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Il rapporto con lo sport, negli Stati Uniti, è profondamente diverso dal nostro. Se per un tifoso dei Boston Red Sox una giornata allo stadio è innanzitutto un’occasione per partecipare a uno spettacolo, vestirsi in modo bizzarro, mangiare cofanate di junk food e innaffiare il tutto di birra o sproporzionati bicchieroni di bibite gassate e zuccherate (praticamente “diabete liquido”), per un qualsiasi tifoso di una squadra di calcio della vecchia Europa una domenica in curva è molto di più: è una ragione di vita, che in quanto tale mette il tifoso in balia delle emozioni più estreme, dal cameratismo alla violenza, dalle lacrime di gioia alla disperazione più totale. E là dove c’è un conflitto sociale, il tifo diventa il mezzo per eccellenza per sfogare rabbia e frustrazione, mettere in pratica una vendetta, magari persino innescare vere e proprie guerre civili.

Come racconta il giornalista inglese Simon Kuper nel suo indispensabile saggio Calcio e Potere (ISBN 2008), la scintilla che fece esplodere negli anni ’90 la “polveriera dei Balcani” fu una partita di calcio tra Dinamo Zagabria, croata, e Stella Rossa Belgrado, serba.
Scrive ancora Kuper (che consiglio, insieme a I furiosi di Nanni Balestrini, edito da DeriveApprodi, per chi volesse approfondire il tema tifo):

«Quando ho scritto questo libro [Calcio e Potere, pubblicato per la prima volta nel ’94, ndr], gli scontri calcistici in Europa riflettevano ancora passioni religiose, di classe o regionali. Così come il Barcellona rappresentava il nazionalismo catalano, così il derby Milan-Inter opponeva le classi lavoratrici frutto dell’immigrazione alla classe media locale, mentre nel 1988 gli olandesi si portavano ancora dietro le ferite non sanate della guerra contro la Germania. Ma oggi queste passioni sono più deboli. […] Quel che sentite oggi negli stadi di calcio europei non è più il riflesso di altre passioni. Il calcio, più che altro, è diventato una ragione in sé. […] Tuttavia, al di fuori dell’Europa le divisioni tribali persistono. La regola fondamentale è che più un paese è disperato, più il calcio è importante».

Per un americano immaginare che ogni maledetta domenica decine di città possano diventare teatro di episodi di guerriglia urbana equivale a un incubo. Per noi europei d’altra parte, pure per chi non appartiene alla “casta” degli ultras e non è in alcun modo interessato allo sport, la visione yankee dell’evento sportivo, più simile a un concerto o a una messa in scena piuttosto che a un evento agonistico (che però c’è, eccome, e si consuma in ogni campo da basket, baseball, football e pure soccer), potrà sembrare esotica, persino un po’ ridicola.

Un “carnevale”, lo definisce Walter Proserpio, giornalista e autore di OccupyDeejay, che ha curato i testi di Rivalries, fanzine pensata e realizzata da Mattia Buffoli, fotografo milanese che abbiamo già intervistato in passato e che in questo suo nuovo progetto editoriale racconta attraverso una serie di evocativi scatti, realizzati durante una partita di NBA e una di MBL, due tra le rivalità più accese nel panorama sportivo americano, quella tra i New York Yankees e i Boston Red Sox (nel baseball) e quella tra i Boston Celtics e i Philadelphia 76ers (nel basket).

La fanzine, disponibile in edizione limitata di 100 copie (la copertina è di Luca Zamoc, che ha realizzato anche l’illustrazione interna mentre il layout è di Giulio Cubo Ferrarella), offre un interessante spaccato di un pezzettino di quell’american way of life che da quest’altra parte dell’oceano spesso ammiriamo incondizionatamente ma che altrettanto spesso critichiamo e deridiamo. Lo sguardo di Mattia—che nel riuscire a raccontare storie anche complesse all’interno di una sola foto è un maestro—non giudica ma registra, con l’affetto di chi, di tanto in tanto, farebbe volentieri a cambio tra l’inconcludente follia dello spirito latino e l’incredibile capacità degli americani nel trasformare tutto in uno show.

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