Assenzio. E’ l’afrodisiaco dell’io.

E’ da quando mi è arrivato l’invito per la presentazione al Fuorisalone del “nuovo” Assenzio Pernod – nuovo-tra-virgolette perché in realtà si tratta di un Grande Ritorno, come una nostalgia che riesci a trasformare prima in prospettiva poi realtà (potere riservato solo ai grandi sognatori, magari sotto l’influsso della fatina verde o, come scriveva Queneau nel suo Icaro involato: «esso [l’assenzio] eleva lo spirito come il pallone la navicella. Trasporta l’anima come il pallone il viaggiatore. Moltiplica i miraggi dell’immaginazione come il pallone i punti di vista sul globo terrestre. È il flusso che trascina il sogno come il pallone si lascia guidare dal vento») – è da quel giorno, dicevo, che ho iniziato a spedire via mail, a pubblicare su facebook e a linkare su twitter la famosissima scena di uno dei miei film-feticcio, Dracula, dove Gary Oldman/Draculia affascina e stordisce WinonaRider/Mina con le parole e con l’aiuto del magico distillato, video che non aspettavo altro che postare “ufficialmente” pure qua:

Il fatto è che per un marchigiano come me, per genetica e cultura (fortissimamente) portato a tirar fuori quella veritas che solo a volte in vino arriva ma che sempre ti sorprende quando ti perdi in un annebbiato liquore all’anice, inseguendo dal fondo del bicchiere scivolose malinconie che evaporando via ti lasciano addosso una strana, artificiale serenità a rinvigorir lo spirito e ad ispirar stornelli, quasi desse il la ad una melodia ed un ritmo che hai già scritti dentro al dna ma assopiti, in quiete, tra le pieghe stanche del viver quotidiano.
Il Varnelli, questo l’elisir di lunga vita della stirpe mia, che da un bancone di un circolo di operai e pensionati qualcuno prima o poi ti presenta come un amico ad un amico. Allungato con acqua fredda (il nebbiò), a opacizzarne la trasparenza, metafora di quel che fa con la stanchezza e l’abitudine o – spesso coincidendo – con la lucidità. Un rapporto che si fa poi complicato finché non scopri che la ricetta della felicità sta nell’infedeltà, in lunghi corteggiamenti e fughe spietate, ché poi a ritrovarsi faccia a faccia dopo tanto tempo sa di grande incontro, di occasioni da sfruttare, di attenzioni meritate. E di varianti.
C’è l’amico che torna da un viaggio e si apre assieme un bottiglia di vero assenzio, che poi diventa pure la base per bizzarri esperimenti (il turbo-special cioè 1/3 Varnelli, 1/3 Assenzio, 1/3 Pastis: do not try this at home…) e allora inizi ad esplorare il versante verde e nobile dell’anice, che in quanto a storia ed iconografia dà (per spirito campanilista aggiungo “purtroppo”) cento leghe al più proletario spirito marchigiano.

L’assenzio prende il nome da una delle erbe usate per produrlo, l’artemisia absinthium, che fa compagnia all’anice verde ed al finocchio, raramente con l’aggiunta di anice stellato, coriandolo, melissa o isoppo.
L’ “invenzione” del distillato pare abbia origine in Val de Travers, in Svizzera, nel Cantone di Neuchâtel, ed i personaggi coinvolti sono diversi, sebbene non sia chiaro chi per primo abbia preparato la verde bevanda per come la conosciamo oggi.
Si sa, ad esempio, che una certa M.me Henriod distillava già assenzio negli anni ’60 del XVIII secolo mentre uno dei presunti “padri”, il Dr. Pierre Ordinaire, che lavorava nella stessa valle, lo somministrava ai suoi malati.
La prima versione commerciale porta il nome del Maggior Dubied, uomo d’affari della zona che però pare pagasse il “copyright” alla Henriod ma che poi abbia creato una ricetta tutta sua. Incapace nell’arte della distillazione, Dubied assunse un ventunenne del posto, Henri-Louis Pernod, che qualche anno più tardi si mise in proprio e fondò l’omonima, celeberrima distilleria nel 1802, aprendo una filiale anche oltreconfine, in Francia. Rimasto vedovo a soli ventinove anni, Pernod sposò la figlia del suo vecchio capo Dubied.

Rimasto confinato in zona per più di un ventennio, l’assenzio finalmente ebbe il suo primo, vero successo dopo l’invasione francese dell’Algeria nel 1830. L’assenzio infatti era perfetto per depurare l’acqua ed evitare che i soldati si ammalassero di dissenteria o di malaria.
Tornati in patria i veterani, l’elisir di Monsieur Pernod si diffuse tra la borghesia parigina, affascinata da quella bevanda da soldati (suona familiare perché il borghese medio è in effetti uguale a se stesso da secoli e lotterà fino alla morte, con furbizia e pochi scrupoli, per non cambiare mai). Nel 1870 divenne addirittura bevanda nazionale, dopo che un parassita decimò le viti ed il vino divenne merce rara ed il paio d’ore dalle cinque del pomeriggio alle sette di sera, più o meno l’odierno happy hour, si chiamava l’ora verde.

Da lì in poi la storia è nota, con pittori e poeti francesi prima (un elenco minimo reciterebbe: Verlaine, Rimbaud, Baudelaire, Manet, Degas, van Gogh, Toulouse-Lautrec… sembra la formazione della squadra del cuore delle mamme “alternative” e di vanagloriosi adolescenti con il pallino della poesia) e più tardi la cosiddetta generazione perduta di Hemingway e Fitzgerald, a farne da “testimonial”.

Nel 1915 però, l’idillio della cultura occidentale con la fatina verde s’incrinò. Troppi alcolizzati per le strade, c’era bisogno di un capro espiatorio e lo si trovò nel tujone, principio attivo contenuto nell’artemisia dall’effetto nocivo solo se ingerito in quantità industriali (servirebbero litri e litri di assenzio per avere un qualche effetto nocivo da parte della sostanza, con l’alcol che di sicuro ti ha fatto fuori molto prima) e paragonabile a quello di anetolo (dall’anice) e fenolo (dal finocchio) che però la passarono liscia proprio come il vermouth (altro portatore di tujone) e non finirono fuorilegge.
La Pernod  Fils a quel punto depose dal trono il re assenzio e lo sostituì con il più innocuo Pastis, a base di anice stellato.

Oggi l’assenzio non è più illegale ma il contenuto di tujone viene ridotto in fase di produzione, cosa assolutamente ininfluente (ma non per la legge) perché pure le mitiche bottiglie tanto decantate dai poeti maledetti ne contenevano in realtà in quantità anche minori rispetto all’assenzio che Pernod ha ricominciato a produrre.
Un grande ritorno celebrato dal magnifico set che vedi nella foto qua sotto, progettato dal designer francese Pierre Gonalons, e che dopo lo spudorato elemosinare del sottoscritto (conseguenza di un bicchierone di prova degustato alle quattro del pomeriggio) forse arriverà pure qui in casa, per discontinue e rituali serate ad aspettar che fredde goccioline d’acqua consumino – come ricetta tradizionale raccomanda – la zolletta di zucchero poggiata sopra l’apposito cucchiaio forato, ché in tal modo non ti sbagli neppure nella quantità di “allungo”, evitando l’assurda pratica anni ’80-’90 (in piena era flambé quando dessert, secondi, frutti di mare e bicchierini di Sambuca fiammeggianti erano la norma) di incendiare la zolletta sprecando prezioso elisir.

In attesa del regalo che ormai, fatto pubblico, non potranno più rifiutarsi di spedirmi con il sorriso sulle labbra, da Pernod ho ricevuto un piccolo aperitivo: due bicchieri e un libro sulla storia dell’assenzio edito dal Musée de l’Absinthe, libro che ho saccheggiato senza remore per scrivere questo post, senza dimenticare di cercare conferme o smentite in rete (in tal proposito puoi cercare su Google “assenzio dreamweaver80”, quest’ultimo un grandissimo cultore, a quanto pare, che per fortuna del sapere collettivo non manca di dispensare consigli qua e là per il web).

Nota per i fanatici o i futuri tali: l’Assenzio Pernod sarà disponibile in Italia già da questo mese ma inizialmente solo in alcuni locali milanesi (grandissima ingiustizia, lo so).
Per informazioni e per fare pressing per una distribuzione nazionale più rapida possibile, ecco la fan page su facebook.

co-fondatore e direttore
    1. E' verissimo quello che dice Andrea: il rito, seppur non troppo lungo ha comunque tempi diversi da quelli del classico cocktail bar.
      Altro "problema" è la gradazione alcolica piuttosto impegnativa per bevute frettolose.
      Bevute da 68% vanno "chiacchierate", ché se mangi bene e parli bene puoi bere di più senza biascicate, svarioni e mal di testa del giorno dopo.

  1. Probabilmente per varie ragioni, ma la più importante è quella commerciale. Come il b-52 che è flambè e deve far scena, anche l'assenzio andrebbe servito al tavolo, con bicchiere cucchiaino specifico, e zolletta di zucchero, tutto questo logicamente rallenterebbe troppo il servizio. E' come se in una sala da tè servissero alla maniera giapponese.
    Non dubito però che in qualche locale particolarmente chic con tempi di servizio più rallentati non possa essere richiesto.
    A presto.
    Andrea

    Ps. La confezione è uno spettacolo…

  2. Salve a tutti, ho letto con grande piacere l'articolo ed è da più di un anno che cerco invano di assaggiare dell'assenzio autentico ma senza successo. Sono del sud Italia, precisamente della provincia di Napoli e mi chiedevo se qualcuno di voi sapesse dove trovarne, possibilmente nelle vicinanze.
    È un peccato non riuscire a trovarne. Personalmente amo l'epoca Vittoriana, la Bèlle Époque, e un bicchiere di assenzio autentico, degustato nella maniera corretta (E non flambé) mi farebbe davvero piacere. Purtroppo l'ignoranza è tanta. Quando mi reco in un bar chiedendone un po' mi sento dire: "Ma non è illegale?" o ancora: "Ma non è una droga?" e altre risposte simili. Se qualcuno di voi conosce qualche negozio, anche online (Affidabile) gliene sarei grato.
    Andrea.

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