Da quando abbiamo creato il nostro primo account email abbiamo cominciato a immettere i nostri dati cosiddetti “sensibili” nei server di qualche società privata, server che negli anni—attraveso le ricerche fatte online, l’iscrizione ai social network, la condivisione di immagini, link, opinioni, posizioni geografiche, il download di libri, video, software, applicazioni per smartphone, la partecipazione a concorsi a premio o la votazione di un amico candidato a “miglior fotografo”, “miglior illustratore”, “miglior videomaker di filmati idioti sui gattini”—si sono arricchiti di informazioni sempre più precese, fino a poter creare profili via via più sofisticati.

La “donazione” (più o meno consapevole) di informazioni personali è la moneta con la quale paghiamo i servizi che utilizziamo gratuitamente. Le informazioni, a loro volta, vengono utilizzate per scopi puramente commerciali (pubblicità sempre più targhetizzate, compravendita di indirizzi, follower…) ma anche per progetti dai risvolti inquietanti, tipo fornire zilioni di input agli esperimenti sull’intelligenza artificiale, il potrebbe significare (come ho sentito ipotizzare da Rossano Baronciani—che insegna Etica della comunicazione e cultura del progetto oltre che Storia della pubblicità e Net Art—durante un’affascinante lezione) fornire ai futuri robot quello che non potrebbero altrimenti avere, e cioè l’esperienza.

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Il tema, dal caso Snowden alle catene di Sant’Antonio-bufala che girano sui social, è sicuramente molto discusso e controverso e quindi al centro di un gran numero di pubblicazioni e inchieste. Ed è anche protagonista di tanta arte prodotta negli ultimi 10/15 anni.
Tra gli ultimi progetti ne segnalo uno recentissimo, intitolato Sensible Data e ideato da Martin Hertig, studente all’ECAL di Losanna, in Svizzera.

In Sensible Data lo spettatore utilizza tre macchine interattive, inizialmente scattandosi una foto, poi inviando una mail e infine toccando un bottone, lasciando così una foto, il proprio indirizzo (da cui recuperare altri dati) e un’impronta digitale.
In “cambio” le macchine disegnano un ritratto, indovinano età, sesso e stato d’animo, stilando una sorta di passaporto.
Dati in cambio di interazione giocosa, dunque.
Per concludere in bellezza: al termine di tutto arriva anche una mail dal sistema, con dentro il passaporto di un altro che ha partecipato al “gioco” che abbia un profilo in qualche modo abbinabile.

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015

Martin Hertig, “Sensible Data”, 2015