Passare ore davanti a cose belle e gratis? La nostra rubrica Tesori d'archivio è la soluzione.
Border Crossing, “Bakshees Bag”, pensata per viaggiare sui camion, arrotolata e fissata con delle fibbie può essere utilizzata anche come seduta

Border Crossings, ingegnosi strumenti da viaggio per migranti clandestini

Intervista alla giovane designer Marta Monge

La giovane designer Marta Monge si è inventata per la sua tesi di laurea una fittizia agenzia europea contro l’immigrazione clandestina e tre strumenti pensati proprio per i viaggi al limite dell’impossibile dei migranti

Ogni estate le cronache quotidiane di sbarchi e tragedie che coinvolgono immigrati clandestini e rifugiati che arrivano via mare sulle coste italiane riempiono i giornali, le tv, i siti di notizie e animano la discussione politica, economica e sociale dai più alti livelli istituzionali giù giù fino ai più beceri scontri nei quartieri o — dietro a una tastiera — sui social network.
L’argomento dopotutto ha tante e tali problematiche da essere un perfetto strumento di propaganda, sul quale speculare con proclami ai limiti (e spesso oltre) della disinformazione e col quale accendere gli animi dei cittadini.

Border Crossing, “Bakshees Bag”, borsa realizzata con sacchi di riso, piena di oggetti personali da offrire come tangente o merce di scambio per ottenere permessi per proseguire verso nord
Border Crossing, “Bakshees Bag”, borsa realizzata con sacchi di riso, piena di oggetti personali da offrire come tangente o merce di scambio per ottenere permessi per proseguire verso nord

E se il ruolo del designer è anche quello di “stimolare le persone al dialogo e creare dibattito su problemi reali”, allora la giovane designer torinese Marta Monge, classe 1990, da poco laureatasi alla Central Saint Martins di Londra, ha scelto il tema e il momento giusto per presentare la sua tesi di laurea che mira proprio ad accendere (in modo ragionato) la conversazione su quest’argomento di strettissima attualità.

La tesi si chiama Border Crossings e consiste in tre oggetti, “strumenti da viaggio”, pensati per i clandestini.
Il progetto però va molto al di là dei prodotti stessi, perché Marta ha immaginato e creato una fittizia agenzia europea, la Clandestinity Watch European Union Agency (per gli “amici” CWEUA) alle prese con un’indagine proprio su questi inventivi escamotage creati dai clandestini per superare viaggi al limite dell’umanamente affrontabile, realizzando una video-intervista con uno degli agenti della CWEUA, intento a mostrare i “reperti sequestrati”.

Il risultato è un intelligente corto circuito tra reale e immaginario (ma plausibile), che Marta ci racconta direttamente attraverso un’intervista che ho avuto modo di farle ieri sera.
Ma prima di andare avanti, caro lettore, guardati il video.


Raccontami innanzitutto come sei finita da Torino alla Central Saint Martins.

Mi sono laureata in disegno industriale a fine 2012 al Politecnico di Torino, che dovrebbe essere uno dei politecnici migliori del Paese. Sulla carta ero brava ma non mi sentivo affatto pronta per andare a lavorare, non avevo idea di cosa fosse un portfolio né avevo mai costruito un prototipo di un mio progetto. Così mi sono guardata intorno, ho speso i successivi mesi a mandare application a varie scuole in giro per l’Europa. Dovevo partire per la Svezia, quando mi è arrivata l’accettazione dalla Central Saint Martins (per gli amici CSM).
Londra è sempre stata la mia città preferita, la prima grande capitale straniera che avevo visto da teenager. E allora sono partita! Due anni dopo, devo ancora capire quando tornerò a casa!

La CSM è davvero così “avanti” come si racconta?

Ma insomma… Non è certo perfetta. Ogni programma è diverso dall’altro anche perché pare che molto sia deciso dai “course leader” quindi all’interno della stessa struttura si possono avere programmi ottimi e altri così così.
A me è piaciuto, molto. È stato intenso, moltissimo. Ma mi ha dato una prospettiva sul design totalmente diversa rispetto a quella più prettamente “product” che avevo prima (e che è molto italiana diciamo).
Tirando le somme, ho imparato a fare un sacco di cose che non sono prettamente “industrial design” ma che credo siano altrettanto importanti. E ho imparato a comunicare il mio lavoro, questo senz’altro.

Border Crossing, “Bakshees Bag”, pensata per viaggiare sui camion, arrotolata e fissata con delle fibbie può essere utilizzata anche come seduta
Border Crossing, “Bakshees Bag”, pensata per viaggiare sui camion, arrotolata e fissata con delle fibbie può essere utilizzata anche come seduta
Border Crossing, “Bakshees Bag”, in persiano “bakshees” significa dono, regalo
Border Crossing, “Bakshees Bag”, in persiano “bakshees” significa dono, regalo

Passiamo al tuo progetto, “Border Crossings” che, appunto, sei riuscita a comunicare benissimo.
Com’è nata l’idea?

Quello è il mio progetto finale di tesi, su cui ho iniziato a lavorare lo scorso ottobre.
Un anno su un progetto solo è infinito quindi mi sono persa innumerevoli volte. Volevo parlare di qualcosa che fosse attuale, a livello socio-politico intendo.
Spesso il design si preoccupa di problemi e tematiche che sono molto interessanti per gli altri designer, ma che a chi non è del campo non comunicano poi molto. E poi volevo parlare di qualcosa che appartenesse all’Italia, nel bene e nel male.
Il progetto è partito da Lampedusa. Durante l’estate uno non può fare a meno di notare il quotidiano numero di barconi che sbarca o affonda nel tentativo di sbarcare. Ormai non ce ne stupiamo neanche più. Ma nel Regno Unito se ne parla poco, se non niente. E da lì sono partita.

Border Crossing, “Bakshees Bag”, l'animazione mostra come può essere usata
Border Crossing, “Bakshees Bag”, l’animazione mostra come può essere usata

Visto che come hai detto — e come si percepisce bene anche da qua — lì nel Regno Unito se ne parla poco e niente, come hanno accolto il progetto lì a scuola?

Devo dire che ero un po’ preoccupata… I miei tutor mi hanno lasciato totale libertà nello sviluppo del progetto ma fino all’ultimo non sono bene riuscita a capire che cosa ne pensassero. Però l’hanno recepito molto bene. Forse appunto per l’atipicità del tema. All’interno della scuola ho ricevuto interesse, mi hanno anche premiata!

E come hai lavorato al progetto?
Hai cominciato dal video o dagli strumenti per clandestini?

Il video è stato l’ultimo step. Ho iniziato interessandomi del viaggio che compiono i clandestini: da dove vengono, dove sono diretti, che strada percorrono.
Ho letto diversi libri sull’argomento, di reporter che hanno seguito, fingendosi migranti loro stessi, quel viaggio. Ho anche avuto contatti con un gruppo di rifugiati e una serie di educatori che li seguivano.
Ho cominciato ad interessarmi alle surreali condizioni in cui viaggiavano ed agli oggetti che portavano con sé e alle soluzioni “fai da te” che adoperavano per far fronte a bisogni anche banali, in assenza degli strumenti adeguati.

Sai cosa mi è venuto subito in mente quando ho visto il tuo progetto? Tutti quegli escamotage ingegnosi e artigianali che escogitavano quelli che provavano a fuggire da Berlino Est durante la guerra fredda.

Hai ragione, me l’hanno detto! Sono nata che il muro era appena caduto, ma dev’essere un po’ lo stesso.
Il presupposto è avere un problema e doverlo risolvere con le risorse (scarse) che hai. L’ho trovato molto affascinante perchè in quanto designer vieni addestrato per trovare (o a volte creare) soluzioni a problemi. In questo caso non c’è un designer ma l’arte di arrangiarsi.

Border Crossing, “Nassa Float”, realizzata con una semplice rete da pesca (nassa) ottenibile in tutte le coste del Mediterraneo
Border Crossing, “Nassa Float”, realizzata con una semplice rete da pesca (nassa) ottenibile in tutte le coste del Mediterraneo
Border Crossing, “Nassa Float”, dato l'uso di vecchie barche da pesca come vascelli clandestini, potrebbe essere stato creato come dispositivo di galleggiamento per affrontare la mancanza di giubbotti di salvataggio
Border Crossing, “Nassa Float”, dato l’uso di vecchie barche da pesca come vascelli clandestini, potrebbe essere stato creato come dispositivo di galleggiamento per affrontare la mancanza di giubbotti di salvataggio

Quindi immagino tu abbia fatto una serie di interviste a rifugiati e operatori. Oltre ad oggetti e soluzioni fai da te saranno uscite fuori pure storie incredibili!

Avvicinarsi ai rifugiati è stato molto più difficile di quanto credessi. Inizialmente volevo fare dei workshop direttamente dialogando con loro ma parlando con gli operatori sociali che li seguono ho realizzato che spesso farli raccontare le loro storie è molto difficile. Spesso sono storie tremende di cui non vogliono parlare, o più semplicemente si fa fatica a trovare una lingua in comune.
Quindi ho avuto contatti più estesi con diversi operatori e attraverso uno di loro ho fatto compilare una serie di “questionari”, dove veniva loro chiesto di descrivere con parole e disegni la geografia del loro viaggio, cosa avevano portato con sé, con quali mezzi avevano viaggiato, con quali soggetti si erano confrontati (interessante tra l’altro vedere come cambia la percezione delle autorità da un paese all’altro).
Così, poco per volta e attraverso la mediazione di una persona di cui avevano già fiducia, ho ottenuto alcuni dei dettagli che poi ho inserito negli oggetti, cercando di rendere la storia il più “veritiera” possibile.

E a quel punto hai sintetizzato il tutto nei tre strumenti che fanno parte del progetto?

Border Crossing, “Nassa Float”
Border Crossing, “Nassa Float”

Sì ma non è stato affatto un processo lineare. Ho cercato di riassumere le storie in una serie di oggetti strettamente legati a dei luoghi geografici “cruciali”, sia per chi compie il viaggio che per i media.
Ne avrei potuti presentare almeno altri dieci di oggetti ma ho cercato di tenere quello che mi sembrava più convincente!

A proposito dei media. Visto che hai studiato così a fondo questa problematica che idea ti sei fatta di come questa viene di volta in volta distorta, amplificata, sottaciuta dai media e dalla classe politica?

Questo è stato proprio il mio punto di partenza. A parte la componente populista un po’ retrograda che vede a prescindere il clandestino come un criminale da respingere. Il numero dei clandestini che arrivano tramite questi incredibili viaggi è meno della metà del numero totale di illegali in Europa. La maggior parte arriva comodamente in aereo con una Visa, ma rimane anche dopo che questa è scaduta. Ma una notizia del genere non farebbe molto scalpore.
Gli stessi paesi di provenienza spesso permettono ad un numero molto limitato di persone di espatriare legalmente, secondo un sistema molto intricato e poco funzionale. E l’interesse verso il fenomeno viene suscitato dalle grandi tragedie nel mare, e non perdura oltre la settimana. Quanto agli appelli Europei, danno la percezione che gli stessi legislatori abbiano scarsa idea di come davvero funzionino le cose. Si costruiscono muri sempre più alti, come se potessero risolvere problemi politico-economici che hanno avuto origine decenni prima.

Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”, normali sacchetti per la spesa o il trasporto, modificati
Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”, normali sacchetti per la spesa o il trasporto, modificati
Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”, i manici della borsa sono stati modificati in modo da utilizzarli come scaletta per salire sui camion
Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”, i manici della borsa sono stati modificati in modo da utilizzarli come scaletta per salire sui camion
Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”, le proprietà del materiale con cui vengono realizzate le coperte termiche permettono di schermare la radiazione emessa dalle termocamere polizia per scandagliare l'interno del camion
Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”, le proprietà del materiale con cui vengono realizzate le coperte termiche permettono di schermare la radiazione emessa dalle termocamere polizia per scandagliare l’interno del camion

A differenza di alcuni progetti che ho avuto modo di vedere, spesso opera di giovani designer, il tuo non tratta i potenziali utenti (in questo caso i clandestini) come piatti stereotipi. Mi riferisco ad esempio a molti lavori sul “remake” in ottica “di design” di rifugi per senzatetto, belli e accettabili ma alla fine tutta forma e poca sostanza.

Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”
Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”

Sì, ecco, ci sono molte azioni rivolte a figure “fragili” della società ma sono sempre calate dall’alto verso il basso. C’è sempre uno che dona e uno che passivamente riceve.
Ciò che mi ha colpito è che alla fine dalla parte di un clandestino non c’è praticamente nessuno. Sono una figura piuttosto scomoda. Hanno poche risorse a disposizione ma hanno tutto il tempo che vogliono per affinare una loro “tecnica”. Perché di tornare indietro non se ne parla.
Per questo ho cercato di pensare con la loro prospettiva. In molti mi hanno chiesto se in qualche modo questi oggetti volessero essere distribuiti / proposti come soluzioni funzionali, se io intendessi promuovere la clandestinità.
Non è quello l’obiettivo del mio lavoro ma a quanto pare ho ottenuto l’ambiguità che cercavo.

Qualcuno che ha vissuto sulla pelle i rischi e le peripezie della fuga da un paese verso un altro ha avuto modo di vedere il tuo progetto?

Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”
Border Crossing, “Stowaway Luggage Set”

A dire il vero no, non ancora. Ho presentato il progetto al “degree show” della mia università neanche un mese fa ma non sono ancora propriamente tornata in italia, dove sono venuta a contatto con questi gruppi. Oltretutto il mio progetto è “in ostaggio” a Londra fino a ottobre, perché verrà esposto durante il London Design Festival.
Mi piacerebbe vedere la loro reazione ma credo che in realtà il mio lavoro parli più a noi, che guardiamo al fenomeno, che a loro che l’hanno vissuto sulla pelle.

Progetti a breve e lungo termine dopo gli studi?

Giovedì inizio un progetto breve ottenuto attraverso la mia ormai ex università, ma finirà a settembre. Dopodiché… non lo so. Mi dovrò trovare un vero lavoro!

Border Crossing, un ipotetico dossier della fittizia “Clandestinity Watch European Union Agency”
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Border Crossing, il materiale dell'indagine
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il logo della “Clandestinity Watch European Union Agency”
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