Prima o poi, nella vita di un genitore, capita di portare tuo figlio (figlia, nel mio caso) al cimitero. E lì avverrà il suo primo contatto con la Morte. Vedrà le foto. Gli leggerai i nomi. Gli racconterai una storia per rendere comprensibile quel mistero che pure agli adulti appare tutt’altro che risolto. Gli dirai ad esempio che lì dentro, dietro a quelle lastre di marmo decorate di fiori, numeri e lettere, c’è tua nonna. E che tua nonna era molto vecchia e malata. E un giorno non ce l’ha fatta più a fare le cose che facciamo noi come svegliarsi alla mattina, fare colazione, andare a fare la spesa o una passeggiata. Gli dirai che quel giorno la nonna è andata al cimitero ed ora è lì e dorme. E dormire è ciò che farà d’ora in avanti. Per sempre. Insieme a tutti quei signori e quelle signore lì attorno, perlopiù sconosciuti. Tutti insieme. A dormire (spera poi di non capitare davanti a qualche foto di bambino, lì dentro: ché spiegarglielo, perché muore un bambino, è un altro paio di maniche).

E tuo figlio ti chiederà (o gliela leggerai negli occhi, quella domanda) chi era quella nonna o quello zio. Peter, Adele, Emilio, Giovanni, Dalmo, Cisella, Carlo: una foto e una nome, per un bambino, non significano niente. Serve una storia. E allora riavvolgerai il nastro dolceamaro dei ricordi e gli parlerai di quella volta che Peter si è arrabbiato perché il serbatoio della macchina era vuoto. O di quando Adele ti faceva la crema e la metteva a raffreddare sul davanzale della finestra. Oppure quando la domenica mattina andavi da Dalmo a prendere la paghetta di 1000 lire ma ci andavi camminando a marcia indietro tanta era la soggezione che ti metteva il suo sguardo quando era già a letto ammalato.

E altre storie ne sentirà da tutti gli altri che hanno passato un pezzetto della loro vita con quelli che dormono al cimitero. Incrociando tutte quelle storie, tuo figlio creerà dei personaggi tridimensionaliround characters, come dicono gli inglesi per distinguerli da quelli piatti, le macchiette—e in qualche modo li farà rivivere. E magari un giorno li racconterà ai suoi figli e così via.

Sono le storie che regalano la terza dimensione ai vecchi album di foto, ai santini, a quei volti che sorridono dalle tombe.
Ma quando le storie vanno perdute? Finché ha retto il modello di famiglia patriarcale tipico delle società contadine le storie venivano tramandate oralmente in una sorta di epopea familiare che dai vecchi arrivava ai bambini. Un intreccio di personaggi che diventavano protagonisti di una lunga avventura della quale facevi parte anche tu.
La famiglia nucleare dell’era industriale e post-industriale ha trasformato tutto. Ed ora le storie di famiglia sono merce rara, dispensate solo nei pochi momenti in cui quel che rimane del proprio albero genealogico si ritrova (di solito per occasioni solenni: dai matrimoni ai funerali). E mettere insieme i pezzi, per un bambino, diventa complicato: in assenza del narratore esterno onnisciente andare indietro di più di due generazioni è difficile quanto capire la fiaba di Cappuccetto Rosso se a raccontare i fatti fosse solo il cacciatore (“passavo di lì per caso e…”).

E qui arriva Rest In Memory, neonata startup che propone un prodotto all’apparenza bizzarro e degno di un’operazione artistica concettuale (e il dubbio viene, visto che dietro c’è un certo Stefano Fiz Bottura, artista e fondatore, tra le altre cose, di Rockit, Galleria Disastro e DailyBest) ma in realtà serissimo strumento a disposizione di chi resta per tramandare il ricordo del caro estinto.

Presentato appena qualche giorno fa a Brescia durante la fiera di articoli funerari Memoria Expo e sbarcato sulla piattaforma di crowdfunding IndieGoGo, Rest In Memory è un codice QR in forma di “mattonella” da applicare alla tomba. Grazie al codice, per mezzo di un qualsiasi smartphone, chi visita la tomba sarà in grado di visualizzare testi e immagini caricati dai familiari del defunto tramite apposita interfaccia.

Non si tratta di un social network quindi niente richieste di “amicizia” ai morti né stalking dall’aldiquà all’aldilà, tanto che si può anche scegliere anche una domanda di sicurezza per permettere l’accesso solo ai congiunti più stretti.
Come funziona, comunque, lo spiega benissimo un geniale video che viaggia in perfetto equilibrio tra l’ironia surreale e la rispettosa neutralità degli addetti alle pompe funebri.