#diecifoto | Francesca Capellini

#diecifoto è una nuova rubrica in cui ospitiamo artisti, designer, autori, musicisti, giornalisti—in pratica personaggi che riteniamo interessanti—e sbirciamo dentro ai loro telefoni chiedendo di raccontarci (e al contempo raccontarsi attraverso di esse) le 10 dieci foto più significative tra quelle che tengono al sicuro lì dentro.

Francesca Capellini
Bergamasca, classe 1978, illustratrice, ceramista, scrittrice e realizzatrice di graphic journal. Organizza atelier d’arte per bambini, crea abiti e accessori e nel tempo perso fa pure l’arredatrice d’interni. Da due anni vive a Parigi.

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I caffè atemporali

I caffè atemporali—
Da quando vivo a Parigi, ma forse anche prima nei miei anni torinesi, ho sempre amato le atmosfere un po’ Decalé. Decalé è qualcosa di inatteso, fuori fase, non sincronizzato coi tempi.
Credo di avere considerato terapeutico il rifugiarmi in certi vecchi caffè parigini, talmente autentici da essere delle vere macchine del tempo verso gli anni cinquanta. Amo le atmosfere che escono dalla contemporaneità. Mi sento spesso anche io non in sincrono con quello che mi succede intorno, come se fossi nata nell’epoca sbagliata.
Parigi ha dei veri tesori nascosti dove io entro quasi cantandomi delle canzoni di Aznavour nella testa. Mi piace passeggiare e perdermi nei pensieri, è nella trance che vengono le idee migliori.
I vecchi caffè con i proprietari baffuti, che sanno di stantio, di sigarette vietate e di fiori secchi impolverati attirano sempre il mio occhio.
Mi conforta ritrovare quella che io considero la Parigi più vera e più autentica, quella dall’identità modesta dei lavoratori e artigiani, non quella del lusso venduta ai turisti.
Soffro nostalgicamente la mancanza di un’epoca passata ma quando la riesco a percepire in spazi così atemporali lo considero un regalo prezioso del caso. Così quando posso prendo un caffè, spesso bruciante, spesso troppo acido. Mi siedo e mi guardo intorno cercando di farmi trasparente.
Mi piacciono gli specchi così luminosi, le boiserie alle pareti, i pavimenti in marmo, i menù scritti sulla lavagna, le facce vissute.
Questa foto l’ho presa una mattina presto in un caffè vicino a Bastille, un caffè di soli uomini ma con belle tendine ai vetri.
Dicevano che la specialità era la baguette burro e prosciutto.

Le spiagge oceaniche

Le spiagge oceaniche—
Appena posso mi metto in viaggio. Spesso andiamo in Bretagna o in Normandia. In fondo sono due ore di treno da Parigi.
Adorerei passare l’estate al nord e l’inverno in Italia. Sarebbe la mia vita ideale.
Andare su quelle spiagge così grandi e lunghe, con il cielo così basso, è come regalare davvero un giorno in più alla mia vita.
Mi piace stare al mare senza togliere i vestiti perché fa freddo, mangiare il pesce con il pane e il burro salato, rimanere a dormire in qualche vecchia pensione piena di spiriti che intravedo nella carta da parati, raccogliere conchiglie quando la marea si fa più bassa, guardare i bimbi biondi scorrazzare mentre i nonni li guardano, mi piace sdraiarmi a leggere, se c’è bel tempo, e maledire la bufera quando la pioggia e il vento ti strattonano.
I colori sono così pallidi e delicati, sempre sui toni del beige e dell’azzurro, così diversi dal Mediterraneo. Con quelle case dai tetti a punta e le sculture di gatti e gabbiani finti a far venire sorrisi.

Il mio lavoro

Il mio lavoro—
Come tutti, come tanti, lavoro tantissimo. Non solo come illustratrice, ma anche come insegnante di Art Plastiques nelle scuole parigine e come professoressa di italiano.
Non ci sono vacanze, non si dice quasi mai di no a una richiesta. Amo tantissimo il mio lavoro. A volte ne ho repulsione.
In fondo quella di lavorare come illustratrice è una conquista voluta e ottenuta tardivamente già a 30 anni. Non è sempre facile, bisogna essere agenti di sé stessi e avere concentrazione, disciplina nelle consegne e nella ricerca personale. Inventarsi nuovi progetti. Cercando di evolvere come artista e come persona, di non essere banale, di essere sincera e non seguire le mode.
Ho scelto questa foto perché risale a quando lavoravo, circa due anni, fa alla mostra per Il BilBOlBUl OFF, una mostra sul genocidio dei Khmer Rossi in Cambogia.
Era una mattina presto, la luce era bianca e io ero da sola in atelier. Musica a tutto volume, occhi semichiusi mi lasciavo andare al gesto cercando di non avere troppa paura.
Mi sento felice quando posso darmi dei tempi di piacere quando lavoro.
Non è sempre così con le commissioni per i giornali o le riviste, hai solo poche ore per interpretare l’articolo e schizzare i bozzetti e finire l’illustrazione. L’adrenalina che provo è potente, entusiasmante e angosciante al tempo stesso.
Ho scelto di avere un atelier a parte perché le case parigine sono piccole e io sono una persona molto caotica. Pur lavorando anche molto in digitale ho bisogno di far casino, sporcarmi tutta e sporcare tutto. Ho bisogno di isolarmi dal mondo ma al tempo stesso di osservare cose.
Un mio maestro spagnolo e viveur mi diceva: «se non ti guardi intorno, se non guardi la gente, se non la ascolti, che cosa vai a disegnare?»
Quest’anno sento che lavorerò meno come illustratrice, sarà un anno di formazione, sto apprendendo nuove tecniche, sto gettandomi in nuove avventure, nuovi mondi. Staremo a vedere dove mi porteranno.

La torrefazione

La torrefazione—
Per più di un anno ho vissuto in uno dei quartieri più popolari e popolati di Parigi. Lo chiamavo il lato oscuro di Montmartre, perché essendo proprio dietro la collina il sole faceva fatica ad arrivare. E perché io ero molto triste di vivere lì.
Sulla Rue Barbes, la vera kasbah di Parigi, si incasellano i negozi bengalesi di telefonia, i commercianti arabi di spezie, i caffè con i narghilè e la notte le signorine a passeggio e gli spacciatori. In questa via così pullulante di persone c’è uno dei posti che amo di più.
Una vecchia signora dai capelli radi e dai foulard anni settanta tiene una torrefazione ferma nel tempo. Il negozio è mezzo diroccato con le pareti affumicate, le scatole di tè sono abbandonate qui e là ma dietro la signora taciturna svetta una vecchia macchina per tostare e macinare il caffè, che lei poi versa in bei sacchettini marroni e ne scrive il contenuto con un pennarello blu.
Non è un posto dal vintage fasullo come ormai si trovano ovunque. Mi fa tanto pensare alla droghiera di Bergamo dove con la mamma andavamo a comprare la liquirizia. Trovo questi ambienti di grande ispirazione. Come quando vedi una signora anziana perduta nei suoi pensieri con i bigodini in testa affacciarsi alla finestra.
Le situazioni minuscole mi riempiono di gioia. Qualche volta gli attimi sono offerti con grazie e dolcezza, bisogna solo saperli cogliere.

Fuori casa

Fuori casa—
Tutti i sabati mattina ho il mio rituale. Comincio presto a lavorare in un centro dove faccio ceramica con i bambini piccoli e disegno con adolescenti autistici.
Ho un mio percorso preciso per arrivare al lavoro. Vivo sulla collina tra Belleville e Menilmontant. Sono vecchi quartieri, ancora oggi molto popolari. Qui è nata Edith Piaf. Qui l’immigrazione nordafricana, centro africana e cinese si mischia con le vecchie storie di quartiere. Ci sono dei bistrot e librerie. Sono nata e cresciuta in collina. Mi piace guardare le cose dall’alto.
Quando esco fuori casa scendo delle scalette e arrivo al più bel panorama di Parigi. Uno spazio mezzo diroccato, dove dormono molti clochard proprio sopra il parco di Belleville. E ogni sabato mattina prendo una foto di Parigi dall’alto. Mi dà un piacere grande.
Perché attorno a me ci sono vecchi palazzi, costruzioni popolari, alla mattina gli anziani malconci e poveri, incerti sulle ciabatte escono a prendere il pane fresco e qualche dolcetto arabo, l’atmosfera è triste ma la vista è bellissima e fa bene al cuore.
Qualsiasi cosa accada la Tour Eiffel rimane là.

dalla finestra di casa mia

Dalla finestra di casa mia—
Da qualche mese vivo in una nuova casa, in un palazzo costruito nel 1931 che conserva ancora tutto il fascino degli interni d’epoca.
Ho una grande finestra bow-window dove mi affaccio spesso a guardare le case di fronte, gli alberi e le persone, sopratutto i matti del quartiere. La luce è tenue, il parquet scricchiolante e la cucina a scacchi bianchi e grigi.
Trovare casa a Parigi è difficilissimo. Chiedono garanzie che nessun giovane libero professionista potrebbe dare. Abbiamo lottato un mese per convincere il proprietario ad accettarci. Per me questa casa è stata una conquista e l’adoro. Alle case in generale voglio bene.
In questa casa ho due caminetti, uno per stanza. In uno di questo caminetti, nascosta nella canna fumaria tutta nera ho trovato una lettera. Una vecchia lettera del 1956, scritta da una signorina algerina che rispondeva a una proposta di matrimonio. Parla della sua vita, del suo lavoro ad Algeri, si descrive, parla dei suoi capelli. Scrive a mano su carta leggera.
Quando ho trovato la lettera mi sono molto emozionata. Ho sentito di fare parte di una storia intima, di persone che vivevano prima di me in quella casa. Bisogna sempre rispettare le storie e le anime di chi ha abitato prima di noi una casa. Per me è fondamentale per vivere bene.
Mi domando chi abbia nascosto quella lettera nel camino. Un uomo forse? Aveva sposato la signorina algerina o ne aveva solo conservato il ricordo in quella lettera? Chissà.
La mia casa ha un’atmosfera dolce, lieve ma viva, proprio come doveva essere la Parigi di quegli anni e la maestria dell’architetto che la progettò con grande senso d’armonia degli spazi.

arcobaleni

Arcobaleni—
Spesso cammino con la musica nelle orecchie, mi guardo avanti e di lato ma non mi guardo mai indietro. Anche nella vita nel bene e nel male ho spesso fatto così.
Ma il giorno in cui ho scattato questa foto avanzavo da qualche minuto e vedevo un sacco di gente che guardava in cielo. Ci ho impiegato un po’ a decidermi, ma appena girata la testa eccolo li l’arcobaleno. Sono pazza degli arcobaleni, come il tipo che gridava e piangeva nel video “Double Rainbow”.
A Parigi può capitare di vederne se ti trovi in alto, arcobaleni che coronano tutta la città. Ma vederne dal centro città, nel Marais, quella è stata una cosa speciale.
Ho faticato molto e fatico ancora molto a fare pace con questa città. È una citta per me molto complicata ed esigente, difficile e stressante. Sì ci sono i bei quartieri ma ci sono davvero quartieri degradati, con casermoni anonimi e gente incattivita.
Pur amandone la poesia, sono certa che sono a Parigi di passaggio. Questo arcobaleno per me è stato un furtivo gesto di amicizia che lei mi ha concesso.

collezioni

Collezioni—
Ho parlato molte volte della mia passione per le vecchie foto. Ne ho fatto anche una parte del mio lavoro con i collage.
Quasi tutti i weekend vado ai mercati delle pulci o alle Vide Grenier di Parigi. Cerco oggetti ma sopratutto ricordi. Per me raccogliere e collezionare vecchie foto è come portare rispetto alle persone che non ci sono più e che erano esattamente come noi tanti anni fa ed è anche un modo per ricrearmi una sorta di album di famiglia immaginario.
Mi invento un passato e delle storie non miei. E tengo tutti questi visi in belle scatole per conservarli.
Mi piacciono le foto di classe con i visi dei bimbi, mi piacciono le foto di donne, che studio per vedere come si vestivano, come si pettinavano. Ne traggo ispirazione per i miei disegni, sempre. Considero queste foto come il mio tesoro più prezioso.

Le chiacchere tra amici

Chiacchiere tra amici—
I parigini d’estate mangiano all’aperto, dopo i lunghi inverni grigi i parchi e le rive della Senna si riempiono di gente che fa picnic, beve vino e mangia formaggio. Non è un luogo comune, è proprio così.
In questa foto ci sono alcuni degli amici più cari. D’estate ci mettiamo con le sedie fuori dalla boutique Zazoubara dove io ho il mio spazio di lavoro. Fare parte di questo cerchio di persone più grandi di me e così speciali e dolci mi ha reso molto felice. Ci sono persone che vengono da tante parti del mondo, ognuna con le proprie storie, dal Senegal, dalla Cambogia, dal Belgio, dalla Corsica e professioni legate al design, alla musica e alla moda.
Sono persone che amano ridere tanto e bere buon vino. Sono persone che sanno cosa vuol dire voler bene. E questo non è da tutti.

il mondo

Il mondo—
Una foto presa d’estate nel cortile di un vignaiolo indipendente in Bourgogne. Ci vedo Fabrice, il mio compagno franco-cambogiano, Reza il mio miglior amico iraniano e il piccolo Jude, un bambino haitiano a cui sono molto affezionata.
È incredibile come nella vita ci si ritrovi ad avere dei legami con persone che vengono da così lontano e con cui ci si ritrova in perfetta sintonia. Con cui si parla uno stesso linguaggio emozionale. Sono strane coincidenze che quasi mi commuovono.
Questa foto per me ha una magia metafisica, il tempo è come sospeso, ognuna di queste persone porta con se la sua storia, fatta di gioia e di sofferenze, di volontà e di coraggio. A me è piaciuto guardarli in silenzio, amandoli con gli occhi. Come dentro un sogno, isolati dal mondo.
Mi piace molto ascoltare le storie. Quando conosco qualcuno (e molti lo sanno) mi piace tanto sentire raccontare della propria vita, della propria famiglia, della propria infanzia. Semplici eventi ma emozionanti nella loro unicità.
Ho sempre idea di illustrare o fare fumetti quando ascolto storie incredibili.
Sono libri o immagini che forse non realizzerò mai ma che cerco sempre di tenere nella memoria come un archivio.

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