© The Photographer - Stephen Clarke. 1966

Granpa’s Photos

Quando muori, se non hai trovato il tempo di raccontarle a qualcuno, anche le tue storie muoiono con te.

Durante le lezioni che tengo — all’università, alle aziende o a chi lavora nella comunicazione — parlando dell’importanza delle storie e del sapere come raccontarle, cito spesso come esempio Rest in Memory, mostrando (per alleggerire un po’ il tema cimiteriale), questo video che gioca sull’ambiguità (e ti fa chiedere: ma è vero? È una presa in giro? Per la cronaca: è vero).

Già soltanto fino all’inizio del secolo scorso le storie di famiglia venivano raccontate oralmente e sempre oralmente (fatta eccezione per chi aveva parenti con velleità da grande scrittore) erano tramandate in forma di piccole/grandi epiche domestiche.
Oggi, paradossalmente, è proprio il continuo flusso di notizie alle quali siamo sottoposti a cancellare dalla “memoria cache” di famiglia parte del patrimonio di ricordi da lasciare ai posteri.

© The Photographer – Stephen Clarke. 1966

Nell’era dei selfie, delle gif, del cellulare sempre a portata di mano, quel che non è documentato nero su bianco, fotografato, ripreso, storify-zzato e condiviso sui social network svanisce nel nulla semplicemente perché il supporto “tecnologico” di quelle storie — il racconto orale — non siamo più abituati a processarlo, a leggerlo e a immagazzinarlo in qualche cassetto del cervello senza l’aiuto di strumenti esterni.
Quasi come se mentre il nonno racconta una storia, nella mente del nipote appaia il messaggio: formato non riconosciuto.

Due anni fa è morta mia nonna, Adele. Oltre a cassetti colmi di strofinacci, armadi pieni di stoffe per le tende tende, una cucina con mille arnesi sconosciuti e figli e nipoti in lacrime al funerale, nonna Adele — o Nonnadele, come la chiamavamo noi — ha lasciato una grossa scatola di latta, di quelle che si usavano per i biscotti, piena di foto.

© The Photographer – Stephen Clarke. 1966

Quando io i miei cugini eravamo piccoli lei di tanto in tanto quella scatola la apriva. Ci faceva vedere com’era quand’era giovane, quanto fosse bello e forte il nonno, ci faceva ridere mostrandoci i nostri genitori da piccoli (soprattutto mio papà, che sembrava una bambina). Indicava volti e snocciolava nomi, accarezzava con le dita lunghi cappotti in bianco e nero quasi potesse toccarne realmente le stoffe e tirava fuori soprannomi, aneddoti, zii che nessuno di noi nipoti aveva mai visto, scorci di città che non conoscevamo e se le conoscevamo non le riconoscevamo, tanto erano mutate.

Nonna sapeva raccontare. E noi eravamo bambini e sapevamo ascoltare.
Poi sono passati gli anni, nonna è invecchiata, pian piano il diabete le ha portato via tutto, compresa la vista.
Io, nipote lontano, per chissà quanto tempo mi sono ripromesso di andarla a trovare e stare qualche giorno da lei, aprire insieme quella scatola e, prima che la vista l’abbandonasse del tutto, documentare ogni cosa: registrare, filmare, annotare.

Poi il lavoro, una nuova famiglia da costruire, la voglia di rilassarmi nel poco tempo a disposizione che avevo quando tornavo nel paesino natale… Insomma, le solite scuse che accampiamo tutti quando manchiamo di fare qualcosa di davvero importante.

© The Photographer – Stephen Clarke. 1966

Ora che mia nonna — che Nonnadele — non c’è più, rimane la scatola di latta. E più della metà delle foto sono storie, volti, luoghi, cappotti che nessuno della nostra famiglia è in grado di raccontare. Andati per sempre.

Forse.
Perché c’è chi, nella nostra stessa situazione, è stato ben più intelligente di noi e ha avuto l’ottima idea di mettere tutto in rete e farsi aiutare dalla cosiddetta “intelligenza collettiva”, realizzando un sito — Granpa’s Photos — che racconta la storia di Stephen Clarke, ex-aviatore, marito, papà e responsabile acquisti di una piccola catena di negozi di gioielli in Australia, lavoro che gli permetteva di viaggiare molto e quindi anche di scattare tante foto (aveva pure un ottimo occhio).

Ora che Stephen non c’è più suo nipote ha messo online una selezione di foto, chiedendo ai visitatori di inserire i pezzetti mancanti di quel grande puzzle che è la storia del nonno, segnalando luoghi, persone, anni. Provando a ricostruire, con il supporto di tutti, una geografia e una linea temporale del ricordo.

© The Photographer – Stephen Clarke. 1966
© The Photographer – Stephen Clarke. 1966
© The Photographer – Stephen Clarke. 1966
© The Photographer – Stephen Clarke. 1966
© The Photographer – Stephen Clarke. 1966
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