo fieri, sono come gli scalini di Regina Coeli, se non li hai mai saliti non sei romano… Ecco, se non hai mai citato un film di Verdone non sei romano. E stoppe.
E la sparo grossa, ma per i romani e la romanità tutta, Verdone è più di Troisi per il sentirsi napoletano, più di Benigni per il sentirsi toscano, più di Boldi nel sentirsi milanese (pora Milano…)
Ecco. Verdone è Roma, e viceversa, i romani sono Verdone.
E Verdone ha sempre dipinto Roma con un tale sentimento da potersi permettere di rappresentare il coatto con tutta la sua coattaggine maleducata e fastidiosa e farsi amare dal coatto stesso, a mia memoria l’unico che viene citato dallo stesso oggetto della sua citazione. Unico davvero.

Eppure, ad un certo punto della sua carriera, Verdone non è riuscito più a rappresentare il tempo che vive. E la cosa peggiore è che invece si ostina a volerlo fare; e sbaglia nel continuare a voler rappresentare questo tempo, che non è più il suo tempo, e lo fa da vecchio trombone buonista e a sprazzi da fastidioso moralizzatore.
Lui, proprio lui, è l’anello debolissimo di un film altrimenti piacevole, fatto di un’idea carina e di attori divertiti (quando non perfetti nel caso di Giallini, che dona sé stesso a Verdone come sapeva fare tanto tempo fa De Sica, Christian…), Favino bravo anche in un commedia e la Ramazzotti che fa quello che le riesce meglio, la dolce coatta (i personaggi femminili che sceneggia Verdone sono ormai talmente bidimensionali da meritare di esser chiamate le Figurine; nel senso di Panini).
E poi c’è Verdone, imbolsito, perso sempre di più nelle sue espressioni da “patata”, nostalgico collezionista musicale che avrebbe anche un tantinello rotto le palle co’ ‘sta musica anni ’70 che dio mio! Esiste musica bella anche oggi! Basta co’ ‘sto Hendrix! E infatti, di nuovo, una colonna sonora miserabile (fatta poi di grandi pezzi del passato, ma inseriti talmente alla cazzo che diventa solo vecchiume), una regia a dir poco televisiva con degli effetti di transizione che manco io dopo un’ora di iMovie, una gestione degli spazi da teatro parocchiale e venti lunghissimi minuti finali di buonismo patetico e vecchiardo che ammazzano il film, fino a quel momento guardabile (ripeto, quando non c’è Verdone)…

Peccato no. Proprio lui, Carlo, Carlo Verdone! Manuel Fantoni… ma la senti la musicalità… voi mette co’ Cuticchia Cesare…
Per me comunque vale la visione perché – fatta eccezione per Verdone – gli altri tre se la meritano tutta. Certo si perde nella memoria l’ultima frase di un film di Verdone da citare – “lo famo strano” – ma già era una minestra riscaldata.
Quanta tristezza, ripigliamoci con la solita visione nostalgica da vecchi tromboni – cadendo esattamente nell’adagio alla naftalina in cui è caduto Carlo: non esiste più il Verdone di una volta.