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Selezione Angelo Live Art: intervista a Gio Pastori

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Quando arrivo ci sono già lunghe file attorno ai baristi che spillano birra. «Vorrei provare…», «7 luppoli», «8 luppoli», «10 luppoli», «la abbinerei con…». Lo stomaco di qualcuno brontola già (evidentemente la somma dei luppoli è arrivata a cifre importanti) e reclama qualcosa di solido e sostanzioso per continuare a macinare assaggi. Ma intanto i bicchieri tintinnano, le chiacchiere si mescolano, i flussi umani vengono, s’inschiumano le labbra e vanno, gli schermi dei smartphone brillano di selfie, bottiglie colorate, stringate recensioni via twitter, sms o whatsapp di tutto quel che il Vinitaly ha da offrire in quanto a sapori, profumi, territorio, storie e strategie.

Sono a Verona, mi aggiro tra le bottiglie e gli spillatori del Birrificio Angelo Poretti e giusto dietro l’angolo, nelle rare pause in cui il tappeto musicale si ferma e il chiacchiericcio s’abbassa, c’è rumore di carta, di sforbiciate, di pieghe, di linee tirate col cutter e sagome colorate che prendono forma sulla grossa tela che di lì a qualche ora verrà completata.

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Al lavoro c’è Gio Pastori. Milanese, classe 1989, Gio è un illustratore che ha abbandonato pennelli, mouse e tavolette grafiche per usare la carta. Assieme ad altri tre artisti (uno al giorno, per quattro giorni) è qui per raccontare sensazioni, valori e sapori di Selezione Angelo, la produzione limitata del Birrificio Angelo Poretti nata l’anno scorso e ora alle prese col lancio di due birre tipiche della cultura inglese, una Pale Ale e una Brown Ale.

Proprio questa “incursione” in una tradizione diversa da quella solita (cioè di derivazione tedesca e austriaca) è il tema dell’opera di Gio Pastori: una rappresentazione — in forma di collage — del viaggio immaginario che il signor Angelo Poretti, fondatore della birreria, ha intrapreso per andare a scoprire come si produce la birra artigianale inglese.

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Giò, che “sulla carta” doveva essere da solo, in realtà è accompagnato da Fulvia Monguzzi, in arte Miss.goffetown, illustratrice che come Giò predilige la carta ai pennelli e al mouse.
Fulvia ha lavorato anche alla realizzazione delle bozze, lo aiuta nella costruzione dell’opera e, nei momenti di pausa, non smette neanche per un minuto di ritagliare, tirando fuori in pochi secondi — zac zac zac — personaggi e ritratti, compreso il mio, realizzato in pochi secondi.

Vederli lavorare assieme, Fulvia e Gio, è una gioia per gli occhi. Parlano la stessa lingua, si capiscono con uno sguardo, ti rendi conto che potrebbero comunicare pure senza pronunciar parola, semplicemente ritagliando cose: giocano, e a chiunque sia attorno a loro è ben chiaro che si stanno divertendo un mondo.

«Noi oltre a fare tanti disegni insieme facciamo anche tanta vita insieme, ci contaminiamo a vicenda», dice Gio, che inizio a intervistare tra un taglio e l’altro.

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Da quanto tempo lavorate insieme?

Circa un anno. Ma non ci siamo mai “istituzionalizzati”. Lavoriamo assieme e basta.
Abbiamo già trovato il nome del nostro eventuale studio: Bijout. Perché c’è un bar cinese vicino allo studio di alcuni nostri amici che si chiama Bar Bijoux e ogni volta che io e Fulvia ci diamo appuntamento lì ci mandiamo un messaggio scrivendolo sempre in modi diversi: bijouxt, bijouxzt, bijout…

Tu sei partito con l’illustrazione, giusto?

All’università ho fatto il trienno in design industriale e poi un corso in illustrazione editoriale presso la Bauer.
Nei miei primi lavori d’illustrazione lavoravo soprattutto col digitale.

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E quando sei passato alla carta?

Mi sono annoiato presto del digitale. Quindi ho cominciato a usare la carta, che mi permetteva di fare concretamente, materialmente, ciò che invece sul computer facevo coi pixel e coi vettori.
Un momento vero e proprio e un motivo scatenante, però, non ci sono. Alla Bauer avevo come docente Pietro Corraini, che ci faceva vedere tantissimi libri e ci dava molti input, visivi ma anche tecnici, perché si provavano molte tecniche. Col collage mi ci sono trovato subito bene perché lo vedevo appunto come un Illustrator, ma nella realtà.

A proposito di carta. O, meglio, di carte. Hai un tuo archivio? Le raccogli, le collezioni?

Sì ma in realtà prima di più. Le cercavo in giro, le riciclavo, prestavo la massima attenzione a ogni tipo di packaging che entrava in casa. Catalogavo per colore, per tipologia, per materiale…
Poi però ho visto che per quanto possa avere svariati tipi di carta alla fine ne uso poca, uso sempre la stessa qualità, mi sono abituato a quella, e anche cromaticamente non è che faccia cose particolarmente pazze. Uso una palette “tranquilla”, massimo due o tre colori per volta. Tra l’altro, a parte vecchi fogli a righe o quadretti, di fantasie non ne ho mai usate, prediligo i fogli monocromatici.

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In effetti è come per un pittore lavorare sul colore, ma con la carta c’è pure tutta la questione “tattile”.

[Ci mettiamo a parlare di tatto, di packaging. Gio ha fatto un progetto con Peck, l’anno scorso, durante il quale realizzava dal vivo dei ritratti di carta dei presenti all’evento utilizzando i tantissimi tipi di packaging del negozio. Alla fine arriviamo al suo lavoro con la rivista Amica]

Mi sono fatto l’idea — magari sbagliata ma dimmi cosa ne pensi — che l’illustrazione fatta con il collage sia in qualche modo più vicina al mondo della moda rispetto all’illustrazione tradizionale, forse proprio per questo suo aspetto tattile.

Credo il che il mio stile si presti molto per i femminili. O almeno c’è questa idea per cui con la carta il risultato sia comunque “cute”. In realtà secondo me si presta anche per moltissime altre realtà e temi, vedi i lavori che ho fatto per Vita.
Però forse tutti i torti non ce li hai, visto che come nella moda anche nel collage si usano le forbici…

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Passiamo al lavoro che stai facendo oggi. Che tipo di ricerca hai fatto per realizzare l’opera?

Sono andato a cercarlo su Google ed ho scoperto che era il signor Poretti era un tipo piuttosto particolare, senza capelli, con due grandi baffoni. Il che ha dato vita a delle bozze piuttosto spassose [lui e Fulvia si guardano e ridono, ndr].

Quante bozze hai realizzato?

Tre, una in cui Angelo Poretti brinda con la regina, una in cui è rappresentato come una sorta di Shuttle e quella che poi è stata scelta e su cui sto lavorato ora, che mostra nella parte sinistra la Londra dell’800 e a destra la Londra contemporanea, insieme alla figura del signor Poretti, elementi che fanno pensare al viaggio e due grandi bottiglie di birra.

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La carta l’hai portata da casa?

Sì la carta l’ho scelta io, ma seguendo una palette di colori ben precisa, chiesta dal cliente.

Ho visto che quando tagli, con le forbici o il cutter, lo fai direttamente, cioè senza disegnare prima la sagoma.

Il fatto è che il cutter, il bisturi, è talmente preciso che è esattamente come avere una matita. Certo, quando disegno una bozza prima la faccio a matita ma quando devo tagliare la carta non disegno prima la sagoma in modo da mantenere il tratto più fresco. Disegnando invece la forma prima di ritagliare verrebbe tutto troppo simmetrico, troppo elaborato, poco sincero.
Poi quando si lavora su pezzi grandi come questo (e non mi capita molto spesso, purtroppo), c’è modo per improvvisare, per inventare le cose sul momento.
[Dopo una pausa a effetto aggiunge, ridendo, ndr] E in più neanche Matisse usava le matite!

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A proposito di Matisse, l’hai vista la mostra Henri Matisse: The Cut-Outs?

Sì, a Londra. Un’esposizione enorme con opere molto grandi. Il che mi ha messo voglia — senza ovviamente neanche provare a paragonarmi minimamente a lui — di fare opere grandi.
Tra l’altro una delle cose più divertenti è che in casa sua Matisse usava coprire le imperfezioni sui muri magari mettendoci sopra un fiore di carta, o un’alga, e poi magari da lì partiva per fare opere enormi.

Lui immagino sia uno dei punti di riferimento massimi per chi fa collage.

Non so se per tutti è così ma per me sì.

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Oltre a Matisse chi credi ti abbia influenzato?

Illustratori come Blexbolex, che è forse il mio preferito.
Poi tutta la scena degli artisti che utilizzano la serigrafia, case editrici come Nobrow

Che ne pensi invece dell’animazione? Tu qualche lavoro animato l’hai fatto.

Sì, dei piccoli stop motion, molto semplici. Erano fotografie che poi qualcuno mi ha montato.
Però in realtà quello che faccio si presta molto all’animazione e vorrei fare qualcosa di più impegnativo.

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* * *

Qua sopra c’è la foto dell’opera finita mentre di seguito il video con tutti e quattro gli artisti coinvolti nel progetto — ideato dai ragazzi di PICAME insieme al Birrificio Angelo Poretti e organizzato da FARGO — e le immagini di come pian piano il collage ha preso vita.

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