Con Odo ci incontriamo nel suo studio. Immaginate stanze con scaffali pieni di progetti e prototipi e tanti, tantissimi, oggetti realizzati da aziende importanti come Fontana Arte, Pedrali, Normann Copenhagen, Foscarini, Casamania, Flou. Odo prende in mano gli oggetti per raccontarne la storia, l’idea progettuale, ma soprattutto per spiegarne gli aspetti che più lo appassionano, i dettagli tecnici. Ci vuole pochissimo per arrivare a parlare di plastiche a iniezione, metallo fuso, saldatrici, tornitura, stampe 3d, costruzioni additive, insomma di tutti quegli aspetti che fanno un prodotto di qualità e riproducibile in serie.

Fioravanti è un designer che ha deciso di confrontarsi con l’industria e con la produzione su larga scala ed è questo a differenziarlo da buona parte del design contemporaneo, oggi per lo più concentrato sulla realizzazione artigianale di piccole serie.

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Odo Fioravanti nel suo studio. (Foto: Michela Voglino).

Quattro-cinque anni di ingegneria a Roma e poi ti sei trasferito Milano a studiare design.

Sentivo di avere delle capacità, ma pensavo che potessero avere a che fare solo con un hobby. Ho scoperto tardi che nel “design” potevo racchiudere tutte quelle cose che costruivo con le mani, ma anche lo scrivere, le mie idee, i miei pensieri, insomma tante cose che mi appartenevano, e fare di tutto questo un lavoro. Mi sono iscritto al Politecnico e quasi subito ho vinto un concorso internazionale, mi sono detto «cacchio funziona!». Per quello dico sempre che il design mi ha salvato la vita.

E poi?

E poi per almeno dieci anni ho fatto praticamente solo quello: quasi nessuna vacanza, rare uscite.

Una passione…

Sì, ma all’epoca sentivo anche molto il bisogno di recuperare il tempo “perduto” durante gli anni ad ingegneria. E poi sentivo una sorta di riconoscenza nei confronti del design: sostanzialmente mi aveva liberato.

Sedia Frida, per Pedrali, 2008.
Questo progetto vince il Compasso d’Oro nel 2011.
(foto: Leo Torri)

La tua idea di progetto prevede il rapporto con un’azienda o comunque con un sistema produttivo. Non ti convincono le tante esperienze contemporanee sul design autoprodotto.

Mi sembra che l’autoproduzione oggi sia diventata un po’ una via di fuga che viene spesso praticata in reazione alla obiettiva difficoltà, complessità e anche frustrazione di non riuscire a lavorare con le aziende.
Produrre da sé quello che si vuole mi fa un po’ pensare che allora va bene tutto, come se tutte le idee fossero degne di autoproduzione. Sono spesso oggetti che esistono in pochissimi esemplari e certe volte praticamente esistono solo in foto.

Dall’altra parte lavorare con l’industria è complesso e comporta difficoltà, ma dà anche la soddisfazione del confronto con un sistema complesso, confrontarsi con i “no”, con le dinamiche dei grandi numeri, soddisfazione non solo economica ma anche collegata alla possibilità di vedere le proprie idee in formato tridimensionale diffuse davvero. Incontrare un tuo prodotto in un negozio dall’altra parte del mondo, per caso.

Credo sia questione di scelte, di cosa si pensa sia il design e di cosa si pensa siano l’arte e l’artigianato. Si può usare il metodo del design per fare un pezzo unico, ma il metodo del design deve riconoscersi. Se invece non c’è un metodo, un approccio, se prendo un oggetto, ci infilo dentro un fiore e dico che questo gesto lo ha trasformato in un vaso, allora non credo sia giusto parlare di design.

Tommaso Bovo e Odo Fioravanti. (Foto: Michela Voglino).

Mi sapresti dire quale percentuale delle entrate del tuo studio arriva dalle royalties1?

Nel 2017 l’1% del mio fatturato è derivato dalle “chiacchiere”, cioè quando mi chiamano a parlare in convegni o a insegnare, tutto quello che è consulenza immateriale; il 21% è arrivato da progetti pagati direttamente e il 78% del fatturato sono state royalties.

Capisci che tu sei un’eccezione? Sono pochi quelli della tua generazione ad avere questi numeri.

Sì, percepisco di essere un’eccezione. Le percentuali che compongono la “torta” sono differenti per la maggioranza dei miei colleghi e coetanei. Questa eccezionalità è un segno di come stia cambiando la realtà del design.

Teiera e tazza Bliss, per Normann Copenhagen, 2017.

In fondo è questo il tuo modo di intendere il progetto, alla base del design c’è sempre l’industria o comunque un confronto con le dinamiche della produzione di massa. Durante la Design Week milanese esistono principalmente due tipologie di designer. Quelli che trovi agli eventi del Fuori Salone e quelli che invece puoi trovare solo alla Fiera di Rho, dove espongono le aziende. Tu ovviamente appartieni a quest’ultima categoria, assolutamente minoritaria negli ultimi anni.

Vado in Fiera perché tutta la giostra della design week è azionata e tenuta in movimento dalla Fiera e dalle aziende che vanno in fiera a vendere prodotti: mi sembra prima di tutto rispettoso.

Non saprei dirti se ci sono differenze tra questi tipi di designer che tu indichi. Posso dirti che io mi sento un professionista che disegna prodotti, vado a incontrare le aziende con cui lavoro e quelle con cui vorrei lavorare. Insomma mi sembra serio e sempre bello visitare la fiera che aspetto per un anno intero, e lì spesso incontro amici e persone interessanti. Faccio dei giri nel Fuori Salone ma ne esco sempre un po’ confuso e molto ubriaco.

Lampada a led Bonnet, per Fontana Arte, 2014.
Grazie ad una piccola ottica, la lampada sfrutta al massimo la luce riflessa sul muro per dirigerla
anche verso il basso.

Accanto al tuo approccio funzionale-ingegneristico c’è una forte ricerca sulla forma.

Semplificando molto: ci sono designer “che disegnano” e designer che “non disegnano”. Un bell’esempio è Achille Castiglioni, che secondo me arrivava a una forma come risultato di un ragionamento, come se la forma dell’oggetto scaturisse dal processo. Il mio è un modo diverso, sono un appassionato della forma e mi dedico a pensarla, progettarla, raffinarla. Per me la forma rappresenta il pensiero, ne è un simulacro.

… e questa è una delle più importanti differenze con la vecchia generazione dei Maestri, lo sdoganamento della bellezza. Mentre i Maestri consideravano la forma in rapporto dialettico con la funzione, tu sembri considerare la forma come parte della funzione stessa.

Credo che la bellezza sia qualcosa di molto simile alla Forza di Star Wars, è come un fluido che attraversa le cose, è un’energia che fa vibrare le cose, le persone.

Quello della bellezza è un tema molto sottovalutato, dopo l’Illuminismo è stato declassato a qualcosa di non misurabile e non scientifico. La deriva più pericolosa è la classica frase “la bellezza è soggettiva”: quello della soggettività è una riduzione da cui la bellezza non è più uscita. Quindi si fa spesso confusione tra estetica e cosmetica, come se l’estetica fosse qualcosa di superficiale. Invece c’è un’estetica anche nel cuscinetto a sfere che non è stato disegnato, il fatto che la sua forma sia “giusta” lo rende bellissimo: la Bellezza e la Giustezza, o Giustizia, procedono assieme.
I designer oggi evitano di parlare di bellezza, perché sanno che parlarne è difficile e rischioso. È un argomento proibito.

Premio Mazzocchi, per Quattroruote, 2013. (Foto: Carlo Lavatori).
«C’è un’estetica anche nel cuscinetto a sfere che non è stato disegnato, il fatto che la sua forma sia
“giusta” lo rende bellissimo».

E se ad esempio cominciassimo a parlare di Art Design?

Io me ne andrei!

[ridiamo, ndr]

Oggi è molto cool lavorare tra gli interstizi delle discipline, ad esempio molti si lanciano in quell’area sfumata a confine tra arte e design. Mi chiedo sempre: se realizzi un certo tipo di lavori, poi arriva il momento di decidere se partecipare con gli stessi lavori ad una fiera di design o a una di arte. Quelli che scelgono una fiera o mostra di design, immagino che desiderino puntare sul mondo del design piuttosto che su quello dell’arte, quindi nei fatti si richiamano a queste distinzioni, questo è un dato di fatto.
Io penso che nella prassi sia ancora importante la distinzione disciplinare, anche se so bene che può essere un terreno scivolosissimo.

Mi sembra che l’Art Design possa talvolta essere una scelta comoda: se prendi gli oggetti di Art Design e li sposti nel mondo dell’arte non funzionano più, di solito sono cose già successe in quel campo anni prima. È questa ambiguità che non mi convince: se non appartieni a nessun ambito poi di fatto svicoli da ogni riferimento e questo può falsare la percezione. Come un soggetto senza sfondo.

Portachiavi Pidgin, per Opos-Incotex, 2008. (Foto: Matteo Cirenei).

Che poi la tua indole speculativa-espressiva è molto forte, ad esempio utilizzi i social per fare continue riflessioni sul mondo degli oggetti. Chi decide di lavorare con le aziende sa però che l’industria chiede prima di tutto prodotti facilmente spendibili nel mercato, e che risolvano problemi produttivi.

I social sono momento di riflessione sul mondo degli oggetti. Come avrete certamente notato questa
ragazza è appoggiata sulla sedia Snow, progettata da Odo Fioravanti per Pedrali.

In questi giorni ho consegnato ad una importante azienda i file per lo stampo di un oggetto in plastica. Lo stampista mi ha fatto tantissimi complimenti per la competenza: la prima cosa che mi sono detto è che questi sono i complimenti meno spendibili della mia vita. Il fatto che io sia tra i più preparati conoscitori dello stampaggio non è per niente sexy, e in realtà questa cosa mi spiace.

Il fatto di venire percepito come un tecnico purtroppo si porta dietro una presunzione di minore cultura. In realtà dei miei oggetti potrei ovviamente raccontare la storia della genesi, di una certa complessità nel pensiero che gli ha dato forma. La superficialità non fa parte del mio lavoro, mi sembra di essere molto riflessivo e che piuttosto i miei pensieri si sciolgano negli oggetti senza lasciare grumi visibili.

In passato, all’epoca dell’università, ho anche progettato oggetti più speculativi, con riflessioni vistose e appiccicate sulla loro forma, ma per come lavoro adesso mi sembra un tipo di espressione troppo “pornografica”. In quel tipo di design faccio fatica a ritrovarmi.

A sinistra:
progetto di tesi sul tema del sacro, crocifisso in forma di nastro adesivo per le missioni, “per
evangelizzare il mondo a costo zero”.
A destra:
Cloned in China, per Opos, 2005. Progettato con Carlo Franzato e Roberto Galisai.
Riflessione sulla moltiplicazione genetica dei prodotti clonati in Cina.

Sei sempre stato critico nei confronti del design mediatico, più propenso alla realizzazione di storie e immagini, piuttosto che di oggetti fruibili e industrializzabili. Anche nella tua attività accademica hai avuto modo di analizzare questo fenomeno.

Credo che si sia creata una classe di progetti da blog che servono forse ai designer alle prime armi per vedersi pubblicati e sentirsi “in ballo” e parte del sistema, ma non so se questa illusione sia realmente costruttiva. Il sistema della comunicazione ti dà notorietà, ma te la dà in prestito, e prima o poi viene a riprendersela.
La domanda è cosa resta dopo. Per quello mi sento di consigliare a chi vuole vivere di design di iniziare alimentando i blog, ma intanto di crearsi anche uno specifico, delle competenze, diventare esperto o appassionato di qualcosa. Per fare un esempio: se un designer è il massimo esperto di pannelli insonorizzanti e insonorizzazione, prima o poi questa conoscenza gli porterà da mangiare.

Credo che i blog abbiano un meccanismo di selezione che automaticamente riorienta i gusti e lo “stile”, non solo estetico ma anche “lo stile di pensiero” dei progetti, portando ad una certa uniformità. Basti guardare al ritorno di un certo gusto retró che fa sembrare i progetti dei giovani simili ai mobili che aveva mia nonna. Questo è un pericolo, ma penso anche che i blog abbiano fatto tante cose ottime. Una su tutta mettere in comunicazione istantanea tutti i designer del mondo, mettere a sistema le idee, rendere la fruizione del design sostanzialmente gratuita, ecc.

Con un mio ex assistente e studente, Marco Napoli, avevamo pensato di fare una tesi di laurea creando un falso designer e falsi progetti da blog. Marco lo ha fatto e ha funzionato: i blog ci sono “cascati” pubblicando e ripubblicando progetti pensati apposta per essere pubblicati. A riguardarlo ora fa pensare.
(Qui un articolo sul tema)

I designer cercano i più facili spazi nei blog anche perché fanno fatica a dialogare con le aziende. Perché secondo te? Dove sbagliano nel rapporto con il mondo industriale?

Spesso i giovani designer mi chiedono i contatti di quella o quell’altra azienda: io quando posso glieli do, ma mi chiedono i contatti sempre delle solite. Se fossi in loro andrei da imprese più piccole, cercando di capire quali sono quelle con il più grande potenziale di crescita.

Ci sono poi tutta una serie di errori classici: tantissimi presentano progetti di tavoli e sedie ad aziende che non producono né tavoli né sedie. Propongono il prodotto sbagliato, perché spesso non si sono studiati il catalogo o non sono andati a vedere il loro stand nelle fiere di settore. Se segui un’azienda ogni anno, dopo cinque anni automaticamente hai una percezione abbastanza centrata di quello che l’azienda sta facendo e soprattutto di quello che vorrebbe fare in futuro: solo partendo da una base così puoi avere qualche chance.

Se poi pensi che andare da un’azienda con dei rendering possa bastare, vuol dire che ti sei fatto un’idea sbagliata. Non ci sono più gli uffici di ricerca e sviluppo di una volta e gli imprenditori sono più pigri. Costruire prototipi è diventato così facile e poco costoso che non si può più farne a meno nella fase di presentazione delle proposte.
Quando è possibile è meglio andare dalle aziende con un progetto in cui hai definito molto, con un minimo di idea dei costi, di come produrre, dei materiali, ecc. Non è facile da fare, ma ti mette in una posizione in cui stimoli la fortuna a venirti incontro…

Un’altra cosa importante è la reattività dei progettisti, perché l’industria ti mette sotto pressione, ti dà dei tempi velocissimi e un designer deve saperli rispettare.
Anche la scelta delle tipologie: tutti vogliono fare gli stessi tipi di oggetti, ci fosse mai uno che si mette a disegnare un filtro per l’acqua!

[Odo si volta e prende dalla libreria alle sue spalle il filtro Uno progettato per Profine, ndr].

Pensa che io ho iniziato a lavorare progettando carri funebri! Una volta disegnai le visiere che i parrucchieri mettevano alle signore mentre facevano la tinta. Se veramente hai voglia di fare il designer e di fare esperienza, allora disegni di tutto.

Filtro per l’acqua Uno, per Profine, 2016. (Foto: Matteo Pastorio).

Anche le aziende sono delle istituzioni spesso incapaci di capire il linguaggio dei designer, soprattutto quelli delle nuove generazioni.

Il primo grandissimo errore da parte delle aziende è che spesso pensano di sapere già quello che è giusto fare e invece, certe volte, confrontarsi con un giovane scapestrato e “fuori di testa” potrebbe aprire delle possibilità inattese. A me è capitato tante volte di proporre delle cose un po’ matte a delle aziende e di non essere ascoltato, perché allora ero o “troppo giovane” o “troppo impreparato” o “troppo nuovo di quel settore”. Dopo qualche tempo alcune di quelle cose sono successe per mano di altri designer in altre aziende, a volte ponendo una pietra miliare in quel campo.

Le aziende dovrebbero imparare ad ascoltare di più. Hanno la sindrome di chi è molto concentrato e ti dice: «non disturbarmi, sto facendo una cosa più importante».
Secondo me dare credito ai giovani è un tema importante, ma parlo dei giovani veri, quelli sotto i trent’anni. Siamo un paese incardinato sui vecchi, dove solo ora che ho 43 anni incominciano a prendermi sul serio. Ma ti pare possibile che uno debba superare i quarant’anni per iniziare ad essere preso sul serio? Io credo che quando un’azienda prende come direttore artistico una persona “diversamente giovane” abbia perso un’occasione.

Bern clutch, per Maison203, 2017. Sviluppato con Juan Nicolas Paez.

Un’importante azienda per la quale lavoro mi chiese di diventare direttore artistico, io gli proposi un ragazzo giovane, secondo me bravissimo. Gli dissi «dovete rivolgervi a un giovane che rompa le scatole e abbia la forza di mandarvi a fanculo tutti i giorni. C’è bisogno di una persona che venga qui a darvi fastidio, che vi racconti la sua idea del mondo in maniera magari un po’ incosciente e rivoluzionaria».
Ci vogliono i giovani per fare questo. Non i giovani che fanno i mobili di mia nonna, ma quelli che se lo meritano, che progettano e hanno dei pensieri in testa. Sono convinto che su questo punto le aziende debbano fare qualcosa.

Mi puoi fare il nome di qualche giovane designer che ritieni interessante e che segui?

Ho tanti designer giovani di cui amo il lavoro: Tommaso Caldera, Philippe Tabet, i Sovrappensiero, Marco Dessì, gli Studio Klass… Dovessi dirne uno ancora più giovane direi Attila Veress che ho scoperto da pochi giorni ma che mi sembra bravo.

Il talento è una cosa strana, è come una luce, un “brillìo” che vedi con la coda dell’occhio per un istante. Poi ti giri e non lo vedi più, e ti chiedi se l’hai visto o forse l’hai solo sognato. Quelli bravi sono com quel brillìo.
Viva i giovani!

Beh, direi che abbiamo finito.

No, non puoi andare via senza prima vedere il laboratorio, lo abbiamo appena riverniciato!

Muro porta strumenti del laboratorio di Odo Fioravanti.

Prototipo per una Roncola, 2010.
(Foto: Emanuele Zamponi; art: Paolo Giacomazzi).
Odo ha una vera passione per gli strumenti da lavoro.

Rivestimento per tetti, T gola, per Andreoli / DuPont, 2007.