Social Media Week Milan 2014

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Ho visto orecchie peluchose muoversi in base ai flussi mentali di chi le indossava. Ho visto un direttore marketing della Coca-Cola con lo stomaco fatto d’amianto bere dalla bottiglietta la sua bevanda zuccherosa e gassata alle 9,30 del mattino mentre parlava al pubblico di #storytelling (mentre qualcuno, da casa, via twitter, si/mi chiedeva: «ma non rutta ‘sta tizia?»). Ho visto migliaia di capsule di caffè a scrocco scendere nei bicchierini di carta e gente entrare a metà conferenza, farsi la sua dose di caffeina e andarsene. E tra quella gente c’ero anch’io.

Ho ascoltato voci tanto noiose e tipi talmente soporiferi da rendere inutile ogni overdose di caffeina. Altri, al contrario, ti facevano uscire dalla sala con la testa talmente piena di input che poi dovevi andare a vomitarne un po’ sul primo volto amico che incontravi tirando fuori discussioni sui massimi sistemi sotto a un ombrello giallo in piena piazza Duomo.
Ho fatto gaffe (come al solito). Ho scoperto che non riconoscere i volti della gente si chiama prosopagnosia e l’ho subito aggiunta al mio profilo twitter (ringrazio, tra l’altro, chi mi ha suggerito il nome, sempre via twitter).

Ho archiviato #, lanciato @ e incassato pure qualche PM. Ho sentito parlare di entanglement e ho visto luci cambiare colore in base a un tweet.
Ho visto schemi, letto slogan, fotografato grafici. Ho scoperto che ci sono datori di lavoro e responsabili delle risorse umane che chiedono ai candidati le password dei loro profili facebook. Ho scoperto pure che le risorse umane si chiamano eich-ar. Ho sentito gente usare qualche parola di italiano tra un termine inglese e l’altro e lanciato campagne istantanee #parlacomemagni cadute nel vuoto.

Ho visto difendere con le unghie e con i denti il self-publishing e la possibilità per tutti di pubblicare il proprio libro—che probabilmente in pochissimi leggeranno. Ho visto riassumere interi romanzi in un tweet (e non è da tutti) ma poi ho realizzato che quei tweet puoi capirli solo se prima lo leggi, il romanzo. Ho sentito parlare di Calvino, Queneau e del gruppo Ouilipo e quasi mi mettevo a urlare dall’emozione.

Ho capito che le #socialstreet sono un fenomeno importante ma che nella mia, di street, non si può fare: troppo grande, troppo lunga, troppo popolare e poco sociale. Ho visto il mio vicino di posto creare la sua, di social street, lì accanto a me, in tempo reale.
Ho mandato una trentina di persone in giro per la piazza in cerca di indizi e una di loro se n’è sparita per ore—forse si è goduta quella rara giornata di sole più di tutti noi.
Ho visto pochi occhi ma un sacco di nuche. Sentito ogni tipo di vibrazione, cinguettio, bip e suoneria.

Ho comprato un termometro a un amico e poi insieme a lui mi sono messo a guardare lo streaming di una conferenza sul suo letto, entrambi un occhio allo schermo e l’altro al proprio smartphone. Ho bevuto birre. Ho cenato in calzini. Ho fatto chilometri a piedi alle 2,30 del mattino, parlato di religione e senso della vita fino alle 5,00 e ho dormito in una stanza dal clima tropicale e con un tappeto di pelle di tigre (vera). Ho regalato un libro importante il giorno stesso in cui mi hanno regalato (inaspettatamente) un altro libro importante.

Ho visto e ascoltato tante, troppe aziende durante le conferenze. Incapaci forse di fare quel passo indietro portando sì le loro case history ma aprendole poi a una discussione di più ampio respiro, evitando di “piazzare” il marchio sempre e comunque.
Me ne sono tornato a casa dalla Social Media Week pieno di consigli pratici—da quelli “macro” per uso aziendale a quelli “micro” per uso auto-promozionale—e di social media visti come strumento ma non come causa/conseguenza di cambiamenti profondi nella società o indizi per quella che sarà la realtà (o l’illusione della medesima) in futuro.

Per dire: ho sentito parlare fino allo sfinimento di startupper, sviluppatori, guru ma poco, pochissimo di tutto ciò che sta alla base delle nuove tecnologie sulle quali si fondano i social e cioè le visioni (profetiche del tipo di società che ha visto nascere e che usa in maniera sempre più pervasiva questo tipo di strumenti di comunicazione, produzione e diffusione di contenuti) di Huxley e di Deleuze, di Postman, di Dick, Ballard e Gibson, solo per citarne alcuni.

Dell’hashtag ufficiale dell’evento, #vivereconnessi, ciò che uscito è il come (soprattutto il come guadagnarci in denaro, clienti/utenti o visibilità) e solo in minima parte il perché, che è poi invece ciò che a me interessa.
Sì le conferenze sono state piene di spunti e il live tweeting è uno strumento incredibile per dare/avere feedback immediato di una discussione e per far partecipare un pubblico “diffuso” che potenzialmente potrebbe essere ovunque nel mondo, ma poi chi sta lì di fronte ai relatori si trova a riassumere, citare, retwittare perdendosi il bello del buttarsi metaforicamente fuori dalla finestrella o dal portone che le parole di un relatore hanno aperto, perdendosi la possibilità di imboccare per un momento, col pensiero, quella viuzza secondaria che chissà dove porterà—magari all’ennesima banalità, magari alla prossima grande svolta tecnologica, che è li “seduta” in mezzo al pubblico e non lo sa ancora.

co-fondatore e direttore

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