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Giant Steps di John Coltrane “ascoltata” con gli occhi di un sinestesico

Erano i primi giorni di marzo del 1959 quando Miles Davis portò la sua band in studio per registrare quella che sarebbe poi diventata una delle pietre miliari del jazz e della musica del ‘900: Kind of Blue.
Davis era ben cosciente che la sua band avrebbe di lì a poco perso due dei più grandi musicisti della storia — Cannonball Adderley e John Coltrane, che stavano incominciando a ritagliarsi un ruolo da protagonisti mettendo su le loro rispettive formazioni. Anni dopo, nella sua autobiografia, il trombettista avrebbe scritto: «Ero contento per loro e triste per me, perché il destino era segnato e sapevo che sarebbe finita presto. Sarei un bugiardo se non ammettessi che la cosa mi rendeva triste, perché adoravo suonare con quel gruppo e penso che sia stata la migliore small band di tutti i tempi, o quantomeno la migliore che avessi ascoltato fino ad allora».

Quando varcò la soglia dello studio della Colombia Records, Davis decise quindi di spremere il meglio da quella sorta di situazione da “fine di un’era”, e lo fece lasciando quasi completamente all’oscuro gli altri musicisti sui pezzi da suonare. Non fecero prove. «Non avevo scritto la musica di Kind of Blue, portai soltanto degli abbozzi di quello che ciascuno doveva suonare perché volevo veramente molta spontaneità in questo lavoro», raccontò. Dopo due sole sessioni il disco era pronto, e appena due settimane più tardi John Coltrane usò lo stesso metodo per registrare, stavolta negli studi della Columbia Records, quello che sarebbe diventato il suo disco della consacrazione come leader, il primo dei suoi grandi capolavori e un’altra pietra miliare del jazz: Giant Steps.
«Fece la stessa cosa che feci io con la musica che registrammo per Kind of Blue: arrivò in studio con degli abbozzi che nessuno dei musicisti aveva mai ascoltato prima. Questo fu una specie di complimento per me», disse poi Davis.

Fu soprattutto il pezzo che dà il titolo all’album, una difficilissima e rapida progressione di accordi che creano un triangolo armonico, a stupire tutti. «Lasciò il mondo del jazz a bocca aperta», scrisse il pianista e compositore Lewis Porter nella biografia Blue Trane, dove spiega che oltre ai tanti studi fatti da Coltrane, e al probabile impatto di musicisti del passato e suoi contemporanei, ci furono di mezzo anche i suoi interessi per il misticismo.

Come per tutta l’arte che si ha l’impressione sia stata dettata “dall’alto”, da una intelligenza sovrumana e magica, anche Giant Steps — sia il brano che il disco — si è trasformato in un terreno fertile capace di accogliere e far gemmare altre idee, altri stili, altre note. E non solo per i musicisti. C’è ad esempio un artista dell’animazione israeliano, Michal Levy, che ha trasformato il pezzo di Coltrane in una strabiliante composizione visiva.

L’interpretazione di Levy non è solo “ispirazione” ma la vera e propria messa in scena di ciò che lui, sinestesico (per la precisione è cromestesico, cioè percepisce colori e forme a partire da altri impulsi sensoriali, ad esempio il suono o l’olfatto), vede sulle note di Giant Steps.
Il risultato è indubbiamente affascinante: la musica di Coltrane costruisce strutture dinamiche e complesse — qualcosa di cui tutti ci rendiamo conto, ascoltando, ma che ora, grazie a Levy, abbiamo davanti agli occhi.

Uscito per la prima volta quattro anni fa, il filmato è stato recuperato dagli archivi della rete grazie a quella piattaforma delle meraviglie che è Aeon.

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