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«Il titolo è la cosa più complicata».
Esordisce così l’illustratrice norvegese Mari Kanstad Johnsen alla presentazione, di Liquid Air, il libro “istantaneo” che ha realizzato in appena una settimana durante la sua residenza bolognese organizzata dall’associazione culturale Hamelin come prima tappa di una serie di eventi in preparazione della prossima edizione del BilBOlBul, prevista per novembre 2014.

Me la immagino Mari, nel piccolo laboratorio di stampa di Inuit, l’associazione/libreria/stamperia che ha collaborato al progetto realizzando i poster per la mostra (che va avanti fino al 14 febbraio negli spazi di OpenQuadra e che consiglio caldamente di visitare) e, in tempo record, lavorando giorno e notte, le 150 copie del libro, rilegate a mano e stampate in risograph. Me la immagino Mari—dicevo—davanti alle bozze, col naso arricciato e gli occhi socchiusi mentre pensa a un titolo e riempie il foglio bianco di idee (come mi ha raccontato qualche giorno fa, lei ha il terrore del foglio bianco e appena ne ha uno sottomano prende la matita e butta giù qualcosa).

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Poi dev’essere successo qualcosa. Dev’essersi accesa quella scintilla capace di innescare il flusso di pensieri. Ed è apparso Liquid air, l’aria liquida, metafora—spiega Mari—del fluido gioco di reinterpretazioni che coinvolge chi si trova a sfogliare il libro e decodifica a modo suo i segni, frutto a loro volta dell’interpretazione che l’illustratrice ha dato alle opere che ha visto durante il suo percorso all’interno del lungo programma di eventi di Art City, le giornate dedicate all’arte moderna e contemporanea che hanno animato Bologna la scorsa settimana.

«Ma il titolo cita anche il fumo liquido che usano gli illusionisti nei loro spettacoli» racconta Mari davanti al pubblico che riempie una delle sale del MAMbo e che poco dopo si mette ordinatamente in fila per farsi firmare la loro copia del libro.
E di magia, in Liquid Air, ce n’è tanta. C’è quella delle due mostre che Mari ha visitato durante la sua permanenza—La grande magia, allestita proprio al MAMbo, e Magic Numbers di Christian Jankowski, ospite degli spazi della Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna. C’è la magia di Bologna, città che a volte fatica a raccontarsi fin nel profondo ma che riesce sempre a entrare nel cuore di chi la visita e non per i monumenti e le attrazioni più evidenti, ma per le atmosfere e soprattutto per i piccoli particolari: dettagli architettonici, volti come quelli che Mari ha inserito nelle pagine del libro, più o meno nascosti tra gli strati di disegni.

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Strati che dopotutto—come ho già raccontato qualche giorno fa—fungono da catalizzatori di idee. Mari infatti parte da un livello e poi, anche grazie all’aiuto del caso, lavora su quello al tavolo luminoso e strato su strato trasforma, inserisce particolari, ne nasconde altri o addirittura ribalta i punti di vista. Esempio perfetto di questo peculiare modo di lavorare è la pagina che ha realizzato dopo aver visitato la Casa-Museo di Giorgio Morandi [qui sopra e, in dettaglio, in basso].

«C’erano tanti oggetti, tante bottiglie», racconta l’illustratrice, «e non volevo semplicemente disegnare quelle. Dopotutto l’ha già fatto un grandissimo artista come Morandi. Allora ho iniziato a disegnare bottiglie e poi, disegnando sopra a quelle, le ho trasformate in persone, partendo proprio dalle forme per caratterizzarne i volti o i corpi: la tavola l’ho chiamata gli amici di Morandi.

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«Quella con i teli da mago invece è la prima che ho disegnato qui a Bologna. Ho usato particolari visti in giro per la città e alle mostre: statue, mani di mago, uno strano albero che vedevo ogni giorno passando davanti alla stazione dei treni…» dice Mari.
E spiega: «quando l’ho fatto non avevo ancora la minima idea di come realizzare il libro, quindi è un po’ più “ingessato” rispetto agli altri disegni».

Il libro, come si intuisce dalle parole della Johnsen, è iniziato senza alcun piano preciso. Fogli da riempire, appunto. E tante, tante cose da vedere. Una città intera, i suoi luoghi-simbolo della cultura, le giovani realtà da scoprire, un puntino verde dopo l’altro su una mappa. Poi un poco alla volta gli input visivi hanno iniziato a mescolarsi con le idee che lei aveva già in testa, al suo universo visivo, e a quel punto il lavoro ha iniziato a concretizzarsi su carta, durante lunghi pomeriggi passati fianco a fianco con Marco di Inuit, intento a stampare praticamente in tempo reale tutto ciò che Mari gli passava.

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«È stato interessante lavorare con così poco tempo a disposizione», confessa. «Io di solito rimugino tantissimo su ogni cosa che faccio. Perdo molto tempo a pensare a ogni singola illustrazione. Qua invece non potevo praticamente fare editing, dovevo accettare i risultati e si è rivelata un’esperienza eccezionale, anche per la possibilità di provare la resa dei colori immediatamente dopo aver finito un disegno».

Il risultato, com’è evidente dalle immagini, è straordinario e unico. O meglio: in tiratura limitata. Illustrato utilizzando uno dei colori più importanti a disposizione di un’artista: la spontaneità, diluita sapientemente con un pizzico di casualità e tanta, tanta professionalità: ingrediente raro, quest’ultimo, a trovarsi.

Mi ha raccontato Marco di Inuit che per riuscire a stare nei tempi necessari alla stampa lui e Mari hanno dovuto stilare un programma di lavoro rigidissimo, che hanno rispettato fino in fondo, a costo di arrivare fino a notte inoltrata, il tutto partecipando con entusiasmo a ogni singola tappa del viaggio alla scoperta di Bologna e prendendo parte, in qualità di ospite d’onore ma con grandissima umiltà, anche a una bella serata organizzata da eiBò presso gli spazi di Zoo, durante la quale tanti illustratori e tante illustratrici, la maggior parte dei quali di base a Bologna, hanno raccontato esperienze e problematiche del loro lavoro in una vera e propria tavola rotonda che ha lasciato tutti i partecipanti—me compreso, lì in qualità di osservatore—con una splendida sensazione che più o meno può essere riassunta così: aprirsi ai mondi altrui, esplorarne i confini, ascoltarne le voci e osservarne i dettagli non può che far bene a tutti quanti.

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foto Hamelin

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