Voices of Industry

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In campo alimentare la tracciabilità dei prodotti è ormai da anni requisito fondamentale per le aziende che puntano al consumatore consapevole, nel mondo della moda, invece, a causa di pessime leggi (più volte oggetto dei brillanti articoli del nostro Sartorius) e di una scarsissima cultura del prodotto da parte del cliente medio—cultura del prodotto che a quanto pare, “dall’alto”, nessuno intende costruire e coltivare—la classica etichetta “made in Italy” di fatto non garantisce che un capo sia stato realizzato effettivamente nel nostro paese. Figuriamoci dunque poter risalire la filiera e arrivare a conoscere l’origine dei tessuti.

Se le aziende virtuose ovviamente hanno tutto l’interesse a diffondere informazioni sulla provenienza dei materiali e delle lavorazioni, qualora queste provengano da alcune tra le ancora numerosissime (nonostante tutto) eccellenze italiane, d’altra parte la stragrande maggioranza dei marchi gioca sul filo del rasoio tra omissione e arrampicate sugli specchi, evitando di segnalare su siti e comunicati stampa la vera filiera produttiva (appiccicando su abiti e accessori il “made in” solo perché obbligati a farlo), talvolta cavandosela con stratagemmi retorici come l’esilarante “pensato in Italia”.

Mentre una nazione come la nostra, che sull’industria tessile, sui laboratori artigiani, sui terzisti di altissimo livello ha costruito fino agli anni ’80 la sua economia ora vede il settore sgretolarsi a causa di concorrenza sleale, miopia politica, cinismo, avidità e incapacità strategica (che fa il paio con un’efficacissima tendenza all’autodistruzione), dall’altra parte dell’oceano un composito movimento fatto di aziende di livello internazionale e piccolissime realtà dedite all’autoproduzione sta portando avanti una massiccia campagna di promozione del Made in USA, che passa per la (ri)educazione del cliente e strategie di comunicazione intelligenti (vedi l’esempio di Flint and Tinder e dei suoi lacci blu).

Tra le aziende che hanno deciso di spingere su questo tasto c’è Voices of Industry, nuovo marchio californiano fondato dalla fashion designer Adele Stafford, che per ogni capo che produce (per ora maglie e sciarpe) indica l’intera filiera produttiva, a partire dall’azienda agricola dove viene coltivato il cotone.

Se per un piccolo marchio come questo—che produce appena 15-20 pezzi al mese lavorati uno a uno su telaio meccanico—una tracciabilità di questo livellò potrebbe sembrare ben più semplice a farsi rispetto ad aziende di ben altre dimensioni, ciò non significa che non sia questa—come nel settore alimentare—la strada da percorrere.
Per crescere servono clienti e i clienti migliori, a lungo termine, sono quelli più attenti. Ciò che occorre è conquistarne la fiducia, ma per conquistarne la fiducia bisogna prima formare un consumatore più attento. E questo puoi farlo solo imparando a raccontargli—e a raccontarlo bene—com’è fatto un prodotto, da dove viene, com’è stato lavorato, quanta fatica c’è dietro. Informazioni, queste, che chi lavora sui grandi numeri di solito non ha alcun interesse a dare. E allora occorre fare rete e darsi da fare ciascuno nel proprio piccolo: non c’è una via facile per farlo; nessuna ricetta segreta né guru della comunicazione che può insegnartelo in una lezione. Ma in tanti—e se leggi questo nostro sito lo sai—hanno già iniziato a farlo. A ciascuno, in base al peso del proprio portafogli, il dovere di supportarlo.

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