Il diorama, l’arte di costruire mondi in miniatura e di renderli realistici attraverso un sapiente utilizzo della luce, venne inventato nel 1822 da Louis Jacques-Mandé Daguerre, abile creatore di effetti speciali per il teatro, scenografo e—in seguito—tra i padri della fotografia (la tecnica grazie alla quale fissare chimicamente un’immagine su una lastra di rame esposta alla luce è stata scoperta da Daguerre e il procedimento si chiama appunto dagherrotipìa).

Da allora, dalle teche dei musei agli ultra-particolareggiati modellini degli appassionati di trenini passando per registi, architetti e naturalisti, il diorama è stato utilizzato per scopi accademici, scientifici e divulgativi ma anche come semplice passatempo o come forma di spettacolo che unisce in sé cinema, teatro e fotografia.

Con l’avvento della fotografia digitale e della computer graphic, oggi il diorama è pressoché scomparso, residuato di un’era analogica soppiantata dai pixel, grazie ai quali costruire in maniera più o meno realistica anche scenari un tempo impossibili da ricreare. Eppure—paradossalmente proprio grazie al digitale—il diorama è in grado, ora, di acquistare un nuovo significato, a patto però di operare in senso contrario rispetto a come si faceva un tempo e invece di ingannare l’occhio e la mente, facendo leva sull’illusione e la sospensione dell’incredulità, mostrare innanzitutto il work in progress, il dietro le quinte della finzione e sorprendere poi lo spettatore facendo vedere come il risultato—fotografia piene di dettagli e dall’atmosfera quasi magica—non è frutto di qualche software ma di una ricostruzione artigianale e certosina e di un sapiente uso della luce.

L’artista americano Matthew Albanese lavora esattamente in questo modo: realizzando strepitosi modellini utilizzando materiali poveri (acqua, zucchero, sale, uova, farina, coloranti alimentari) li fotografa in tutta la loro meravigliosa, iper-realistica artificialità. E una volta capito “il trucco” ti ritrovi a guardare i suoi scatti con l’animo di chi assiste allo spettacolo di un illusionista, da una parte cercando di capire come ha fatto, dall’altra lasciandoti al contempo coinvolgere dalla messa in scena.

Questo trentenne del New Jersey ha iniziato ad avvicinarsi ai diorama fin da bambino, quando costruiva con quello che trovava in casa i suoi piccoli mondi, che poi animava con le action figures che collezionava. Dopo aver studiata fotografia a New York ed aver lavorato nel campo della moda, specializzandosi nello foto still life dei prodotti, nel 2008 ha cominciato a realizzare paesaggi artificiali ispirato da un barattolo di paprika caduto, che è poi diventato la superficie del pianeta Marte.
Da allora le sue opere hanno partecipato a mostre in tutto il mondo ed ora sono state raccolte in un volume, intitolato Strange Worlds, che uscirà il prossimo ottobre, pubblicato dalla casa editrice italiana Lazy Dog, di cui ho già parlato in occasione del loro esordio editoriale, avvenuto lo scorso anno con Luca Barcellona.