tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015 © Martoz

Remi Tot in Stunt: intervista a Martoz, autore della storia di uno “stuntman nella realtà” con le sembianze di Tim Roth

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Il protagonista della storia è un matematico straordinario, Remi Tot, che svolge l’attività segreta di stuntman nella realtà. Ovvero, si sostituisce a una persona (inconsapevole) coinvolta in un incidente stratosferico e sopravvive al posto suo.
Remi utilizza le sue capacità per tracciare una geometria degli eventi, prevedendo come si svolgeranno i fatti, al fine di muoversi e sopravvivere all’interno dei cataclismi. Il fumetto chiarisce in breve “come” Remi faccia ciò che fa, ma non è chiaro “perché” lo faccia. Il fumetto è, così, pieno di buchi neri, incongruenze. Un mistero che diventa il fulcro della storia, alcune domande che possono sorgere spontanee nel lettore diventano il titolo dei capitoli. Ad esempio, un capitolo titola: “Terza domanda: perché salvare solo una persona se si è a conoscenza dei fatti?”

Ricevi una mail così—con tanto d’immagini in cui subito riconosci il volto di Tim Roth—e tu che fai, non impazzisci per cercare di capire cosa, chi, per quale motivo (ben sapendo che a quel punto potrebbe intitolarsi in questo modo anche uno dei capitoli)?

Ed è stato così che ho fatto stalking ad Alessandro Martorelli, in arte Martoz, per capire, appunto, chi, cosa, per quale motivo, e ne uscita fuori un’intervista che racconta tutto (o quasi: sono talmente tanti gli input che si potrebbe passare settimane a studiarli) quel che c’è da sapere su Remi Tot in Stunt, il primo “lungometraggio” a fumetti di Martoz: un volumone da 300 pagine pubblicato proprio in questi giorni da MalEdizioni in occasione del BilBOlbul (la presentazione ufficiale e l’inaugurazione della mostra sono previste per il 22 novembre presso la ONO Arte Contemporanea, a Bologna).

Intervista che tra l’altro mi ha pure confermato la prima impressione che mi ha fatto l’autore la prima volta che l’ho conosciuto, circa un anno fa, sempre a Bologna, insieme al collettivo romano di cui fa parte: Labaquattro.
«Come cavolo fa a stare tutta questa energia dentro a un uomo solo?», mi dissi, mentre i suoi occhi lampeggiavano di fuoco e d’urgenza, di fuoco e d’urgenza, durante quella che sembrava una semplice chiacchierata.

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tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015 © Martoz
tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015
© Martoz

Si tratta di una storia piuttosto particolare, a livello di trama. Come ti è uscita fuori?

Nonostante l’idea sia strampalata, è nata tra una fermata metro e l’altra, senza preannuncio, come un freccia. La porta si chiudeva per far ripartire il treno e poco prima che si riaprisse in mente avevo un incisione: “stuntman della realtà”. E ho sorriso, perché sapevo che poteva diventare il mio fumetto per MalEdizioni.
Per il resto sono un appassionato di fisica, ho letto un po’ di divulgazione scientifica e vedo moltissimi documentari al riguardo. Non posso non valutare questo fattore, Remi Tot mi trascina perché il suo mestiere è quello che avrei voluto fare io se non fossi una pippa in matematica.

Questa cosa della matematica mi ha molto colpito. Io pure sono una pippa ma dopo aver letto “L’enigma dei numeri primi” di Marcus Du Sautoy mi sono appassionato. Una lettura che ha coinciso pure con una ricerca che poi mi ha portato al simbolismo, agli ermetici… E ritrovare tutto dentro al tuo fumetto è stato un colpo.

tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015 © Martoz
tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015
© Martoz

Diciamo che la cultura che parte dall’Egitto, passa per la Grecia Antica e arriva fino al Seicento, alla magia, l’ermetismo, mi interessa moltissimo, però quando ho concepito Remi ho deciso di tenere fuori l’esoterismo.
Remi è “solo” un matematico spericolato e ho cercato di mantenere un (improbabile) realismo (tra l’altro il personaggio non ha superpoteri), rimanendo in quel ramo della scienza di cui si occupa lui: non volevo ampliare troppo il campo e perdere il controllo.

La matematica è uno degli elementi portanti della storia.

Sì, e i suoi simboli li ho riportati come un totem all’interno del volume.
L’enigma dei numeri primi è una delle questioni di cui mi sono interessato e che ho affrontato in fase progettuale, anche solo per interesse e documentazione—c’è una certa magia dentro di loro—ma poi Remi non li utilizza per i suoi salvataggi.
Però, essendo l’agire di Remi tanto insensato, non escludo che, come i numeri primi sembrano posti a caso tra gli altri numeri, anche Remi non possa avere un modo simile di scegliere le persone da salvare, come se le scegliesse alla stessa maniera che ha scelto la matematica per selezionare i “primi”. Per noi, quindi, un senso non c’è: nell’agire di Remi come nel capire i numeri primi.

Il protagonista ha il volto di Tim Roth, e il nome ne è parzialmente l’anagramma. Come mai questa scelta?
C’entra quella serie tv, Lie to me?

Tim Roth per vari motivi, primo tra tutti l’anagramma incredibile con gli altri nomi citati quando parlavo del nome parlante
e poi perché adoro Tim Roth, la sua profondità per me non ha pari. In alcuni suoi film mi sono reso conto che i suoi occhi sono pozzi. Inoltre sono un grande appassionato de La leggenda del pianista sull’oceano.
Per me Roth lui aveva l’eterogeneità giusta per rappresentare la doppiezza del personaggio, a suo modo ironico, spietato, geniale, silenzioso, sensibile. Matematico e uomo d’azione, giacca di pelle e occhiali rotti, cicatrice: Tim Roth era perfetto, sebbene non sia ritratto alla perfezione, per ragioni tecniche!

tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015 © Martoz
tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015
© Martoz

Come hai lavorato sulla storia? Mi hai scritto che “il fumetto ha una sua linearità, dall’intreccio non proprio sconvolgente, perché si ritrova ad essere un contenitore in cui confluisce il fenomeno visivo”. Quindi immagino che dopo il canovaccio iniziale tu abbia costruito le varie catastrofi/incidenti per poi legarli assieme dopo.

Quando ho pensato di dover concepire catastrofi, ho deciso di farmi aiutare dal caso e ho creato tre gruppi di elementi riconducibili a incidenti/cataclismi:
1. mezzi di locomozione
2. luoghi enormi
3. piaghe (meteoriti/vulcani/missili)
Ne ho messi circa 10 per ogni gruppo, poi con i dadi ho connesso gli elementi, generando catastrofi in cui si combinavano gli elementi. Ad esempio: missile-carrozza-acquario.

Hai fatto scegliere al caso.

Sì, ho limitato il mio potere decisionale in favore di un caso che, generando assurdità indicibili, dava realismo alla cosa.
Mi volevo allontanare dagli stereotipi. Secondo me, più una cosa è improbabile più ha i numeri per parlare del mondo in maniera limpida. Più è assurdo, più è realistico.
E una volta generate casualmente le catastrofi, avevo i primi paletti per scrivere la storia e quindi ho messo Remi di fronte al suo dovere. Dopodiché ho inziato a chiedermi perché Remi lo stesse facendo…, e così via.
La storia, sì, ha uno svolgimento lineare, e la trama non si infittisce. I personaggi sono pochi perché gran parte del fumetto—la sua anima diciamo—sta nella rappresentazione delle catastrofi stesse. Il disegno pone un racconto di per sé.

A livello di disegno hai messo dentro tantissime citazioni. Credo di averne riconosciuta solo qualcuna.

Neanche Umberto Eco le riconoscerebbe tutte, perché in alcuni casi sono tanto mescolate o interpretate da non essere più riconoscibili.
Ci sono cose più palesi, ad esempio una doppia pagina con un quadro di Klee ridisegnato a matite colorate, o una scultura di Picasso a casa di Remi, e cose meno palesi, come i quadri Prampolini in alcune fasi astratte o nei fumi delle esplosioni. Poi alcune citazioni/omaggi sono ad artisti non (ancora) famosi: in una pagina ho citato un disegno di Dario Panzeri e in un’altra un disegno di Michele Papetti. Mi piacciono davvero tanto entrambi.

tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015 © Martoz
tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015
© Martoz

Ci hai ficcato dentro pure i tuoi amici di Lab.Aquattro?

In realtà no, ma non è stata una decisione cerebrale.
Non è stato facile lavorare a questo fumetto. Circa a metà del lavoro ho vissuto una crisi profonda e ho ricominciato daccapo, lasciando il Lab per due mesi.
Sono anche andato in montagna due settimane a morire di freddo e quando ho fatto confluire altri artisti dentro i miei disegni per liberare il fumetto dai vincoli che io stesso gli avevo posto, il tutto è avvenuto in maniera emotiva.

tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015 © Martoz
tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015
© Martoz

Mi piace molto quello che hai appena scritto: “liberare il fumetto dai vincoli che io stesso gli avevo posto”. Ti va di approfondire?

È stata una profonda crisi personale. Sono andato in Umbria, dove sono nato, anche se non ci ho vissuto. Mi pare sempre sia il posto giusto per ritrovare se stessi, oltre al fatto che è una terra ricolma di verde e santità [sorride, ndr].
All’inizio ho fatto scelte strane—usare una tecnica mista, matite colorate e digitale, pittura in alcuni casi—ma questo rendeva molti passaggi poco leggibili e farraginosi, e avevo paura che non si capissero le fasi più delicate in cui descrivevo, senza parole, quello che stava succedendo dentro alla mente di Remi, nella sua vita.
Già è complicato trasmettere la faccenda dello “stuntman nella realtà”, senza andare a complicare anche l’aspetto visivo, quindi ho optato per semplificare drasticamente la tecnica: matita e colorazione digitale piatta, isolando la sperimentazione solo in poche rare elette fasi del fumetto, come quella fortunata doppia pagina in cui ho coverizzato un Klee.

Quindi ti sei definitivamente sbloccato solo dopo essertene andato via per un po’.

Lavorando alla storia, inizialmente avevo creato una serie di inspiegabili vincoli. Una situazione asfissiante. Ed è stato difficilissimo buttare giù il castello di carte per eliminare ciò che non serviva, per capire dove dovevo andare.
Però posso felicemente dire che la primissima tavola che ho fatto è quella della moto rossa che cade dal cielo sulla diga, che è tuttora una delle più importanti e l’ho scelta per annunciare il fumetto al mondo. È stata la prima cosa che ho disegnato del fumetto… e ne fa parte!

È interessante il fatto che tu ti sia liberato anche fisicamente dai vincoli, andando in montagna, lasciando temporaneamente il collettivo.

L’allontanamento fisico è stato necessario, perché Roma è una città caotica, difficile. Io ho tante cose da tenere a bada, tra lavoro e affetti, quindi non potevo trovare la concentrazione giusta rimanendo qui. Dovevo abbandonare tutto, a costo di fare torto a qualcuno, o non ne sarei uscito (o non ne sarebbe uscito Remi).

tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015 © Martoz
tavola tratta da “Remi Tot”, di Martoz, MalEdizioni 2015
© Martoz

Com’è stato il rapporto con MalEdizioni? Hai mandato il lavoro già finito o in qualche modo ci avete lavorato assieme?

In un paio di occasioni ci siamo incontrati di persona per parlare dell’idea e del suo sviluppo. È stato stimolante, e attraverso il confronto con loro ho iniziato a intravedere quale sarebbe stato il destino di Remi.
Dopo il secondo incontro avevo chiaro il finale, sebbene ancora non avessi presente appieno come ci saremmo arrivati.
Loro mi hanno lasciato totale libertà, anche quando al telefono dicevo che nel capitolo successivo una portaerei sarebbe caduta su un museo d’arte [ride, ndr]. C’è stata grande fiducia (nella sorpresa) e io non ho mai posto barriere tra me e loro, lasciandomi consigliare. Al contempo loro non hanno avuto paura di lasciarmi fare.

Questo è il tuo primo lavoro di questa complessità e dimensioni, giusto?

Sì. Ho in mente altre storie lunghe—e le avevo anche prima di Remi—ma sono molto spirituale in questo: ogni storia ha il suo luogo e il suo momento. E ogni storia ha anche il suo editore. Per MalEdizioni non andavano bene i progetti in cantiere, quindi “ho preso la metro”…

Sei stato inserito da Illustri tra i giovani più promettenti (secondo me molto meritatamente). Immagino tu sia stato felice, ma ti senti anche qualche responsabilità, addosso? Quella di dover dimostrare qualcosa di più?

Io sono stato ONORATO di essere stato invitato da Illustri ad esporre. Proprio quando cominciavo a informarmi su come funzionasse la cosa (visto che non avevo idea di come selezionassero gli artisti) è arrivata la mail di invito. Ero a Londra quando è successo (su Remi ho lavorato anche un mese a Londra, in compagnia di mia sorella: capitolo 5) e all’inizio non sapevo come reagire. Ero solo contento!

un ritratto di Remi Tot realizzato da Martoz in esclusiva per Frizzifrizzi © Martoz
un ritratto di Remi Tot realizzato da Martoz in esclusiva per Frizzifrizzi
© Martoz

E quando hai pian piano cominciato a realizzare?

Beh, ora mi sento un po’ gli occhi addosso, sì, ma più che sentirmi responsabilizzato sono felice. Ho una possibilità in più per far conoscere il mio mondo.
Mi ha dato grande soddisfazione perché ho visto un riconoscimento. Al disegno ho dato tutto e non ho mai avuto scelta. Come direbbe Maurizio Ceccato, “sono senza alternativa”, e la travolgente passione con cui disegno è stata lentamente captata. Per quanto io sia relativamente acerbo e assolutamente mutevole, qualcuno ha detto «ok, vieni». C’è posto anche per me, insomma, anche se non sono di moda.

Hai paura di essere “di moda”?»

L’unica responsabilità che sento, ora più forte, è nei confronti del disegno: non voglio perdere di vista il mio rapporto con lui.
La mia paura è di avere paura, essendo più osservato, di cedere il passo al conformismo. Invece devo difendere con forza il meccanismo che mi ha portato dove sono.
È stato incredibile ritrovarmi—oltre che a Illustri—nella Galerie Glénat di Parigi, a Los Angeles. E tra poco in Russia… e tutto usando come aeroplano una semplice, dannatissima, amabile matita. E so che è successo perché finora quella matita è stata un ponte tra ciò che sento e il foglio, tra membra e carta. Se rimane così, allora a Illustri ci vado sereno.

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