I cani e i gatti del Canile e Gattile Sanitario di Alessandria, ritratti da Riccardo Guasco

Sedici anni fa io e la mia compagna Ethel stavano insieme da pochi mesi. Abitavamo in uno scalcinato appartamento da sei, tutti fuori sede, nella stessa periferia bolognese in cui viviamo adesso. Evidentemente non contenti di stare già abbastanza stretti in tre stanzette più cucina e un solo bagno, io, lei e il nostro coinquilino Luca decidemmo di prendere un gatto. Comprammo una gabbietta e facemmo una lunga camminata fino al gattile, dove i volontari ci mostrarono due gatti: la prima era una femmina bianca, una signora gatta dal pelo lungo, assai pacifica («è una gatta perfetta per una famiglia», ci dissero, ma noi non eravamo una famiglia, quindi passammo al prossimo); il secondo era un acciaccatissimo gattino nero come la pece e dagli occhi gialli, che aveva la micosi ed era stato malmenato da alcuni ragazzini prima di essere trovato e portato in salvo.
Quando i volontari aprirono la gabbia, il micio saltò sulle braccia di Ethel, e da lì sulla spalla di Luca, e da lì sulla mia testa, intrecciandosi con le unghie sui capelli.
«Prendiamo lui».

Lui diventò Otto, e rimase con noi per anni, viaggiando in treno e cambiando case.
È morto l’anno scorso e quando è successo mi sono chiesto che fine avessero fatto gli altri che quel giorno di sedici anni fa erano al gattile insieme a lui. Saranno stati adottati tutti? Qualcuno sarà ancora vivo? E la signora gatta?

(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)

Entrare in un canile o un gattile è un’esperienza di confine. Vedi quegli occhi e quei musetti, senti abbaiare e miagolare, senti gli odori di un luogo che se da una parte ringrazi il cielo che esista, dall’altra vorresti non esserci entrato mai, perché se c’è bisogno di canili e gattili significa che ci sono cani e gatti abbandonati, malmenati, torturati.
Sai che quelli che stanno lì sono animali che spesso hanno alle spalle delle storie terribili, e un po’ ti pare di poterle leggere dagli sguardi e dai segni che hanno addosso. Ma soprattutto sai che forse riuscirai a cambiare la vita di uno soltanto tra tutti. Gli altri li dimenticherai, un po’ perché quando li vedi è solo per poco, un po’ — e credo che questo sia il motivo principale — per autodifesa. Inconsapevolmente cerchi di cancellare quello che, se anche rimanesse in un angolino piccolo piccolo tra i tuoi pensieri, potrebbe farti star male.

Chi è senza identità non mette a repentaglio l’idea che abbiamo di noi stessi e del mondo. Succede con le persone (privare dell’identità chi è “altro da noi”, ingabbiandolo in una categoria o in uno stereotipo, è una delle strategie del razzismo, del sessismo, della xenofobia) e succede anche con gli animali. Dire «i cani del canile» è diverso che dire «Diana, Filippo, Thor, Zeus». Chi ha un nome ha una storia, che può magari intrecciarsi alla tua. Ed è sempre ciò che si spera succeda agli ospiti di canili e gattili: che quel luogo sia soltanto un nuovo punto di partenza e le loro storie possano incontrarsi e proseguire con quelle delle persone che decidono di adottarli.

(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)

Proprio per questo mi pare bellissima l’iniziativa nata dall’idea di Riccardo Guasco, che è uno dei più grandi illustratori che abbiamo attualmente in Italia, e Cristina Garbieri, volontaria presso il canile sanitario di Alessandria.

Riccardo ha visitato il canile realizzando 12 ritratti ad altrettanti cani e gatti ospitati lì.
«Dietro alla scelta del “ritratto” come rappresentazione c’è il desiderio di restituire un’identità ad animali che, in quanto dimenticati l’hanno ormai persa, dare dignità a chi non ha parole ma ha comunque molte storie da raccontare», mi ha raccontato Guasco, che nelle foto scattate da Lorenzo Morandi vediamo intento a disegnare (piccola curiosità: l’ho visto disegnare dal vivo, su uno dei suoi tanti inseparabili taccuini, solo di recente, durante il festival Paw Chew Go, e non avevo idea che Riccardo fosse tanto rapido e preciso. Sul suo account Instagram c’è qualche esempio).

(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)

Dalle tavole, poi, è nata una mostra, Mi Fido, esposta per una settimana, dal 26 ottobre al 3 novembre scorsi, presso lo stesso canile, proprio accanto ai cani e gatti “originali”.

Le opere sono state anche messe in vendita, e l’intero ricavato è andato alla struttura.
«L’intento», dice Riccardo, «era quello di cercare di creare nuove iniziative intorno alla struttura e ai suoi ospiti e che fosse in grado di coinvolgere gente aumentando così le probabilità di affido e in più far interagire due mondi molto diversi come l’arte e la tutela degli animali».

(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)
(courtesy: Riccardo Guasco)
(foto: Lorenzo Morandi | courtesy: Riccardo Guasco)
(foto: Lorenzo Morandi | courtesy: Riccardo Guasco)
(foto: Lorenzo Morandi | courtesy: Riccardo Guasco)
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