Progettare è un modo potente di influire sulla società. Essere designer comporta prese di posizione e una visione chiara del ruolo sociale del proprio mestiere. È per questo che un buon progetto parte sempre da principi etici e morali: solo con essi un designer può decidere se produrre un oggetto più o meno sostenibile, se informare utilizzando più o meno artifizi retorici, se quello che sta realizzando favorisce o meno un miglioramento sociale.

Da sempre il progettista ha dovuto confrontarsi non solo con le proprie capacità tecniche ed espressive ma anche con un’idea di mondo: Brunelleschi a fine Quattrocento realizza una cupola autoreggente perché la sua città ideale si fonda sulla scienza e sull’ingegno umano, a metà Ottocento William Morris promuove un ritorno all’artigianato per mettere l’uomo al centro delle arti applicate prima che lo faccia l’industria. La storia del progetto è anche la storia dell’evoluzione sociale e dell’etica.

Albe Steiner è sempre stato convinto sostenitore della necessità di una relazione tra arte e impegno civile, etico e politico. La sua adesione alla scuola razionalista (scuola svizzera) prevedeva la realizzazione di messaggi chiari e facilmente leggibili, contro la retorica irrazionale.

Dopo la fine del secondo dopoguerra, alcuni tra i più conosciuti promotori di un design-civico sono stati designer di primaria importanza. Tra questi potremmo citare nomi come Enzo Mari o Albe Steiner, oppure teorici come Giulio Carlo Argan o Tomás Maldonado: è grazie soprattutto a loro che è stata portata alla contemporaneità l’idea che i designer non sono solo realizzatori di prodotti o immagini, ma anche e soprattutto cittadini che si pongono problemi di etica pubblica.
Oltre a realizzare straordinari prodotti, hanno scritto importanti riflessioni e domande filosofiche sul progetto, ad esempio Mari scrive:

Se mi si chiede di progettare un fucile per uccidere gli usignoli molto efficacemente, nel momento in cui lo realizzo, mi metto in crisi con il resto della società o anche solo con me stesso? […] Ci sono e ci sono stati progetti dell’altro mondo: qualcuno ha progettato negli anni Trenta dei forni crematori in Germania. I forni crematori furono chiesti da una parte sociale: era legittimo progettarli o non era legittimo?
Enzo Mari, Casabella n° 659, 1998

Porsi delle domande etiche e poi schierarsi, prendere posizione, è l’unico modo per dare senso al fare progettuale. Senza questo dialogo continuo con la società il rischio è che il progetto diventi estetizzazione, la forma per la forma, il non senso, l’alienazione o peggio la produzione di progetti inutili o dannosi.

Questa è la copertina di Casabella n° 659 pubblicata nel 1998 da cui è stato tratto il testo di Enzo Mari.

Oggi i designer interpretano una società meno ideologizzata rispetto alla fine del secolo scorso, rimane però imprescindibile il bisogno di trovare un senso etico capace di adattarsi ai temi più complessi e veloci della contemporaneità. Viviamo in una società più liquida, dove ideologie che erano una volta monolitiche, ora non lo sono più. Temi come la globalizzazione, la crisi industriale dell’occidente e la nascita di nuove tecnologie hanno cambiato molti dei paradigmi ai quali eravamo abituati.

L’etica, il senso civico del progettare non sono perduti, hanno solo cambiato linguaggi. In questo momento una delle mostre più pubblicate del Salone 2018 è quella del designer Erez Nevi Pana: espone i risultati di una ricerca sulla produzione di oggetti con tecniche che evitano di utilizzare materie di origine animale.

Il designer Erez Nevi Pana si pone il problema di come fare a produrre oggetti senza utilizzare alcun materiale di provenienza animale. I suoi principi etici prevedono un rispetto assoluto degli animali e quindi la ricerca di tecniche alternative di fabbricazione come ad esempio l’utilizzo del sale.
(foto: Claudia Rothkagel)

Per quanto riguarda il design della comunicazione oggi si parla molto di apertura ai dati della pubblica amministrazione, di controllo sociale dei conti pubblici. Divulgare un file Excel non vuol dire rendere “trasparente” la pubblica amministrazione: senza una corretta traduzione, infatti, quei dati potrebbero essere capiti solo da un ristrettissima cerchia di tecnici specialisti. Tradurre quei numeri in qualcosa di comprensibile e divulgabile a tutti è compito di un professionista. Farlo in maniera appropriata, senza deformazioni o volontà propagandistiche, è questione di etica civica.

Questi saranno i temi trattati in occasione di una serie di conferenze e workshop che si terranno dal 28 maggio al 1° giugno, organizzati dall’Università di San Marino, e che avrà come titolo Designing Civic Consciousnes.
Vi parteciperanno personalità di varie discipline, da Ruedi Baur, designer specializzato in contesti degli spazi pubblici, a Luciano Canfora, filosofo e storico. Dalla grafica Elizabeth Resnick al filologo Carlo Ossola.

Non è un caso che la manifestazione nasca dall’incontro tra Gianni Sinni e Maurizio Viroli: il primo designer specializzato in nuove tecnologie e il secondo studioso di filosofia politica con cattedra all’Università di Princeton e Lugano. L’idea è quella di far dialogare designer con filosofi e professori internazionali: verrà applicato il principio della “consilienza”, basato sull’incontro di differenti personalità e competenze, valorizzando così i diversi punti di vista e i differenti metodi di analisi. Convinti che per essere buoni progettisti sia importante prima di tutto essere buoni cittadini.

P.S.
L’iniziativa si rivolge ad un pubblico di studenti e professionisti interessati.
Alle conferenze basterà registrarsi, mentre ai workshop potranno partecipare gli studenti che saranno selezionati mandando un curriculum.
Ogni attività della manifestazione è gratuita.
A questo indirizzo troverete tutte le informazioni necessarie dcc.unirsm.sm.