Design di Classe: la tesi di laurea di Alvaro Camillucci

Hai finito le superiori e non sai ancora bene che farne della tua vita. Non hai soldi né contatti. Le porte che vorresti si aprissero rimangono invece ben chiuse, senza nemmeno la possibilità di poter sbirciare dal buco della serratura.
A un certo punto ti arriva un’offerta di lavoro. Non c’entra nulla con le cose che ti appassionano — disegnare, costruire, progettare — ma l’offerta è buona e quindi accetti. Ti ritrovi, qualche anno dopo, a vivere una vita che sembra quella di qualcun altro. Lo stipendio arriva puntuale alla fine del mese ma ti rendi conto di stare lavorando unicamente per quello.

Un giorno sei lì a osservare un’amica alle prese con un lavoro di grafica, e dentro ti scatta qualcosa. Una piccola scossa, che forse nemmeno i sismografi più sensibili sarebbero riusciti a rivelare. Ma quel sommovimento pian piano scatena un terremoto. Una mattina ti svegli e decidi che quella sarebbe stata la tua strada: la grafica, la progettazione.
Prima, però, devi imparare le basi. Quindi ti iscrivi a un corso.
Hai poco tempo per studiare, perché nel frattempo devi continuare a lavorare per pagarti gli studi. Due anni li passi così: a leggere libri durante le pause e a passare le notti in bianco sopra ai progetti e ai testi d’esame. Ma riesci comunque a cavartela, tanto che alla fine trovi pure modo di andartene a Berlino per un anno di Erasmus, ad allargare quei confini che per diversi anni ti sono andati stretti.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)

Poi, quando arriva il momento di realizzare la tesi, sbrang, la pandemia si abbatte su tutto ciò che hai attorno, su di te, su ciò che conosci. Mentre le porte che si chiudono stavolta sono concrete, non una metafora, c’è da ripensare tutto. Ma progettare, d’altronde, significa anche e soprattutto sorpassare gli ostacoli. Oppure — meglio ancora — “hackerare” gli intralci fino a renderli parte del lavoro, o addirittura utensili per svolgerlo bene.


Quella che ho raccontato finora è la storia del giovane designer Alvaro Camillucci e della tesi con cui si è diplomato l’anno scorso all’ISIA di Faenza.
Si intitola Design di classe ed è una tesi molto particolare, perché ruota attorno ai progetti delle compagne e dei compagni di corso di Camillucci.

Gli ho quindi chiesto di raccontarla per sapere com’è nata e come si è sviluppata.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)
“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)

Durante la fase iniziale della progettazione di questo libro ci trovavamo in allerta nazionale per la fase 1 del Covid 19. Siamo stati scossi da un grosso cambiamento e costretti a riflettere su noi stessi, confrontandoci con delle sensazioni ormai perse.

Il libro nasce per il corso di Design della comunicazione, tenuto per la magistrale presso l’Isia di Faenza. Inizialmente il progetto era un altro, tuttavia la situazione ha portato il professore a cambiare in corso d’opera il progetto declinandolo nel brief che ha portato alla realizzazione di questo nuovo lavoro.

L’obiettivo era quello di raccontare gli studenti del corso, i quali mettevano a disposizione uno dei loro lavori più cari e rappresentativi, fornendo una storia inerente al progetto e un loro personale pensiero riguardo al design.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)

A causa della pandemia, il libro è nato e cresciuto in casa. Ho curato sia la progettazione che la stampa e la rilegatura.
La stampa è stata eseguita in casa con una banale macchina a getto d’inchiostro. La copertina, inoltre, è stata cartonata con il cartone di vecchie scatole e poi dipinta con una vernice trasparente per proteggerla e darle un effetto lucido.
La rilegatura l’ho eseguita a mano.

In un primo momento, ho cercato di riflettere su come sia la vita per uno studente, che prende in mano i suoi sogni, li rinchiude in un contenitore e poi si trasferisce nell’università scelta, mettendosi alla prova in un percorso che dura almeno cinque anni, non sapendo se riuscirà a portare a termine il suo progetto di vita.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)
“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)

Poi ho cominciato a pensare alla velocità.
La velocità che ha preso il sopravvento sulla nostra vita quotidiana e smorza alcune di queste sensazioni, così che ci troviamo in dirittura d’arrivo senza aver apprezzato davvero il percorso.

E la velocità di chi invece è già grande e osserva in maniera superficiale — costretto dalle giornate sempre più frenetiche — il lavoro degli studenti e dei futuri professionisti che ha davanti, senza veramente conoscerli, senza avere idea dei loro timori e delle loro insicurezze.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)

Ho voluto quindi creare un libro che potesse dialogare con il fruitore. Che potesse far rallentare il tempo di lettura e dare modo a chi legge di approfondire ciò che si trova all’interno.
L’ho sviluppato come una matrioska: un lavoro all’interno di un altro lavoro.

Design di classe si divide in due concetti: il primo è quello personale, dove lo studente, durante le revisioni dei progetti, mette in una busta dei consigli che gli vengono trasmessi dai suoi insegnanti e li spedisce allo studente del futuro.
Il secondo, è una critica all’atteggiamento che di solito si ha nei confronti degli studenti, che è poi lo stesso atteggiamento che ritroviamo nella società: fretta e superficialità. Nel leggere un portfolio, un articolo, un libro.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)

Venivo da un percorso che mi aveva fatto trovare la mia identità progettuale, ma che, complice il cambiamento, stava mettendo in dubbio qualsiasi cosa e qualsiasi mio progetto.
All’inizio l’idea di mettere insieme progetti così diversi tra di loro, ha confuso ancora di più la mia mente. Ma poi, analizzando più a fondo, ho intuito che questo non sarebbe stato un semplice libro, ma una raccolta di storie e una manifestazione della straordinaria e unica diversità che appartiene ad ognuno di noi.

Sfogliando la cartella con i lavori degli altri studenti ho notato che, per quanto qualcuno possa essere inesperto, ogni lavoro riusciva a “parlare”, a trasmettendo delle passioni, delle paure, dei sentimenti.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)
“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)

Mi sono allora sentito in dovere di condividere questa mia percezione con gli altri, non solo mostrando i lavori su di un foglio o impaginando nella maniera più corretta che conoscevo, ma creando un manifesto di quello che per loro era stato questo progetto.

Quindi non un libro, non un catalogo, ma più un “manifesto da vivere”.
Se non si possiede la sensibilità per andare in fondo alle cose ci si può limitare a sfogliare e a leggere soltanto i titoli. Se invece ancora non si è persa quella curiosità che da bambini ci portava a stressare i nostri genitori con i mille perché, allora potremmo fare un’esperienza, un viaggio unico in questo “librocatamanifesto”.

“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)
“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)
“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)
“Design di classe”
(foto e courtesy: Alvaro Camillucci)