Quello del rapporto tra i grafici e i loro Clienti (col loro bastimento carico di richieste assurde) è ormai un tema talmente battuto da aver rasentato lo sfinimento, tanto che ad ogni persona sana di mente verrebbe da pensare che con il numero incalcolabile di parodie in circolazione e il web ormai disponibile urbi et orbi, o giù di lì, anche loro, i Clienti, dovrebbero aver capito l’antifona e queste spassose lamentele dei graphic designer siano ormai una sorta di gag che però non ha più contatti con quella che è effettivamente la realtà.

Se però ti capita di avere tra i contatti, sui social network, amici o conoscenti che fanno davvero questo mestiere, saprai benissimo che quelle che sembrano iperboli, esagerazioni, in realtà sono la pura, banale verità. Che esistono davvero quelli che ti chiedono il logo di dimensioni mastodontiche, che ti portano il bozzetto fatto dal nipote, che ti spediscono un’immagine in .jpg 300×300 già sgranata e ti chiedono di utilizzarla per un manifesto. E, anzi, la realtà, in questo caso, supera spesso l’immaginazione.
Finché ci saranno Clienti così, esisteranno sfottò così, l’equazione è semplice. E quando non vedremo più parodie significherà che qualcosa è cambiato. Per ora, però, quel giorno è lontano.

E allora proviamo a immaginare come il famigerato Cliente giudicherebbe capolavori come il poster per il Greatest Hits di Bob Dylan progettato da Milton Glaser («Dylan non è nero», direbbe lui, il Cliente), la locandina del film Anatomia di un omicidio opera di Saul Bass («Mettici le facce degli attori»), l’insegna del leggendario locale parigino Le Chat Noir («Prova con un gattino più carino. Vedi immagine allegata. Abbiamo un account iStock se ti serve») disegnata da Steinlen o il logo del Louvre ideato da Pierre Bernard («Prova a mettere una cornice attorno al logo così si capisce meglio che è un museo»).

Hanno tentato di farlo pure quelli dell’agenzia francese Grapheine che, immagino, di storie in proposito ne avranno molte da raccontare.

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