Ho appena disfatto le valigie e mi sono accorta di aver riportato a casa tanta “carta”. Tantissima! Tra i bagagli non c’era neanche un costume, un olio abbronzante, niente che potesse far pensare a un esperto dell’arte della deduzione che io fossi stata davvero in vacanza.

Niente di niente, solo carta! Per la quale ho rischiato di pagare un salato extra al check-in, al tipo in divisa devo aver fatto una certa tenerezza, quando gli ho detto tremante: «Lo immaginavo… sono i miei magazine, le zine e poi vecchie fotografie, lettere scritte in lingue che non capisco, diari trovati dai robivecchi, post-it raccolti in strada, cose così! Ok… Dove devo pagare?». A quel punto mi ha risposto che no, mi avrebbe evitato il
salasso, mi ha sorriso e augurato buon viaggio. Io quasi l’avrei abbracciato!

Ed è così che mi appresto a raccontarvi un po’ di storie messe da parte quest’estate, storie di carta e di memorie. La prima è quella di un concorso dedicato alle zine, alla sua seconda edizione, del vincitore dello scorso anno Diego Mayon e del progetto Grey Grass.

Il CDPzine 2017 è un contest di fanzine e self publishing inediti di editoria fotografica, nato lo scorso anno per dare l’opportunità di esporre nell’ambito di Castelnuovo Fotografia, il Festival Fotografico (alla sua quinta edizione) che si svolge dal 30 settembre all’8 ottobre nel borgo medievale di Castelnuovo di Porto (RM), un evento dedicato al paesaggio nelle innumerevoli relazioni tra fotografia, libri, arte e architettura.

Il festival vuole dunque promuovere le pubblicazioni indipendenti autoprodotte che esplorano il paesaggio nelle sue varie declinazioni nonché la dimensione interiore dello spazio e la percezione che abbiamo di esso.
Una photozine selezionata tra tutte quelle che perverranno sarà oggetto di una mostra nelle sale del Castello Rocca Colonna, location del Festival, durante l’edizione 2018 e con un approfondimento sulla piattaforma online di 001, collettivo fotografico romano sul cui sito è possibile consultare una bella sezione dedicata alle webzine.

Inoltre, dieci zine selezionate faranno parte del Foto Bookshop, un apposito spazio dedicato all’editoria fotografica del festival. A sceglierle ci penserà una giuria selezionata composta da professionisti del mondo della fotografia.
Le opere, accompagnate da un testo di presentazione di massimo 20 righe e dalla scheda di partecipazione, dovranno pervenire entro il 20 settembre, online potete trovare tutte le indicazioni per partecipare e il
programma del festival. Il concorso è gratuito e aperto a tutti.

Ed eccoci dunque a scambiare due chiacchiere con Diego Mayon, vincitore della prima edizione con il progetto Grey Grass, che quest’anno esporrà al Festival.

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“Grey Grass”, di Diego Mayon, autoprodotto

Raccontami del tuo rapporto con le zine cartacee. Perché hai scelto di optare per questo mezzo?

Ho scelto questo tipo di pubblicazione per una duplice ragione: una economica e l’altra di senso.
Dal punto di vista economico ho notato quanto oggi ci sia una incredibile proliferazione di libri autoprodotti. Ma credo che molte volte sia più una scelta dettata dalla moda che da un ragionamento sul contenuto. Io stesso ero molto interessato alla pubblicazione di un libro, ma a un certo punto ho capito che non c’erano le condizioni per realizzarlo. Non le condizioni che avrei voluto io.

Mi spiego: il mio lavoro tratta di un particolare territorio, la campagna a Est di Milano, in un momento di passaggio. Ritengo che siamo appena entrati in un periodo che porterà alla fine della vita rurale di quelle zone. Nuove autostrade sono state costruite danneggiando l’attività di moltissimi agricoltori e allevatori. Nel giro di qualche anno molti capannoni e aree industriali sorgeranno adiacenti a queste strade. Tutto ciò porta a una cementificazione del territorio e a un consumo di suolo abnorme a discapito dell’agricoltura. Il fenomeno è già iniziato.

Per tornare al discorso del libro: mi sarebbe piaciuto documentare questo momento di passaggio, volevo realizzare un’opera di quelle che si trovano negli scaffali delle sezioni locali delle biblioteche di paese. Il fatto di non poter realizzare questa cosa, per motivi fondamentalmente economici, mi ha costretto a ragionare su delle alternative e la soluzione è stata optare per un tipo di pubblicazione più leggera, anche più facile da condividere e far circolare, la cui divulgazione potesse essere ottimizzata contenendo il più possibile i costi.

E qui veniamo alla seconda motivazione che mi ha spinto nella direzione della zine, il senso: mi sembrava che un giornale fosse la cosa ideale per il tipo di approccio che ho utilizzato per questo lavoro, fondamentalmente giornalistico, d’investigazione e d’indagine.
Non mi riferisco a quel tipo di fotogiornalismo che segue le news, da quotidiano, ma a un tipo di giornalismo più lento, più ragionato. Quello che alcuni definiscono Slow Journalism.

Dopo aver portato a termine il grosso del lavoro desideravo coinvolgere un giornalista per scrivere un pezzo sull’argomento, ma in piena autonomia rispetto alle foto. Ho contattato così Luca Martinelli, che scrive sul mensile Altreconomia e su alcuni quotidiani. Luca, tra l’altro, stava seguendo la stessa storia con la sua rivista. Quindi la sintonia è stata immediata.
In quel periodo ho anche conosciuto Raffaele Vertaldi, photoeditor della rivista IL de Il Sole 24 Ore, che si è offerto di darmi una mano seguendomi durante la produzione del lavoro. Il suo apporto è stato molto stimolante, così come quello dei grafici che si sono occupati dell’impaginazione.

“Grey Grass”, di Diego Mayon, autoprodotto

Come credi si evolverà il rapporto tra carta e digitale?

Prima di tutto non credo che ci sarà una sostituzione del digitale a discapito della carta. Credo che siano due canali differenti che possono coesistere e anche supportarsi a vicenda.
La fotografia oggi viaggia su diversi canali: internet, giornali, festival e mostre. Bisogna essere molto duttili per progettare e proporre i propri lavori a mezzi così diversi tra loro.

Per questo avere la possibilità di esporre al Festival di Castelnuovo mi dà un duplice vantaggio: esporre di fianco a grandi autori e lavorare insieme a Niccolò Fano, un giovane gallerista di talento che si è occupato dell’allestimento della mia mostra.
Oltretutto i miei lavori sono molto diversi rispetto a quelli che la sua galleria rappresenta, quindi gli sono ancora più grato per aver accettato di curare il mio progetto.

“Grey Grass”, di Diego Mayon, autoprodotto

Come hai affrontato il momento cruciale dell’esperienza tipografica?

Oggi si ha la possibilità di stampare i propri lavori a un prezzo relativamente contenuto, ma questo succede soprattutto all’estero. Ho vissuto a Londra e lì c’è una realtà come Newspaper Club [ne abbiamo parlato anni fa qui su Frizzifrizzi, ndr] che ti permette di stampare persino una singola copia di un giornale, optando per diversi formati, così come qualità e grammatura della carta. La cosa bella è che viene fatta con una macchina rotativa, quella dei quotidiani, appunto.

Purtroppo in Italia non esiste una possibilità simile, quindi ho dovuto stampare la mia zine in Inghilterra, da un altro stampatore che fornisce un servizio affine a Newspaper Club ma con alcune varianti. Ad esempio la quantità minima di copie è di 1000 pezzi, ed è l’opzione che ho scelto io, con carta riciclata.

“Grey Grass”, di Diego Mayon, autoprodotto

Arriviamo a Grey Grass. Come hai avuto l’idea? E che tipo di rapporto hai instaurato con il territorio e le
persone che lo vivono?

L’idea del lavoro è nata in modo spontaneo. Avevo appena finito un Master di Fotografia a Milano e non avevo mai realizzato un progetto di lunga durata, ma solo brevi reportage.

Ho passato molto tempo su internet a scoprire e studiare autori contemporanei come Alec Soth, Simon Roberts e altri ancora. Poi ho trascorso svariati pomeriggi al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, che custodisce vari archivi tra cui uno chiamato Archivio dello Spazio, un progetto finanziato dalla Provincia di Milano per 10 anni, dal 1987 al 1997. Hanno mandato in giro i migliori fotografi italiani di paesaggio per documentare tutta la provincia milanese. Ne è uscito un lavoro pazzesco che è stato il mio punto di riferimento e mi ha spinto ha realizzare una campagna fotografica personale, autoprodotta e indipendente.

Fare una campagna significa documentare un territorio, possibilmente attraversandolo a piedi, un po’ alla maniera del flâneur. Si potrebbe definire anche psicogeografia: attraversare un territorio per capirne meglio le dinamiche, la conformazione, perfino la politica.

Il lavoro è stato fatto nella zona in cui ho abitato per anni, la cosiddetta Martesana, cuore della provincia Est milanese. Così ho monitorato il paesaggio nel tempo e intrattenuto dei rapporti duraturi con le persone con cui sono entrato in contatto. Alcuni di loro sono stati fotografati più volte, altri non hanno voluto farsi ritrarre per paura di ripercussioni sugli indennizzi che avrebbero dovuto ricevere per gli espropri terrieri subiti.
A tutti loro sono molto legato e grato, in modo particolare a Filippo e Maria e a Emilia e Ivana.

“Grey Grass”, di Diego Mayon, autoprodotto

Nel lavoro c’è molta intimità, ma anche sospensione e tempo dilatato tipico della vita in provincia…
Che rapporto hai con i luoghi abbandonati e la memoria del passato?

Il mio rapporto con quei luoghi è atavico. È una frase retorica, lo so, ma è così. Onestamente provo un sentimento di amore-odio per la provincia e per il mio paese in particolare, Gorgonzola. Non mi sono mai trovato veramente bene, soprattutto durante l’inverno, quando il paese diventa un dormitorio che non offre niente di positivo. Stare a casa è sicuramente più costruttivo e per questo c’è il rischio di isolarsi.
Devo ammettere, però, che oggi — abitando in città e avendo vissuto anche all’estero — quando sento l’esigenza di trovare un momento di tranquillità l’unico posto dove mi sento veramente protetto è il mio paesino di provincia.

“Grey Grass”
© Diego Mayon

“Grey Grass”
© Diego Mayon

“Grey Grass”
© Diego Mayon