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C&B Homeworks | Super 8 + Attack the Block

super8 11Super 8

Primi anni’80, mia madre mi porta al Cinemino dei Piccoli (in Roma, un palazzetto minuscolo con uno schermo ancora più piccolo immerso nel verde di Villa Borghese) a vedere Biancaneve e i Sette Nani.
Nel bel mezzo della scena dove la strega cattiva chiede «chi è la più bella del reame?», C&B si alza sulla seggiolina e dall’alto del suo metro e scostandosi dalla fronte un caschetto che neanche Javier Bardem in Non è un paese per vecchi urla a squarciagola: «Biancaneve è più bella ‘e tte!». Ero entrato nel magico mondo della cinematografia. Ci ero proprio entrato dentro… Non ne sarei più uscito.

Da lì in poi sono stato un Goonie, sono stato un Explorer, sono stato un Karate Kid, ho viaggiato nel futuro, sono stato miniaturizzato e sparato dentro il corpo di Martin Short, ho fatto il cacciatorre di fantasmi, ho visitato un piramide e ho avuto paura, ho cavalcato una specie di drago-cane bianco, ho attraversato un labirinto per trovare un tizio in calzamaglia che cantava, ho dato da mangiare dopo mezzanotte a un esserino peloso (l’avessi mai fatto), ho avuto grossi guai in quartieri cinesi, ho dato calci nelle palle a uomini lupo, ho torvato l’Arca dell’Alleanza, ho nuotato con uno squalo, ho aiutato un robot supidone e sono stato immortale.
Ora sono un trentasomething e non mi stupisco più di niente. Il mio cineblog sottotitola: per chi ama odiare il cinema. Perché vedo 1500 film l’anno e mi stupisco una, due volte. Lo odio, il cinema di oggi.
E l’unico placebo è nutrirmi di nostalgia. Mangiando film che mi ricordano quando ho salvato il mondo con un papero al mio fianco.
Quest’anno c’ha pensato Spilbi, proprio lui a cui tutti dobbiamo tanto (io, voi, Dawson…) che ha dato il permesso a J.J. Abrams di prendere i nostri cuori teenager e strizzarli, facendo un film che più spielghiano non si può: Super 8.

Spilbi! A Spilbi sarebbe piaciuto… anzi, a Spilbi è piaciuto, anzi al superes di Spilbi proprio gli ha fatto venire un’erezione che era dal 1998 che non ce l’aveva così.
Perché Gigetto Abrahams riesce – e ci riesce – nella fusione in cui Spilbi stesso aveva fallito: fondersi con Kubrick, facendo quel guazzabuglio di momenti riusciti e altri parossistici, di giustificazioni personali e roba new age che era A.I.
Invece Abrahams rifà Spilbi e ci aggiunge il suo di tocco personale, quello fatto di fronde che si muovono e deve per forza essere una creatura dalle dimensione gargantuesche, esperimenti segreti condotti da dottorini col camice bianco, crea un mondo virale fatto di citazioni (hai visto il Bar Locke, alla fine?) e ci fa ridere con la Romero Corporation nel filmino finale. Abrahams cita. Ruba, ricostruisce (quanto si devono essere divertiti a ricostruire quel distributore con tutti i packaging d’antan), scopiazza, ripropone… fa poco sforzo e riesce nell’impresa: farci già capire verso metà film che collanina
Ora, non ho molto da dire, pare strano, sarà che mi sono lasciato andare, che avevo proprio bisogno di un tuffo nel passato. Non sono incattivito, e mi sono lasciato trasportare da una visione che è sincera, che ti prende per mano e ti fa “adesso ti faccio ricordare di quando eri bamboccio e credevi che un giorno anche tu avresti trovato il tesoro di Willy l’Orbo.

Incontri ravvicinati del terzo tipo e pedalare! E che non siano loro è chiaro anche dalla scelta (azzeccata) di non fare del protagonista anche il capetto della combriccola, anzi, quello che di solito era il joker (il ciccione) qui è un despota orsonwellesiano.
Quindi ok non sono loro, e su questo siamo d’accordo, ma quando mai le cose sono come ce le ricordiamo? Siamo sicuri che tutta la nostra nostalgia non ci giochi un brutto schermo e ci faccia pensare che quelli erano capolavori assoluti e Super 8 la merda totale solo perché si permette di citarli? Di riportarci indietro? Non saremo incattiviti più con il concetto di non “saper sognare” più di fronte a un film come Super 8? Perché quando vedevamo i Goonies, e Ritorno al futuro e Explorers ed E.T. non ci chiedevamo neanche chi erano gli attori, il regista, gli effetti speciali sono belli o no?
Quando ci sedevamo sul divano a vedere Gerry Scotti vestito da mago in Serata Fantastica (e fidatevi, anche se in wiki non c’è, che io me lo ricordo che scendeva le scale finte fatte col Commodore) e c’era solo la speranza che il film ci risucchiasse dentro.

Super 8 non è la merda, perché in sala con me ho visto tanti ma tanti 14/15enni, in comitiva o con la ragazzina a cui tentare di prendere la mano. I ragazzini del film non sono quelli che noi ricordiamo come miti assoluti, ma neanche noi siamo quelli che ci ricordiamo. I ragazzini di Super 8 però potrebbero essere quelli, e quelli al cinema accanto a me, potrebbero essere me vent’anni fa. E questo basta per farti pigliare bene il film.
Certo, come Rambaldi insegna, quando all’alieno spuntano gli occhi umani, vabbè, inoltre ci sono dei buchi di sceneggiatura grossi quanto le domande che ha lasciato in sospeso Lost, ma la verità è che mi sembra sia palese (e quindi ci leggo un fondo di nerdosa sincerità) che Abrahams ha fatto questo film per entrare nella combriccola Spilbianae poter invitare Spilbi sul set.

Il film è uscito mesi fa. Ma dalla scorsa settimana è uscito in Blu-Ray. Io però mi vorrei comprare il VHS. C’è? No?
TI ODIO CINEMA!

Ma a volte il cinema se la prende per il troppo odio. E si impegna a recuperare la fiducia perduta. Con film che non ti aspetti. Con film che ti stupiscono. Con film “da teenager” che riescono a riproporre lo stupore di un tempo, ma con tematiche e protagonisti del tutto attuali. Ecco che nel 2011 esce un film che fa da specchio a Super 8: Attack the Block. Un film dannatamente cool, made in UK, con dei ragazzini che a quelli amerigani gli mangiano in testa e degli alieni talmente puppy che ne vorrete un cucciolo a casa!

attack the blockAttack the block

Ed eccolo qui, il cataclisma del 2011. Il primo vero total addiction, il primo film veramente ma veramente fico (dove fico sta per ganzo, tosto, togo, cool… dipende da dove vivete geograficamente e quando vivete temporalmente).
Un po’ si sapeva, aspettative ai massimi livelli da mesi, aspettative pienamente ben riposte. La storia di un’invasione aliena nella periferia dall’accento incomprensibile londinese faceva presagire belle cose sin da subito, non solo perché la cinematografia inglese è viva e lotta insieme a noi, ma proprio perché gli abitanti delle periferie londinesi (quelli che da noi chiameremo coatti) sono diventati una vera e propria classe sociale cinematografica a sé stante. Li avevamo incontrati in Eden Lake, ed erano cattivissimi, li avevamo sentiti parlare (anche troppo) in Cherry Tree Lane, li abbiamo visti (quattro anni fa, e di nuovo adesso) persi nelle loro teste rasate vuote in This is England e poi, occupati in scazzotate calcistiche o come pesci nella boccia di vetro, erano i protagonisti di The Firm e Fish Tank. Insomma, sono i nipotini di Renton e Co., ma al contrario dei loro zii strafatti loro sono molto più arrabiati, molto più cazzuti, e hanno l’accento ancora più stretto.

Attack the block è quello il film che meglio sintetizza il concetto di attitude da molto tempo a questa parte. Ci sono gli alieni (poi ne parliamo) vs i ragazzi di borgata. Ogni volta che vedo un film che riesce così bene a scordarsi quel nostro bisogno insano di fare i film di borgata triste e solitaria, pasoliniana e disperata (parlo di noi itagliani), ecco, mi viene proprio un’incazzaturina di fondo: ma perché? Per quale fottuto motivo noi non siamo capaci di immaginare una cosa del genere? E vi assicuro che in quanto a budget, non è che certo stato Avatar.

Si tratta proprio di avere le idee chiare: non tanto fare un film sui giovani, o per i giovani, ma fare un film giovane (dove ci riusciva, certo con modalità e tematiche diversissime Scott Pilgrim lo scorso anno). Un film dove i protagonisti non sono macchiette o macchinette, sono loro, parlano sboccati, ma li ami dopo un secondo, sono criminali, ma sono anche eroi, sono, per dirla in parole poverissime: perfetti, reali. Sono ragazzi di strada e noi ci prendiamo gioco di loro, facendone sempre e solo un ritratto bidimensionale di tristezza e sogni infranti, di violenza e povertà. Invece in Attack the Block, sono tristi, hanno sogni infranti, sono violenti e poveri, ma sono anche dannatamente eroi, per caso certo.

E chi l’ha detto che dei debosciati non possono salvare il mondo dagli alieni? Lo facevano altri due (che c’entrano molto con questo film) in Shaun of the Dead, e non è un caso che faccia la sua bellissima comparsa quel LOLciccione di Nick Frost e ci sia in rete questo alienquiz (dovuto anche all’altro progetto alieno, meno riuscito, Paul):

La stessa sensazione che si prova a vedere Misfits, esperienza fantastica, ma con una modalità estremamaente contemporanea (dai personaggi sboccati, alla grana, agli effetti speciali non così “speciali”). E l’iniezione di realtà in un film così fantascientifico è la cosa più cool (fica, ganza, toga(!)) di tutte, la cosa proprio che te lo fa amare alla follia.

E poi quei mostri, quei deliziosi, spietati, battuffolosi, per certi versi miyazakiani Gorrilla Wolf, chi non lo vorrebbe un Gorilla Wolf in casa. Perché poi, a parte quelle volte in cui ti stacca la testa a morsi, un Gorrilla Wolf è anche utile perché tipo se va via la luce quello ha i denti luminescenti e ti porta al quadro elettrico. E a parte gli scherzi, sono bellissimi, i neri che più nero non si può, alieni di Attack the Block.

Perché non sono (solo) fatti col computer. E nella scena di fuga di Moses li vedi proprio che sono lì, sono reali, non sono degli stupidi poligoni uno sull’altro.
Prendete Alien, quando sbava acido su Ripley a un centimetro di distanza. Poi prendete gli insetti giganti di Mimic (per dire). Ecco… la differenza è tutta lì: se sul set c’è davvero il mostro, ci sarà anche sulla pellicola. E, come tutti i film che ci fanno drizzare i peletti teen, ecco che l’attitudine di AtB si riversa in rete, con queste belle prove d’illustrazione –>

E l’attitudine si espande e va oltre il film, e quando una cosa è “illuminata”, regala Luce e Bellezza a tutto quello che ha intorno, anche – e qui rasentiamo la genialità, oltre che un certo qual rosicamento, trattandosi di carta stampata, mio pane quotidiano – alla magnifica immaginifica cover del numero dedicato di Little White Lies, luminescente e abbagliante.

E, per finire, non azzardatevi ad aspettare Attack the Block in italiano, vorrebbe dire perdersi metà della sua coolaggine.
C&B già è impegnato nella preparazione delle cartelline dei prossimi Awards, e Attack the Block ha già prenotato un posto sul podio.
E i ragazzini americani tutti sogni e cinepresine di Super 8, senza neanche essere usciti di casa, sono già stati massacrati di botte dai teppisti di AtB, altro che alieni che manco si vedono. Vedere ora, e preparare i fuochi d’artificio:

http://www.youtube.com/watch?v=omlNmv19Hoc

TI AMO CINEMA!