Le mappe di Federico Simeoni

«Ma su Instagram, quanto sono brutte le mappe e le infografiche che girano?
Ma, paradossalmente, perché hanno tutti questi like?»

Nel pugilato il jab è uno dei colpi più efficaci, un diretto rapido che può servire a infastidire l’avversario, a tenerlo a distanza, a volte preludio di colpi più potenti. I due ma che il giovane designer grafico Federico Simeoni, studente alla NABA di Milano, ha piazzato all’inizio della mail che ha mandato in redazione mi hanno subito dato questa idea: Federico vuole stuzzicare l’avversario, vuole farlo incazzare. E l’avversario, nel suo caso, è subito dichiarato: le mappe e le infografiche che girano.

Visto che a leggere il suo messaggio c’ero io, ho deciso di recitare la parte del sacco da boxe e di incassare, assai curioso di scoprire se, al di là della provocazione, Federico ce l’avesse poi davvero un pugno micidiale e spettacolare da sferrare.
Lungi dal tirarsi indietro, lui mi ha mandato questo, che è una sorta di versione molto abbreviata della sua tesi di quasi 100 pagine, che si chiama Atlantico e si è sviluppata anche con un account Instagram.


Mappe Ovunque

Incipit

La cartografia è sempre stata una mia grande passione: forse anche il motivo che anni fa mi ha fatto avvicinare al mondo della grafica. Per il mio progetto di tesi di laurea in Graphic Design & Art Direction in NABA, pertanto decisi di riprendere un mio vecchio progetto di editoria del secondo anno, Mi piacciono le mappe (sì, era questo il nome), una rivista di nicchia di sole mappe, toglierlo dalla sua autoreferenzialità e aprirlo al mondo dell’informazione utile.

Nell’immagine, Riccardo di Haldingham, Mappa mundi di Hereford, 1300 circa / velino / 158×133 cm2 / Cattedrale di Hereford, Hereford (GB)
(dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni)

Post cartografici

A partire da questa passione cercai di fare un’analisi della diffusione delle mappe nei principali canali digitali odierni.

Blog

Sicuramente, blog come Frizzifrizzi, FiveThirtyEight o anche Radical Cartography di Bill Rankin offrono interessanti spunti sia visivi che testuali in materia; ma è su Instagram che c’è davvero un fermento cartografico collettivo.

Federico Simeoni, accorpatori cartografici Instagram

Archivi

Tante sono infatti le istituzioni che, come la New York Public Library o l’Università Harvard, offrono nei loro profili Instagram uno stream continuo di fotografie delle loro mappe d’archivio: in fin dei conti ai visitatori piace godere di un’esperienza prettamente estetica dal sapore nostalgico.

Accorpatori

Tuttavia, la maggior parte delle mappe pubblicate sul social vengono fruite attraverso la mediazione di quelli che ho definito “accorpatori cartografici”. Profili come @amapaday, @fanmaps o @coolmapseveryday pubblicano senza sosta contenuti di stampo info–cartografico di terzi. vengono seguiti da centinaia di migliaia di utenti Ig.

Mappe molto social

Viralità

Grazie a questa architettura di social re–posting, molto frequentemente queste immagini divengono virali. Jakub Marian, artista, matematico e linguista ceco, seppur non avendo un account Instagram, può infatti vedere i suoi contenuti pubblicati da parecchi di questi accorpatori.

Nell’immagine, l’account Instagram @sadtopographies

Comicità

La viralità, però, è spesso aiutata anche da altri fattori. Uno di questi è sicuramente la comicità, che nei social trova sempre terreno fertile. Sad Topographies di Damien Rudd, ad esempio, ha avuto un enorme successo proprio grazie al suo black humour.

Eduintrattenimento

Quello che dunque i social hanno potere di fare è di insegnare divertendo. Con immagini colorate, illustrazioni azzeccate e mappe sconvolgenti l’info–cartografia è un grande mezzo di eduintrattenimento. Basti infatti pensare alle Ig stories di Fan Maps che sfruttano le potenzialità di interazione del social medium testando i follower con domande di geopolitica.

Mappe brutte

Paradosso

Ciò che in tutto questo discorso non mi tornava è che, sebbene gli accorpatori cartografici non pubblichino alcun contenuto davvero originale o autoprodotto, né operino un processo di selezione degno di nota, né presentino attenzione all’estetica, essi avessero inequivocabilmente successo. Anche nella totale assenza di un progetto editoriale il pubblico volentieri supporta tali profili attraverso Ko-fi. Totalmente ignari della effettiva validità dei dati che le mappe spesso rappresentano, centinaia di migliaia di utenti Instagram si informano sul mondo attraverso questi accorpatori.

Nell’immagine, l’account Instagram @fanmaps

Esigenza

La risposta che mi diedi è, oltre ad un atavico interesse umano nei confronti della cartografia, la mancanza di alternative. I blog, infatti, sebbene siano di qualità, non producono abbastanza contenuti per creare un flusso paragonabile a quello creato dagli accorpatori che, invece, riescono a soddisfare un vero e proprio consumo visivo di massa. D’altronde Jan Schwochow [fondatore di Infographics Group, ndr] stesso disse che l’infografica «giocherà un ruolo molto importante nel rispondere a complicate domande e nell’illustrare i problemi che affronteremo nel futuro».

Nerd

La domanda successiva fu poi: «Ma chi è che così voracemente fa consumo di queste mappe su Instagram?»
Capii che non era il caso di targetizzare secondo l’età, bensì secondo un’attitudine e pensai a centinaia di migliaia di persone che magari da bambini si sono cimentate nell’imparare a memoria tutte le capitali, che passavano ore a perlustrare gli atlanti o a giocare a Risiko!. In un’unica parola: nerd. ;)

Mappe migliori

Evoluzione

Atlantico nasce dunque in risposta a questa lacuna del mondo dell’informazione. In particolare, durante il percorso di ricerca, ho voluto sottolineare come in realtà questo progetto sia il conseguente passo logico di tutta un’evoluzione della cartografia, sia in senso temporale che epistemologico. La mappa infatti nasce storicamente come rappresentazione di un territorio (VI secolo a.C.), ma amplia le sue potenzialità nel momento in cui diviene una visualizzazione dati (XVII secolo), se non un vero e proprio articolo di giornale (XVIII secolo) o post nel web (anni ‘00) e nei social media (anni ‘10)

  1. Atlante: mappa come rappresentazione fisica del territorio
  2. Dataviz: mappa come esplorazione di una tematica del territorio
  3. Giornale visivo: mappa come articolo di giornale
  4. #Map: mappa come post nel web e nei social media
  5. Atlantico: mappa come inserto di inchiesta cartaceo-digitale

Nell’immagine, la tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Atlantico

Il passo successivo, dunque, è quello di una cartografia che, sicura di se stessa, inizia ad acquisire le caratteristiche di una pubblicazione a tutto tondo, dotata di un piano editoriale, coerenza tematica e di uno stile grafico univoco e veicolata su più mezzi di comunicazione (cartaceo e digitale) per ottenere i vantaggi di tutti. L’idea di una rivista unicamente espressa attraverso info–cartografie mi piacque particolarmente soprattutto per un motivo: una mappa è sempre il risultato di una riflessione e, un po’ come dice Marcus Webb con la sua Delayed Gratification, il mondo non ha bisogno di un flusso di informazioni, ma di informazione ragionata.

Dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Nome

Trovare un nome fu più semplice del previsto. Dato che il progetto iniziava a prendere la forma di un approfondimento monotematico periodico sia cartaceo che digitale di un’ente più autorevole, mi venne automatico pensare ad Atlantico: l’inserto–atlante del Corriere della Sera.

Tema

L’oggetto di Atlantico non vuole essere la geografia in quanto tale, ma essa è mezzo utile per analizzare temi socioantropologici e geopolitici. Per il numero di lancio ho scelto qualcosa di particolarmente scottante: i fenomeni migratori transnazionali. Così come per il nome della testata, anche per il nome del numero optai per una singola parola per ottenere la massima enfasi: Migrare. Il verbo sottolinea la natura dinamica dell’oggetto e la continua mutazione del fenomeno. I capitoli interni fanno riferimento a qualcosa di concreto, facilmente visualizzabile:

  • Capitolo 1: Porte
  • Capitolo 2: Barche
  • Capitolo 3: Muri
  • Capitolo 4: Tende
Dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Colore

Nell’infografica la scelta della palette colori è sempre cruciale. Avere troppe tonalità rende il messaggio confuso. Con una gamma troppo limitata si rischia di non avere i mezzi necessari per differenziare i concetti. La scelta delle tonalità, inoltre, non è indifferente. Ogni colore porta con sé una storia di associazioni, valori e anche giudizi. Partendo da tali presupposti, ho scelto di lavorare con quattro tinte piatte: il nero, il bianco (ossia la carta non stampata), il verde e il rosa. Il nero incide l’informazione, il verde e il rosa si contrappongono senza però associazione di giudizio.

Cartaceo

Il Corriere della Sera ha, come tutti i quotidiani, un’impostazione riempitiva della pagina. Data la necessità di una costruzione a scomparti e spesso anche illustrativa del discorso, ho utilizzato la griglia a 58 unità del tipografo svizzero Karl Gerstner (1930-2017), al fine di poter usufruire della massima flessibilità e coerenza di layout.

Dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Instagram

La narrazione nei social deve ovviamente avvenire in maniera differente, in quanto l’utente non approccia lo schermo allo stesso modo della carta. L’organizzazione riempitiva dello spazio doveva essere dunque evitata, per sfruttare invece l’illimitatezza dello spazio e la possibilità di animazione dei contenuti, nel limite della chiarezza di singoli messaggi semplici comunicati uno alla volta. I singoli post, dunque, non contengono mai una mole esagerata di informazioni: più infografiche legate alla stessa argomentazione si susseguono all’interno del medesimo post, riuscendo a dare la medesima mole di informazione del cartaceo, ma scaglionata nell’asse del tempo. Per quanto riguarda invece le Ig story, occorre puntare sull’animazione dei contenuti. Tante piccole nozioni verrano date una dietro l’altra, secondo un ritmo coinvolgente e agevole alla lettura.

Lo sviluppo del tema

Lampedusa

La funzione della copertina deve essere quella di fascinazione al tema. Per tale ragione ho deciso di concentrare l’attenzione su un luogo simbolo della migrazione: Lampedusa. Un luogo di speranza e di passaggio, ma anche di paradosso dove la Porta d’Europa è a soli 4 km dall’Hotspot, ora chiuso per violazione dei diritti umani. L’invito ad una riflessione sono poi le rotte dei traghetti che partono dal porto, che contestualizzano geograficamente l’isola, esattamente a metà tra i due continenti.

Nell’immagine, la tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Porte

La prima doppia pagina è dedicata al concetto di porte migratorie: quelle che si aprono per far uscire la gente e a quelle che invece accolgono. Domina la scena una grande immagine: un planisfero alterato con solo gli stati che nel 2018 hanno registrato un deficit migratorio. Sulla loro superficie la bandiera del loro primo stato di migrazione, un po’ come fece Alighiero Boetti in Mappa del 1984. Inoltre, i vari stati sono trattai come fossero istogrammi, la cui altezza è indice del loro tasso di emigrazione. Parallelamente ho sviluppato il discorso toccando i temi del Nord e del Sud del mondo, della diaspora venezuelana, di come gli Stati Uniti di Trump rimangano ancora la meta per antonomasia e i rifugiati. L’Europa ha meritato una sezione a se stante data la sua natura di spazio internazionale a libera circolazione che si colloca allo stesso tempo ai primissimi e ultimissimi posti della scala di accoglienza di Gallup.

Dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Barche

Uno degli aspetti più drammatici e mediaticamente di massimo rilievo è sicuramente quello delle traversate del Mediterraneo su barconi illegali. Numerose si trovano nel web le mappe che segnalano i decessi avvenuti lungo queste tratte, spesso con grandi cerchi sovrapposti in corrispondenza delle coordinate dei naufragi. Il risultato che si ottiene così facendo, però, è la ridotta chiarezza del messaggio. Per tale ragione ho preferito in un primo momento far emergere otticamente con il colore il mare a discapito delle terre emerse, essendo il protagonista della faccenda. Successivamente, l’ho sezionato con una griglia, colorandolo secondo un principio di densità di mortalità. Il Mar Mediterraneo, poi, ha anche un aspetto più positivo: il 97% dei migranti, infatti, riesce a raggiungere l’Europa. Ciò soprattutto per gli impegni delle organizzazioni governative e non-governative. I dati, quindi, palesano come lo stato italiano con l’operazione annuale Mare Nostrum abbia salvato tante vite quante quelle delle Ong e delle organizzazioni europee.

Dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Muri

Gli spostamenti migratori avvengono via mare spesso perché qui vige il diritto internazionale e perché non si possono costruire mura separatorie. Sulla terra numerose infatti sono le barriere internazionali e sono ad oggi in continuo aumento: 77. Ho deciso dunque di realizzare un planisfero con la situazione attuale dei muri costruiti e di quelli in costruzione. Ho scelto la proiezione Dymaxion di Buckminster Fuller perché essa non prevede una gerarchia Nord-Sud, ma è studiata per mettere in risalto la continuità delle terre emerse e quindi anche le possibilità di migrazione via terra. Il capitolo si compone poi di correlati approfondimenti sui muri più discussi del momento: quello degli Stati Uniti sul Messico, della Spagna contro il Marocco e dell’Ungheria per fermare i migranti siriani del 2015. Infine, una particolare attenzione è dedicata ad Israele: una nazione che storicamente si fonda su un concetto di chiusura e separazione.

Dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni

Tende

Migrare non è sempre un’azione dinamica: è anche una lunga attesa forzata. L’argomento principale di tale sezione è quello che più ha indignato i media la scorsa estate: i bambini di Tornillo, Texas (US). Si pensa che i campi di concentramento terminarono la loro esistenza nel 1945, invece ad oggi sono in continuo aumento, con nomi differenti. Il territorio italiano, ad esempio, è cosparso di varie di queste tendopoli. Tuttavia, l’attesa non è solo di questo tipo. Un secondo focus illustra come in Europa i tempi per la naturalizzazione varino di nazione in nazione considerabilmente, passando dai tre anni di residenza necessari per diventare cittadino andorrese, ai trenta per San Marino.

Dalla tesi “Atlantico” di Federico Simeoni
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