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Kuula + Jylhä

Quando ricevi i comunicati stampa delle collezioni di abbigliamento o di accessori, soprattutto se ti imbatti in testi partoriti da figure professionali che per campare vendono a parole quello che qualcun altro fa con la testa e qualche volta—più raramente—pure con le mani, sai che tolta la parte “tecnica” (tessuti, lavorazioni, colori) c’è un alta probabilità che il resto sia solo in minima parte frutto della sintesi del percorso intellettuale, concettuale, magari pure geografico, che il designer ha effettivamente compiuto per arrivare ad un prodotto.

Non voglio certo dire che siano tutte parole in libertà o ispirazioni del momento (ma di tanto in tanto capita che sia effettivamente così) però quando ti imbatti in stagioni in cui tutto vira sul tropicale fai davvero fatica a credere che “gli input che arrivano dalle forme della natura” siano effettivamente conseguenza di viaggi nelle umide foreste pluviali (a parte i Leitmotiv, tanto pazzi da farlo davvero, tempo fa, un viaggione—fisico e spirituale—tra la fittissima ed infernale vegetazione dell’Amazzonia) o che quando si parla di “esperienze mistiche” si sia autorizzati a pensare all’ascetico stilista andato a depurarsi a suon di ora et labora coi frati su per le montagne o intento a farsi di Peyote procurato dall’ex della sua migliore amica etero.

L’arte dello storytelling, quando poi effettivamente una storia dietro non c’è, passa per buone letture, spirito d’osservazione, nozioni di marketing e un minimo di capacità narrativa. A quel punto puoi sfornare decine di comunicati nei quali si parla di pezzi ispirati alle forme della natura, pure se poi non si sa dove la trovino tutti ‘sta natura in centro a Milano (a meno che non valga la ricerca “natura” su Google Immagini) e, se effettivamente c’è, com’è che due righe dopo si legge “esotico”, “materico” («lo devi da toccà ‘sto legno che puzza de muffa, fijo mio, nun vale cliccà cor maus» diceva il saggio)?

Quindi che fare? Fidarsi? Non fidarsi? Il problema non sussiste. O almeno non del tutto. Se da una parte dopo svariate decine di comunicati, pari a qualche mese passato ad abbeverarti alla fonte della fantasia dei dipendenti di qualche agenzia, impari a non badare troppo a quel che leggi ma molto di più a quel che vedi, dall’altra pian piano impari a trovare i bandoli della matassa e tira tira, il filo delle citazioni, degli influssi, dello spirito del tempo e delle famigerate ispirazioni alla fine arriva da qualche parte. A volte molto lontano da dove avrebbero voluto portarti i “materico”, gli “esotico” e gli “etereo”. Altre volte esattamente lì. In quei casi è il prodotto che evidentemente parla la tua stessa lingua ed il designer ha saputo “scrivere” con le forme e i materiali in modo da farsi capire, evocando, citando, aprendo ai suoi “lettori” (i clienti, i media) vari livelli di interpretazione, esattamente come farebbe un bravo scrittore.

E brave “scrittrici” della forma e della materia possono considerarsi Essi Kuula and Marika Jylhä, le due giovani designers finlandesi che con il marchio Kuula + Jylhä e con le piccole collezioni di scarpe che producono parlano—davvero, in questo caso—lo stesso idioma degli alberi e delle foglie, dei fiori e dei rami che s’intrecciano.

Fuori dal Sistema Stagionale della Moda—due sole collezioni in tre anni, l’ultima della quale, datata 2012 ed intitolata Until all I felt was my heart beating, nasce da un’utopica tesi di laurea su un’ipotetica società neohippy—Essi e Marika camminano sul confine tra arte e moda, con esemplari che uniscono le linee organiche e naturali dei paesaggi finlandesi ai manufatti che alla stessa natura si ispirano (non sembrano forse dei vasi alcuni modelli?), ricreati attraverso la pelle ed il legno, quest’ultimo spesso lasciato grezzo (“materico”!).

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