Passare ore davanti a cose belle e gratis? La nostra rubrica Tesori d'archivio è la soluzione.

Il re del bottone, la zanzara tigre e le ferie andate in mona

Avevo un problema urgente da risolvere in agosto: mi servivano dei bottoni particolari e con urgenza. Naturalmente ho subito telefonato a Lui, sì a The king of the button come ironicamente ama definirsi.
Gli altri, la concorrenza, tutti in ferie. Lui, pienamente operativo.

Arriviamo nel piazzale dove ha sede la ditta pressoché insieme. Lui parcheggia, scende, vestito di nero, si avvicina allo sportello posteriore della Citroën, naturalmente nera, apre la porta e tira giù dal sedile la sua barboncina malandata gonfia di cortisone, la appoggia su una cuccia/carrettino, che spinge nel suo studio. Nel tragitto si lamenta e lui recita una specie di nenia a me incomprensibile, però la barboncina si calma subito e smette di lamentarsi.

Quel giorno sul piazzale dell’azienda avevamo parcheggiato solo io e Lui, perché di fatto tutti i dipendenti dell’azienda erano in ferie. In giorni di lavoro normali, uno di passaggio, alla vista di tutti macchinoni neri un po’ demodé solitamente parcheggiati nel piazzale, potrebbe farsi l’idea che sia in corso un qualche summit della mala del Brenta.

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Lo seguo mentre spinge il carrettino fin nel suo ufficio e, fregandomene amabilmente della privacy, provo a descrivervelo quell’ufficio: scrivania in palissandro tipo tolda di nave, sommersa da pacchi di fogli, disegni, appunti su pezzi di cartone avana, bottiglia di Brancamenta con secchiello del ghiaccio, posacenere con mozziconi a triplo strato e in alto, sotto il soffitto, sopra la scrivania, il massimo della tecnologia non è un computer, ma è una cappa aspirante a soffitto, da ristorante. È un regalo di sua moglie, una cappa super tecnologica da cucina semi-professionale, con sensore per fumo: come accende una sigaretta il motore dotato di inverter parte lentamente poi alla fine della sigaretta sembra un jet in fase di decollo, creando qualche turbolenza sui suoi capelli parzialmente stabilizzati da due mani di gel.

Questo per rendere il suo ufficio compatibile con le norme antifumo e per sedare le rivolte delle impiegate. Prima della cappa aspirante erano stati fatti dei tentativi per farlo smettere con la sigaretta elettronica: tutti infruttiferi. Per ultimo aveva provato ad allargare il forellino di aspirazione e gli era scoppiata in mano. Me lo racconta ridendo e accennando anche al fatto che con le bambole gonfiabili non si contrae l’aids, «però non sono un granché», e giù a ridere dopo un sorso di Brancamenta.

Mi guardo attorno. Su scaffali, sedie, sofà e per terra c’è tutto quello che la mente umana può concepire mescolando pelle di ogni tipo, borchie e bottoni di ogni materiale e foggia, strass, piume colorate, sciarpe di boa in colore fluo e in tutte le loro perverse varianti, piume di struzzo, perline, tela militare, minuterie metalliche di ogni genere, cinture, zainetti mimetici con borchie.
Praticamente un sogno psichedelico, rigorosamente made in Italy. Infatti la creatività è stimolata dal Brancamenta e non dall’LSD.

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Ma il re del bottone è stato abbandonato dalla sua corte, «tutti in ferie», mi dice con una punta di invidia. Lui da solo a presidiare l’azienda come un capitano indomito. «Mi no so come Schettino», ride, estraendo la sua Gitane dall’inconfondibile pacchetto azzurro. «Resto sulla nave!».

Dopo il rituale «come va?» e le amare considerazioni sulla salute precaria del suo cane, esordisce con una affermazione categorica: «Qua no se vende pi on casso — segue bestemmia estiva — pensa come so ridotto, go messo su una rete commerciale in quattro e quattr’otto par vendere la novità della stagione».
Quindi tira su da sotto la scrivania una scatola piena di blister di braccialetti in gomma colore fluo anti-zanzara tigre.
«Oggi più di 80 telefonate! Un furgone tra Sottomarina, Rosolina e i lidi ferraresi». Poi mi dice, con aria mezza seria, prima di scoppiare a ridere: «per Albarella (l’isola dei veneti ricchi) sto pensando ad un modello tempestato di Swarovski».

Entriamo in magazzino. La cagnetta tenta di seguirci ma superando uno scalino si lamenta.
«Beato te, la tua bestiola almeno se n’è andata».
Quando veniva a trovarmi si portava sempre il cane, tanto che la sua barboncina era diventata amica della mia bastardina. La mia cagnetta è mancata tempo fa, anche lei quasi cieca e malandata di salute. Io sostengo che non sia caduta, ma che si fosse lanciata dal terrazzo. Era lo stesso giorno in cui ci ha lasciato Mario Monicelli scavalcando una balaustra in ospedale.

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Passiamo in mezzo agli scaffali di bottoni e di minuterie metalliche. Dentro i sacchetti polverosi c’è un po’ la storia degli ultimi trent’anni dello Sportswear (allora si chiamava così) del Veneto. Negli scaffali c’è ogni tipo di bottone e di minuteria, che ciclicamente vanno e poi tornano di moda.

La crisi per Lui è cominciata con un po’ di anni di ritardo rispetto ai confezionisti. La confezione andava all’estero però gli accessori continuavano a produrli qua. Per cui la prima parte della crisi, dovuta alla delocalizzazione, lui non l’ha subita. Poi però, come prevedibile, con lo spostamento della produzione dalla Romania alla Cina non servivano più i suoi bottoni di metallo, ne servivano di più vicini alla produzione e senza il fastidio di depurare i residui delle galvaniche (là c’è il fiume giallo) e perciò anche loro sono migrati.

Appena trovato quello che cercavo prendiamo il caffè, ci scambiamo un po’ di considerazioni sull’andamento della stagione e ci salutiamo.
Questo è un altro bel personaggio ironico, se non un re perlomeno un bel sindaco degli accessori pieno di umanità. Spero passi il dorso della collina e che ci sia un po’ di discesa lungo la sua strada.
Ricordo il titolo del giornale locale di tanti anni fa, quando sponsorizzava una squadra di calcio minore: «Il re del bottone ci ha portato in prima categoria».
Spero ci torni in prima categoria!

Una volta a casa mi siedo in giardino a leggere. Indosso due braccialetti anti-zanzare. Non mi pare che scappino! Forse ho sbagliato a prenderne due di colore fluo, forse quelli color militare con le borchie incutono più timore all’Aedes Albopictus Skuse, insetto appartenente alla famiglia delle Culicidae, volgarmente soprannominata zanzara tigre, stupido e fastidioso animale che ha “fatto andare in mona” le ferie del mio amico.