Curiouser and Curiouser: un’intervista a Livia Satriano

Prima in un diario adolescenziale, poi in una lettera di presentazione, ho scritto che non me ne voglia il coraggio, ma la curiosità è decisamente l’unica soluzione efficace per me per stare nel mondo e non sentirmi mai sazia. Un po’ estremista, ma in fondo è l’unico aspetto della mia personalità di cui non nego l’esistenza e a cui riconosco il merito di saper convincere un certo male di vivere piuttosto impertinente ad abbassare temporaneamente le armi, abbastanza a lungo da trovare sempre qualcosa in cui perdermi e di cui appassionarmi.
Incontrare virtualmente Livia Satriano, che nella vita si occupa di creative content e visual research, mi ha confermato che sia l’adolescente che la candidata al posto di lavoro non avevano tutti i torti nel lasciarsi andare in certe affermazioni. Non solo perché Livia è curiosità ed entusiasmo allo stato puro, ma perché riesce a fare una cosa che in pochi sono riusciti a fare così bene, ovvero condividere queste parti di sé stessa con gli altri, aprendo loro ben più di un solo mondo.

È stato un percorso iniziato con le prime pagine Tumblr, è passato attraverso la scrittura di due libri sulla musica del passato — No wave e Gli altri Ottanta — e la cura di show radiofonici e podcast, ha raggiunto una delle sue tappe più belle e significative con la creazione di Libri Belli nel 2017 e ora è approdato in una serie di eventi, dal titolo Curiouser and Curiouser, in cui si imparano a conoscere i volti dietro alcuni progetti visivi e profili Instagram dedicati alla raccolta di immagini e oggetti su temi specifici.
L’ultimo incontro sarà il 29 novembre, presso Santeria Paladini a Milano, dove Livia ospiterà l’artista Kensuke Koike, che raccoglie le sue creazioni anche nel suo profilo Instagram Today’s Curiosity.

Prima che quest’ultima chiacchierata avvenga, propongo a Livia di essere lei l’intervistata per una volta, per raccontarmi come un canale Telegram si sia trasformato in momenti di condivisione nel mondo reale.

«Federico Seneca, Manifesto per pastina glutinata Buitoni, 1929».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 9 febbraio 2022)
«Buondì! 🌞 Cosa c’è di meglio di una bella immagine succulenta per iniziare? Se vi piacciono i lamponi, le nature morte che sembrano vivissime e i pittori dai nomi strani allora amerete di certo il lavoro del pittore Carducius Plantagenet Ream. Andate a cercare i suoi dipinti, io intanto vi lascio qui il mio preferito, direttamente dal 1870».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 21 gennaio 2021)
«“Il re di formaggi” (1830), ovvero una vignetta satirica che raffigura Guglielmo I, re dei Paesi Bassi».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 30 giugno 2022)

Ammetto di aver cercato su Google “Curiouser and Curiouser” per capire da dove arrivasse questo nome. A detta del motore di ricerca, si potrebbe trattare di un riferimento ad un album e ad un brano dei Chemical Alice o di una citazione da Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Solo tu puoi sciogliere questa impasse.

È una citazione da Alice nel paese delle meraviglie.
Lei, ad un certo punto, esclama: «Curiouser and Curiouser!», che in realtà è un errore, perché il comparativo di maggioranza di “curious” dovrebbe essere “more curious”, non “curiouser”. È impossibile perciò tradurla, potrebbe essere tradotto come “Curioserrimissimo!”, ma si tratta sempre di una parola che non esiste. Alice lo urla perché è tanto meravigliata da ciò che vede che non riesce più a esprimersi in maniera corretta. Ed è quello a cui puntavo: mostrarti qualcosa che non conosci o che si è perso nel tempo, che ti può sorprendere fino a farti perdere l’uso della parola.
Mi piaceva l’idea di tornare un po’ bambini, quella sensazione di meraviglia e stupore che mi piacerebbe che le persone possano provare, anche in parte, quando vedono determinate cose.

«Buona domenica a tutti! 🌞 Facciamo un salto nel 1594 con le pazze geometrie di un manoscritto tedesco su armi da fuoco e fuochi d’artificio.».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 31 gennaio 2021)
«Shopping bag a tema falce e martello, 1985.
(Da quella favolosa risorsa online che è la ricerca fra le collezioni del Cooper Hewitt Museum)».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 8 settembre 2022)
«Ieri mi sono imbattuta in questo sito che non conoscevo e che voglio assolutamente condividere con voi. Si chiama Mediumistic Art ed è dedicato ad artisti “visionari”, la cui arte e poetica è intrisa di idee filosofiche e spirituali. Penso a nomi come Hilma af Klint, Annie Besant o Emma Kunz, ma sul sito ne troverete e scoprirete molte e molti altri».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 13 ottobre 2022)

Ripercorrendone un po’ la storia, “Curiouser and Curiouser” nasce inizialmente come un canale Telegram. Come sei finita a crearlo?

Il gruppo è nato a gennaio del 2021, in un periodo ancora pandemico.
Ero parecchio insofferente nei confronti degli algoritmi di Instagram, soprattutto per il fatto che, man mano che il mio profilo di Libri Belli cresceva, meno persone vedevano quello che pubblicavo. Mi dispiaceva moltissimo, perché Libri Belli è stata sempre una pagina che è cresciuta in maniera completamente organica. Perciò volevo sondare altri canali e ho pensato a Telegram.
In realtà non ero, e non sono tuttora una grande utilizzatrice di Telegram, personalmente, però sapevo dell’opzione del broadcasting, ovvero che ci sono persone che ti seguono e tu pubblichi cose che arrivano a tutti gli iscritti al canale. Mi attirava anche questa sensazione di fare le cose un po’ di nascosto, se si pensa alle dinamiche di Telegram e di cosa ci finisce dentro.
Volevo condividere chicche con le persone ed è per questo che ho deciso di aprire il canale, che poi è una wunderkammer formato Telegram. Mi imbatto spesso in cose interessanti, anche grazie al lavoro, per il quale mi capita di frequente di dover fare ricerche di tipo iconografico. Alcune di queste le scopro per pura serendipità, cerco una cosa specifica e invece mi imbatto in tutt’altro, scoprendo nuovi mondi. La gran parte di ciò che condivido comunque sono contenuti di tipo visivo, spesso legati al passato e al mondo degli archivi, dimenticati o inaspettati, anche minori.

Non hai ceduto perciò anche tu al mondo delle newsletter.

Ho scelto Telegram perché mi piaceva l’idea di dispensarlo a mo’ di pillola, cioè un contenuto per volta. Certo, avrei potuto mandare una newsletter al giorno, ma mi piaceva imbattermi in un contenuto e condividerlo immediatamente. Una newsletter, invece, la vedo più come una sorta di raccolta che si costruisce e poi si invia con una cadenza settimanale o bisettimanale, e poi soprattutto, devo ammettere, non amo affatto scrivere. Nonostante abbia pubblicato due libri nella mia vita, faccio tanta fatica nel farlo. A mia discolpa, i libri che ho scritto non erano altro che un completamento di una ricerca, perciò alla base c’è sempre lei: pensare a un tema, come volerlo trattare, andare ad intervistare le persone, immaginarsi connessioni, raccogliere informazioni e immagini. Preferisco di più parlare, per questo amo moltissimo situazioni come i talk. Continuerei a parlare dal vivo o registrare podcast per sempre.

Ritorno alla storia del tuo progetto. Ad un certo punto c’è stato un salto nella realtà: da canale Telegram a una serie di incontri dal vivo. Mi sembra che tu avessi trovato la tua comfort zone nel virtuale, come mai perciò questo passo in più? E, soprattutto, ora che sei quasi arrivata alla fine di questo ciclo di eventi, come ti è sembrata questa esperienza?

È vero che era perfetto quello che si era creato su Telegram, però mi mancava un tassello, cioè sentire la voce delle persone che creano o collezionano immagini. Molto spesso, mi sono resa conto, ho condiviso sul canale cose relative a Instagram, come profili che avevano una ricerca visiva particolare, che raccoglievano immagini, che curavano un certo tipo di discorso, ma di cui si sapeva poco o nulla di chi c’era dietro. Ad esempio, mi piacerebbe tantissimo sapere chi c’è dietro Calypso Frizz. Comunque c’è questa curiosità di capire se dietro ad un profilo, c’è un lui o una lei, un singolo o una pluralità, e perché o come lo fa, come gli è venuta l’idea, quotidianamente come organizza i materiali, come li raccoglie e altro.
Da lì è nata l’idea degli incontri, quella di ritagliarsi del tempo per incontrare dal vivo queste persone che lavorano con le immagini e che spesso si occupano di raccolte di cose anche fisiche. Farli toccare dal vivo questi oggetti mi sembrava molto carino, perciò gli ho chiesto di portarli con loro. Penso a Insta della spesa, con cui abbiamo fatto il primo incontro in Santeria assieme a Cose nei libri, che aveva portato con sé una scatola di scarpe piena di liste. I primi eventi sono stati tematici, in cui c’erano due persone a confronto su un determinato tema, una modalità che ho poi alternato a serate con un ospite solo.

Mi citavi Insta della spesa e Cose nei libri. Chi sono stati gli altri ospiti di questa tua avventura?

Innanzitutto ci tengo a dire che questa avventura non sarebbe stata possibile senza aver trovato una realtà come Santeria che ha accolto subito con interesse ed entusiasmo la mia idea. Abbiamo iniziato questa primavera con tre incontri più focalizzati sul mondo Instagram: il primo è stato, come ti raccontavo, con Insta della spesa e Cose nei libri, e lo abbiamo chiamato Anonimo Trouvé, per riprendere il discorso di cose trovate senza autore e tutte le suggestioni che si generano nell’immaginare chi ci possa essere dietro; abbiamo fatto un incontro dal titolo Aspic & Ostalgie, con Piatto 70 — che raccolgono immagini di vecchi ricettari degli anni ’70 — e Soviet Innerness — due ragazzi italiani che vivono a Berlino e che raccontano, con le loro fotografie, particolari che non ti aspetti del mondo sovietico; un altro è stato con Ragazzi di Strada, che fanno ricerche sulle sottoculture giovanili e sui mondi musicali e stilistici dagli anni ‘60 a oggi, e con cui abbiamo parlato di un’Italia un po’ dimenticata. Con l’autunno, abbiamo ricominciato e abbiamo fatto un incontro su Milano, visto che siamo qui, dal titolo Milano Sottosopra, con ospiti Under Milano — due fotografi bravissimi che catturano frammenti di quotidianità nella metropolitana — e The Rider’s Gaze — un artista visivo e anche rider, che raccoglie dettagli inaspettati negli interni dei palazzi quando fa le sue consegne.
Il gran finale del 2022 sarà con Kensuke Koike, che seguo e amo da molti anni e che si vede molto raramente in giro in incontri o chiacchierate.

Una domanda personale, se posso: quando hai scoperto di essere una persona curiosa?

La curiosità era qualcosa che avevo già da piccola, dato che ero una grande collezionista di qualunque cosa, dalle conchiglie alle monete, dai biglietti delle mostre alle gomme da cancellare. Recuperavo questi oggetti in giro e mi costruivo la mia collezione di collezioni. Ed è una cosa che è tornata nella mia vita: ad esempio, con Profili Instagram Preferiti, dove ogni due settimane sul mio profilo personale condivido un profilo Instagram che, secondo me, è interessante o degno di nota e che, la gran parte delle volte, raccoglie cose. Conservare, raccogliere e anche condividere hanno molto a che fare con la curiosità.
Da piccola, mi ricordo, volevo fare l’archeologa, cosa che non è successa, ma forse a suo modo sono finita a farla lo stesso con le mie ricerche.

Come si scovano gli oggetti o i contenuti che siano?

Forse non cercandoli! [ride, ndr]
Magari è banale, ma mi sono accorta che molto spesso cerchi una cosa e finisci per trovarne un’altra, che delle volte è anche più sorprendente di ciò che cercavi o ti può dare spunti per quello che stavi cercando. La cosa che fa la differenza è essere il più aperti possibile verso quello che è intorno a noi e non è affatto scontato, perché tante persone non hanno voglia di ascoltare o di guardare meglio, di scoprire cosa c’è oltre. Io, invece, cerco e mi piace essere aperta il più possibile all’ascolto, all’osservazione, alle connessioni, perché amo imbattermi in qualcosa che mi sorprenda, che mi entusiasmi. Il più delle volte non cerco attivamente le cose, non vado di proposito in determinati posti, ad aiutarmi è una disposizione d’animo.

La gran parte delle volte, quando si parla di ricerca, basta anche solo nominarla e tutti pensano a qualcosa di estremamente noioso, ma come siamo finiti a negativizzarla così tanto?

Qualche giorno fa c’è stata la presentazione di un bellissimo libro che abbiamo realizzato con Luca Pitoni su Anita Klinz, una designer straordinaria, di cui si sa molto poco nonostante si possa paragonare a grandi come Munari. Il libro è completamente dedicato a lei, alla sua storia e al suo lavoro, alle copertine che ha fatto e a quanto fosse incredibile che, negli anni ’60, lei donna fosse a capo di un team di uomini e fosse la prima art director italiana.
È stato un lavoro di grande ricerca, proprio perché non si sapeva molto di lei, ma, per fortuna, avevamo la cugina che aveva custodito tutto il materiale. Quando, durante la presentazione, ho preso la parola, ho detto appunto che uno associa la ricerca ad un discorso di studio, di chiudersi lì in stile Leopardi, e sicuramente c’è stato anche questo, ma in realtà la parte più bella, che ricordo con più affetto, di tutto questo lavoro di anni è stato lo scambio e l’umanità che c’è dietro.
La ricerca è fatta di incontri con persone, perché noi siamo dovuti andare a incontrare fisicamente le persone che avevano lavorato con lei, gli amici che l’avevano conosciuta, che ti raccontavano aneddoti a ruota libera. La ricerca è lavoro sul campo, è incontro, è connessione, è scambio, è apertura, è scoperta. Non è solo oggetti fisici, ma anche tanto di quello che non c’è, per questo ho citato una frase bellissima che è in un suo diario, riguardo l’isola di Giannutri, che amava moltissimo perché lì «c’è tutto quello che non c’è: quello che conta appunto». Perché è così, le cose che contano sono immateriali, come le emozioni che senti nella voce di Peter Gogel, suo collaboratore e amico, quando ti parla di Anita, come quando leggi i diari di una persona che non c’è più e piano piano te la vedi lì davanti, presente.

«Vista l’ora eviterò i soggetti più “splatter” e mi limiterò a postare quelli più enigmatici… Volevo farvi vedere giusto un paio di illustrazioni tratte dall’Ophthalmodouleia di Georg Bartisch, un trattato sui disturbi dell’apparato visivo (e loro relative cure) pubblicato in Germania nel 1583».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 26 ottobre 2022)
«Strano ma Vero: Cappotto incredibile disegnato da Jacques Kaplan e dipinto da Marisol Escobar nel 1963».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 24 febbraio 2021)
«Cose che trovo in giro…
“Painted and embroidered picture of a young boy in a white dress with a blue sash and carrying a large black hat, standing in a landscape”, ca. 1800».

(Da “Curiouser and Curiouser”, 23 ottobre 2022)

Dato il tempo limitato che abbiamo su questo pianeta, ogni tanto ti prende l’angoscia nel pensare che ci saranno tante cose in cui non ti imbatterai mai?

Mi viene moltissimo quando mi imbatto, su internet o su Instagram, in mondi bellissimi legati a culture come quella giapponese, dove però hai l’ostacolo di una lingua fatta di caratteri diversi. E allora ti chiedi: «E ora? Come faccio?». Ecco, lì mi prende un po’ l’angoscia, anche perché mi piacerebbe moltissimo navigare nei siti giapponesi o di altri paesi che hanno però alfabeti diversi dai nostri, dove ci sono sicuramente cose incredibili da scoprire.

Quando ti imbatti in nuove scoperte, ti piace di più quando sono legate al passato o al presente?

È difficile rispondere, perché è ovvio che le cose sorprendenti le puoi scoprire da tutti i fronti possibili, però l’aspetto che mi affascina di più è quando sono cose del passato, in cui noti una contemporaneità o un essere fuori dal tempo che ti sorprende, cose che non sono affatto polverose, anzi hanno un’ampiezza di vedute tale da arrivare a soluzioni che sono ancora valide dopo secoli.
Ammetto che delle volte mi chiedo se il tempo sia veramente una linea e non piuttosto un cerchio.

«Buondì e buona Pasquetta con qualche esempio di Ufo Art, cioè quei dipinti che, soprattutto nell’America negli anni ‘50, rappresentavano avvistamenti e incontri ravvicinati. Alcuni sono così kitsch da essere bellissimi».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 5 aprile 2021)
«Una chicca: La patente del pittore Antonio Ligabue (dal volume “Ligabue”, di Franco Maria Ricci)».
(Da “Curiouser and Curiouser”, 13 aprile 2021)

Solitamente i curiosi vivono secondo il motto del “Fatto un progetto, se ne fa un altro” e gli incontri di “Curiouser and Curiouser” sono praticamente finiti. Sei pronta già a passare ad altro o hai in mente di voler portare avanti ancora questo progetto?

Chissà! 
Effettivamente se guardi le cose che ho fatto, si nota che ogni tot arriva una cosa nuova: nel 2017 Libri Belli, prima c’erano state le ricerche dei libri, prima ancora una quantità indefinita di Tumblr. Ho una tendenza ciclica, perché ho voglia di fare altro, e ammetto che delle volte anche con Libri Belli mi sento di essere legata a qualcosa che devo portare avanti, che lo voglia o meno.
Mi piacerebbe, comunque, continuare questi incontri, non so bene in che modo o formula. Magari in città diverse da Milano o Roma, anche all’estero, dove noto che c’è un interesse, che mi piacerebbe molto esplorare, nei confronti di Libri Belli.

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