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© Susana Blasco

Memorie “danneggiate”: 13 artisti che lavorano sulla rielaborazione di foto vintage

Quando Simone Sbarbati ha scritto di Sacromonte ho capito che stava accadendo di nuovo, un’ossessione si stava impossessando di entrambi. Nell’elenco delle nostre “ossessioni sincronizzate” aggiungo dunque quella del recupero e della rielaborazione di foto vintage, possibilmente in B/N, da parte di un artista che poi interverrà con una certa tecnica sullo scatto fino a modificarne la memoria e quindi ricontestualizzando l’opera.

Niente di nuovo sulla carta. Rielaborare è infatti una costante che appartiene alla quasi totalità della produzione artistica, ci portiamo dietro il passato modificandolo a nostro gusto. Lo teniamo lì, in una sacca stracolma di spunti e citazioni, di cui siamo solo fruitori, che poi utilizziamo seguendo il nostro percorso creativo.

Mana Urakami
instagram.com/maskof.j/

Qui vi mostriamo artisti che trasformano le memorie tangibili del passato — le fotografie — nel supporto stesso su cui lavorare. Così abbiamo foto che si trasformano in collage o in .gif, altre che vengono ossessivamente tagliuzzate e poi ricomposte creando nuove luci e ombre, altre ancora in cui i volti vengono cuciti con ago e filo creando sfumature di colore inaspettate e così via.

Come un’ossessiva archivista mi sono messa a cercare lavori in cui le foto si trasformano in una tela su cui intervenire. Ed è così che ho selezionato 13 artisti (tra grafici, illustratori e fotografi) su Behance, Instagram o sì, persino lì, nella vita reale. Di tutti ho scelto 3 scatti.

Pauline Barzilai
cargocollective.com/paulinebarzilai

È chiaro che qualche domanda me la sono posta, a cominciare dalla più banale, ma non sarà che questi lavori sono belli solo per me? Probabile, ma del resto lo avevo premesso, vi sto raccontando di una momentanea ossessione, generata anche dai miei personali interessi. È vero però che un consistente vaso di Pandora si aprirà sul vostro schermo digitando l’hashtag #foundthings.

Il recupero di foto vintage è una pratica sempre più diffusa, così come il quello di memorie private di altro tipo (lettere, cartoline e così via), sia che questi materiali siano poi usati o meno in produzioni artistiche. Stampiamo meno le nostre foto ma ne recuperiamo a valanghe di quelle scattate in analogico, soprattutto dei primi decenni del Novecento.

Christian Wischnewski
behance.net/wischnik3dd3

È una tendenza che continua a maturare, a espandersi, credo sia fisiologico l’aver fatto un passo indietro in un momento storico così saturo di digitale. Quello che produciamo oggi non sappiamo se avrà un significato in sé e se influenzerà altri artisti, è però un dato di fatto che il tema della memoria applicato al recupero concreto di un “oggetto” – qui le foto – sia più vivo del previsto.

Qui il passato è ben lungi dall’essere riduttivamente identificato come “vintage”. Quindi non si tratta di mero citazionismo teorico dell’arte che è stata, ma sostanza della produzione che oggi è.
E tra un pensiero e l’altro mi sono imbattuta in un ricordo legato all’ultima Quadriennale dove, tra le varie sezioni di questo 16° appuntamento, c’era quella curata da Cristiana Perrella: La seconda volta. Che così viene introdotta, sintetizzo dal catalogo: «Il progetto presenta il lavoro di cinque artisti che mostrano una comune attenzione per l’uso di materiali densi di storie già vissute, di cui danno nuova lettura, riattivandoli in insospettabili combinazioni. La loro è un’arte di resti e frammenti, composita, residuale, ibrida; un’arte di montaggio, di trasformazione, di rinascita, forse anche un’arte della crisi. (…) Lara Favaretto, Martino Gamper, Marcello Maloberti, Alek O. e Francesco Vezzoli si misurano con un tempo in cui – nonostante l’accelerazione senza precedenti del progresso scientifico e tecnologico e il futuro che sembra correrci incontro – si guarda molto al passato e l’euforia del consumo, del nuovo, è un sentimento che appare appannato, inappropriato. Non a caso la pratica di questi artisti è caratterizzata spesso da un approccio “low-fi”, artigianale, dall’attenzione a tecniche manuali, al bricolage».

Charlotte Apers
behance.net/charlotteapers

Ecco diciamo che oggi è come se sentissimo il bisogno di fermarci per riflettere sull’analogico, dopo averlo messo da parte con un significativo colpo di spugna quando il digitale si è manifestato con tutte le sue potenzialità. Oggi, forse, ci stiamo chiedendo se non ci sia qualcosa da recuperare. Qualcosa che in quella direzione non avevamo ancora sperimentato.

Chiaramente non è una pratica recente quella di intervenire su uno scatto. Si faceva sin dai primordi della fotografia, persino dalla dagherrotipia, da quando insomma gli stampatori hanno cominciato ad applicare il colore alle foto. Un intervento che per alcuni possiamo considerare artistico e per altri necessario soltanto a donare un maggior appeal “realistico” all’immagine originale. Che fossero dagherrotipi colorati o foto disegnate a mano da artisti giapponesi poco importava, il supporto (la foto stampata) non era arte confinata nello scatto, ma amplificata da un intervento successivo, un po’ come avviene oggi quando a post-produrre ci pensano programmi quali Photoshop.

db Waterman
behance.net/dbwaterman

Così, come vediamo nei lavori selezionati, la foto non è confinata nemmeno nella cornice, quella bianca e ondulata delle stampe d’epoca, poiché in alcuni casi è solo un punto di partenza, il La che fa comporre la sinfonia oppure, per chi ne fruisce, che la fa apprezzare.

L’intervento sulle foto recuperate ci parla di riuso e assemblaggio, si sceglie di intervenire sulle foto con tecniche manuali che vanno dal cucito al collage, oppure con l’uso di software, seppur limitatamente. I lavori selezionati modificano l’oggetto attraverso stili, citazioni e tecniche diverse tra loro, quindi ricontestualizzandola nel presente si modifica la memoria stessa della foto.

Chuck Carpenter
behance.net/chuckcarpenter

In alcuni casi sono sperimentazioni all’interno di progetti artistici più ampi, in altri sono il principale progetto di un creativo. In entrambi i casi i lavori di questi artisti sono densi di rimandi al passato, non semplicemente per l’oggetto scelto come supporto ma per come (e con quali tecniche) questo è stato modificato rispetto all’originale.

Questa linea continua tra passato e futuro si manifesta in una rielaborazione infinita di ciò che è stato arte per approdare a ciò che sarà arte, al di là del manierismo ma dentro la sperimentazione.

Abby Murphy
behance.net/AbbyMurphy

E a proposito di citazionisti e sperimentatori, forse vale la pena guardare anche in altri ambiti rileggendo un’intervista ad Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci.

L’articolo di Vogue parte proprio dalla critica che alcuni gli hanno rivolto, ovvero l’eccessivo citazionismo del passato e la mescolanza di ispirazioni disparate, dall’arte rinascimentale al cinema di fantascienza: «Sono spudorato. Per me creare vuol dire rigurgitare, stravolgere e assemblare tutto ciò da cui sono stato e sono costantemente attraversato. (…) La citazione è stata parte fondante del percorso culturale, di tutti e da sempre. Oggi, invece, si confonde la citazione con la nostalgia paralizzante. Io, al contrario, penso che l’ossessione per il futuro sia il modo migliore per non vivere il presente».

E anche questa ossessione sincronizzata l’abbiamo archiviata!

Igor Moreira
behance.net/igmoreira

Glenn Wolk
behance.net/glennwolk

Sarah Davidson
behance.net/linearoutline

Naomi Vona
behance.net/naomivona

Susana Blasco
behance.net/SusanaBlasco

Lauren Spencer King
laurenspencerking.com/

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