Rimbin: un parco giochi anti-contagio

Era il 24 marzo quando sul mio profilo Facebook condivisi un articolo firmato dall’antropologa e documentarista Rosa S. pubblicato su Giap, il blog della Wu Ming Foundation. Intitolato I bambini scomparsi per decreto, il pezzo ebbe un enorme successo e innescò una grande e accesa discussione (per dare un ordine di grandezza: solo dal mio profilo si contano a oggi 572 condivisioni, cifra che non avevo mai raggiunto prima), tanto che il giorno dopo — visti alcuni commenti — mi sentii in dovere di fare qualche precisazione.

Nel frattempo sono passati due mesi: le misure drastiche e iper-restrittive con le quali il governo ha affrontato la pandemia sono state allentate, i parchi sono perlepiù stati riaperti, i bambini — confinati in casa per settimane, invisibili — sono ritornati a passeggiare. La potenziale diffusione del virus, tuttavia, ha reso impraticabili le aree-gioco presenti nei giardini pubblici, che quasi ovunque sono state recintate con nastri bianchi e rossi o reti metalliche.

Se, come alcuni sostengono, il Sars-Cov-2 sarà un presenza costante nelle nostre vite, e altri virus pericolosi, nel prossimo futuro, potrebbero compiere il famoso spillover, il salto di specie, probabilmente — oltre alla scuola, al lavoro, ai trasporti, agli spettacoli —occorrerà ripensare anche gli spazi gioco per i bimbi.
Da qui l’idea di uno psicologo, Claudio Rimmele, e di un designer e artista, Martin Binder, che in tempo record hanno progettato Rimbin, un parco giochi anti-contagio che si ispira alle forme della natura.

«Ti voglio scrivere di cuore per dirti che un tuo post su Facebook tante settimane fa mi ha inspirato a inventare qualcosa. Tu avevi scritto che nessuno nel lockdown sta pensando alle esigenze dei bambini. E avevi proprio ragione», questo mi ha comunicato Claudio qualche giorno fa in un messaggio. Tedesco di origini italiane, lo conosco da anni come compagno di bei viaggi stampa, co-fondatore del magazine online iHeartBerlin e fondatore della rivista Qiio. Non sapevo che fosse anche psicologo. Né che da un piccolo input — tra l’altro non mio, ho solo fatto da tramite — potesse svilupparsi, in appena due mesi, una visione tanto affascinante sul potenziale futuro dei parchi gioco.

Claudio Rimmele e Martin Binder (foto: Frank R. Schröder | courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)

Rimbin (il nome è una contrazione formata dalle tre lettere iniziali di Rimmele e di Binder ma è anche l’unione di due termini inglesi: rim, bordo circolare, e bin, contenitore) è formato da piattaforme ideate per essere “vissute” da un bambino alla volta. Raggiungibili da sentieri con ingressi separati, sono ben visibili sia per fare in modo di poter controllare se sono già occupate sia per permettere a genitori, nonni e accompagnatori di tenere d’occhio la situazione.
Separare, però, non significa per forza segregare. E infatti le varie piattaforme comunicano a distanza per mezzo di tubi che trasportano il suono e sono connesse attraverso giochi che si possono anche fare in due, senza tuttavia entrare direttamente in contatto.

Le varie aree, inoltre sono state concepite come moduli, quindi Rimbin è scalabile in base alla grandezza dello spazio disponibile: dalla postazione singola fino a multiple postazioni.


Piccole prigioni sterili – Sono così i parchi giochi del futuro? (Immagine: Martin Binder)

«Siamo partiti dal pensiero che un parco giochi non debba essere sterile come un laboratorio» spiegano i due, che nella fase di ricerca hanno immediatamente definito cosa non fare (vedi immagine) e si sono invece lasciati ispirare dalla natura.

«La natura è al tempo stesso un luogo di nostalgia e una fonte di ispirazione. Le aree di gioco di Rimbin si basano sulla forma a foglia della gigantesca ninfea amazzonica. Una pianta che ha esercitato un fascino particolare sulle persone fin dalla sua scoperta. Per dimostrare il suo naturale potere portante, il botanico Joseph Paxton, nel 1849, pose la propria figlia sulla foglia di una ninfea gigante. I parchi giochi per bambini di Rimbin dovrebbero essere sicuri e stabili come questa foglia», si legge nel comunicato che accompagna il progetto.

Alcune delle ispirazioni per il progetto (courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)

Per avere maggior supporto pratico e teorico, durante le prime fasi dello sviluppo, Rimmele e Binder hanno anche svolto colloqui telefonici con genitori e bambini, chiedendo loro di parlare delle propria vita quotidiana in quarantena.

Rimbin, dunque, non è frutto — come talvolta succede, nel mondo della progettazione — di un pensiero totalmente staccato dalla realtà, ma un tentativo di risolvere in maniera intelligente una situazione che potrebbe prolungarsi nel tempo.
Intuizioni come questa, anche se non immediatamente realizzabili, mettono in discussione lo stato attuale delle cose, proponendo alternative. E in questo momento abbiamo bisogno proprio di questo: di idee che stimolano discussioni e possono tracciare un sentiero verso delle soluzioni.

(courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
(courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
(courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
(courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
(courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
(courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
(courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
Il primo schizzo di Rimbin (courtesy: Claudio Rimmele e Martin Binder)
co-fondatore e direttore

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