Raccontare storie al Pitti | Workers’ Marque

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Questo post fa parte di una mini-serie dedicata allo storytelling (consapevole o meno) applicato ad alcune delle collezioni presentate durante l’ultima edizione (ancora in corso) di Pitti Immagine Uomo.
Puntate precedenti: Introduzione; quando nello storytelling è il caso a metterci lo zampino
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Marchio: Workers’ Marque

Profilo: si tratta di un marchio inglese appena nato, al suo debutto al Pitti. Il fondatore, J.D. Gilston, ha lavorato per più di vent’anni nell’industria della moda, soprattutto per marchi di denim come Edwin e Levi’s ma ha anche esperienza come product designer.

Sul web: workersmarque.tumblr.com

La collezione: è una capsule collection di sei pezzi, soprattutto zaini e borse (ma c’è pure un porta-attrezzi per barbuti makers) ispirate, per linee e materiali, a quelle dei lavoratori degli anni ’30 del Novecento. Ogni prodotto è fatto a mano—dal taglio delle pelli (naturali e tinte utilizzando pigmenti vegetali) ai rivetti, applicati a suon di martellate—utilizzando solo materiali inglesi. L’azienda è di base a Londra ma lavorazioni e materie prime arrivano da tutto il Regno Unito.

Dal punto di vista dello storytelling: fin dal nome e dal logo—quell’ascia conficcata nel ceppo che evoca boschi, camicie a scacchi e hipster dai volti irsuti intenti vivere (ma più spesso semplicemente a fotografare, su pellicola), quasi fossero reali, momenti-fotocopia di quelli cercati su nostalgici blog e condivisi sui social network. Fin dal nome e dal logo, dicevo, Workers’ Marque va a inserirsi nel panorama della moda d’ispirazione workwear che è poi uno dei più battuti, negli ultimi anni, in ambito maschile.
Come tutti i marchi del suo genere, in mancanza di una vera storia alle spalle (che invece possono vantare aziende come le già citate Levi’s ed Edwin), la storia la si va a pescare altrove: in un immaginario condiviso, con un’identità forte e simboli riconosciuti. Un po’ come saltare su un treno in corsa e poi mettersi il cappello da capotreno in testa. Può capitare di portare avanti la messinscena finché qualcuno non ti scopre; di saltare sul prossimo treno, sotto altro nome e con un altro abito, non appena quello in cui sei rallenta un po’; o magari di scoprire che fare il capotreno è la tua vera vocazione e di diventare più bravo di quello vero. Quale di questi sarà Workers’ Marque ce lo potrà dire solo il futuro.

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co-fondatore e direttore
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