C&B Homeworks | Bobby Fischer against the World

Bobby Fischer è una di quelle figure che diventano iconiche senza neanche volerlo. Tanto iconiche che infatti quando facevamo una certa cosa che era composta di pagine e illustrazioni e testi e c’era dentro una rubrica chiamata iCons, facemmo questo ↓

testo di Zvetkov | illustrazione di MkLane

Ecco. Bobby Fischer è una di quelle figure che rappresentano in carne e ossa la parola destino. Vi serve un esempio? Vi basti sapere che la madre si chiamava Regina. Non so se rendo. Regina. (Che ok, Regina vuol dire regina solo in italiano, ma, ehy, le lingue parlate non sono solo un’invenzione dell’uomo? Non è il significato quello che conta?). Ne volete un altro? Bobby Fisher è morto a 64 anni, il numero di caselle su una scacchiera.

Questi alti ragionamenti il documentario non li fa, ma io sì, perché su Bobby Fischer leggenda umana io mi ero già informato. Leggendo due bei libri:

– La psicologia del giocatore di scacchi di Reuben Fine, Adelphi 1976
– Re in fuga. Le leggenda di Bobby Fischer di Vittorio Giacopini, Mondadori 2008

Inoltre anni e anni fa avevo (quasi) fatto un megalibrone a fumetti dedicato alla vita di uno scacchista immaginario dove ogni disegnatore doveva creare un pezzo di vita e un pezzo degli scacchi. Io avevo il cavallo (vi risparmio la visione). Poi chiaramente della cosa non se ne fece nulla, perché tra scacchisti (contattati per farmi avere alcune partite storiche e vederli litigare per quale fosse più storica dell’altra) e fumettisti, poi ho scelto una terza via. Le dame.

Detto questo Fischer mi è sempre stato simpatico, un pazzo come pochi sono apparsi sulla Terra (cioè tipo Caligola per capirci), pazzo e al tempo stesso sfortunato, bianco/affascinante e nero/ributtante (sul finale della sua trista vita), e mi sono sempre chiesto “che cosa aspetta Hollywood a farne un filmone con gli attoroni, tutto in bianco e nero logicamente. Sai chi potrebbe farlo Bobby (oltre a Celentano 50 anni fa? Pare assurdo ma erano u-gua-li), John Hawkes. Oppure sì, Adrien Brody. Fosse bravo.

Insomma il film fiction non lo fanno, forse per il motivo espresso da Sesti [capoccia sezione Extra del Roma Film Festival, dove il documentario è stato presentato, n.d.r.]: se andaste da un produttore con una sceneggiatura dedicata ad uno scacchista e decideste di chiamare la madre Regina e farlo morire a 64 anni (come le caselle della scacchiera) e ci metteste scene di lui che accarezza cavalli e si arrocca in alte torri, quello vi guarderebbe chiedendovi “ah, è un film fantasy quindi?”.
Ma, la vita di Fischer è, innegabilmente, la vita vera di Fischer e in mano ad un regista “coi controcoglioni” sarebbe un grande grande film (che poi, diciamocelo, vuoi che Fischer non avesse pensato già da tempo di morire a 64 anni? Uno che può prevedere 400.000 mila mosse dell’avversario non si era già fatto questo conto?).

Il documentario è oltremodo affascinante, ma solo perché oltremodo affascinante è il suo protagonista e le immagini di repertorio: vita e immagini dense di simbolismi scacchistici e paranoia, ma di per sé non raggiunge un livello cinematografico, è gestito in maniera un po’ troppo didascalica, da libro di testo, da biografia filmata e nulla più, tralaltro con salti temporali che neanche l’alfiere salta così, un film senza molta poesia, sentimento, non a caso è un prodotto tv. HBO. Interessante per carità, ma è interessante anche questo:

Oppure dei film che li trovate su YouTube di uno che misteriosamente si fa chiamare BiancoeNero64, wow, che menti a dedalo questi scacchisti.
Rimane la speranza che facciano un film fiction bellissimo di Fischer, ma è una partita patta contro la speranza che non lo facciano mai, perché tanto si sa che finirebbe in vacca come quell’altro film schifoso su quell’altro grande uomo (Houdini).
E io che evito di proposito quasi tutti i giochini dialettici su “partita con la vita”, “dà scacco”, “era un pedone in mano agli americani” ho vinto.