Tra vagabondi e nativi americani, la nuova collezione di SuperDuper Hats

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Ricordo perfettamente quand’è successo. Esattamente un anno fa, in una collezione dedicata ai ruggenti anni ’20/’30, in bilico tra colori da gite in barca in New England e bianco e nero art decò — una collezione a tratti eccessiva, meravigliosamente frivola e spensierata — a un certo punto, dai margini, è spuntato fuori lui, il vagabondo, l’Hobo, l’avventuroso senzatetto cantato da fior di gruppi folk (Dylan su tutti), che saltava su e giù dai treni in perenne movimento, campando di lavori saltuari ed espedienti, protagonista di mille e più storie tramandate all’interno di quel calderone che è la cultura popolare americana.

In quella collezione l’Hobo era l’estraneo, l’emarginato. Uno schiacciato e spiegazzato colpo di genio in forma di cappello piazzato tra gentiluomini in vacanza e signore altoborghesi prontissime ad aggirare i divieti del proibizionismo.
Quel cappello nel frattempo è diventato un best-seller — anzi, il best-seller — di un marchio italiano come SuperDuper Hats che ormai conosciamo da anni e che da altrettanto continua a crescere e a ottenere consensi e visibilità.

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E col senno di poi è stato proprio l’Hobo a dettare lo stile (e lo spirito) delle successive collezioni del brand fiorentino. Prima l’autunno/inverno “ferroviario”, coi martellanti operai di inizio ‘900 ad aprire a suon di blues la corsa verso la Frontiera.

Una Frontiera che nel suo spostarsi verso occidente, attraversando le sterminate praterie del midwest, era anche luogo d’incontri (e sanguinosi scontri).
E qua arrivano i nativi americani, protagonisti della nuovissima collezione SS2015 appena presentata al Pitti, frutto di una lunga ricerca sulle foto d’epoca, foto nelle quali Matteo Gioli, Ilaria Cornacchini e Veronica Cornacchini di SuperDuper non hanno trovato solo capi-tribù con le teste piumate ma anche nativi che indossavano cappelli occidentali — frutto probabilmente di baratti o di conquiste — personalizzati però con nastri, penne, stoffe…

«Il cappello passa da una cultura all’altra e in questo passaggio gli rimane un segno addosso», mi spiega Veronica.
Quei segni i ragazzi di SuperDuper li hanno interpretati in maniera sottile ed efficace, con cappelli a doppio strato — sotto c’è un panama e sopra una cloche di carta cerata traforata — o modelli “consumati” con la fiamma viva. E ancora: decorazioni con nastri sovrapposti, tagliati a vivo, per cappelli in feltro leggero a doppia grammatura (più leggera per la testa, più rigida per la tesa, in modo tale che la comodità non sacrifichi la forma e viceversa).
E ovviamente il ritorno del modello Hobo, che chissà dove li porterà la prossima volta.

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foto © Frizzifrizzi

co-fondatore e direttore
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