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#Fotosociality | Giacinto

Siamo tra le mura di una vecchia officina. Via Massimiano 23, zona Lambrate-Ventura, Milano. Il centro del centro del design, durante la settimana del Salone&Fuorisalone, per chi è in cerca di giovani talenti—più o meno come tirare una freccetta e fare 50. Spazi piccoli e affollatissimi. Musica jazz. Il vecchio che incontra il nuovo in un’esposizione curata dal collettivo T.I.V.D. ed ispirata al design “della nonna” in un ritorno emotivo ed estetico alle rassicuranti radici famigliari, all’infanzia, agli odori, ai sapori e ai materiali d’altri tempi. C’è troppa gente e si riesce a vedere poco. L’unico modo è entrare nel flusso che gira attorno alla stanza ed uscirne di tanto intanto quando rimani folgorato da qualcosa, trovando un cantuccio dove sistemarti provvisoriamente a scattare qualche foto o a cercare d’intercettare il designer.
Entro nel giro. Sento del rock’n’roll con un’acustica strana. Una eco ovattata, come quando ascolti musica in bagno. Viene da laggiù. Sbircio tra le teste e vedo due piramidi di sughero. Il suono esce da lì. Mi faccio portare dalla folla. Esco dal loop proprio di fronte a Lorenzo Appiani, studente del Politecnico di Milano e tra i progettisti di Giacinto, ovvero l’altoparlante stereo da cui esce quella musica.

Cos’è? Ne voglio uno!

Si chiama Giacinto ed è un altoparlante stereo che puoi costruirti da solo. L’abbiamo progettato in tre—io, Ludovica Vando e Ye Yanming—durante il primo semestre del primo anno della Corso di Laurea Magistrale, all’interno del laboratorio di Innovation Studio.

Com’è nata l’idea?

Il brief ce l’ha dato il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano: dovevamo progettare qualcosa che avesse a che fare con il museo, che potesse permettere ai visitatori di avere un’esperienza del museo. Come budget di produzione avevamo attorno ai 15€ quindi la sfida più grande, per noi, è stata quella.
Alla fine abbiamo progettato Giacinto, che viene venduto in un kit. L’idea, oltre che far risparmiare sui possibili costi di produzione, rende l’approccio del potenziale cliente interattivo: mentre lo costruisci capisci anche come funziona.

Come funziona?

In realtà il montaggio è davvero semplice. All’interno del box c’è un amplificatore da 3+3 watt (le schede le abbiamo importate dalle Cina), ci sono gli altoparlanti, ci sono le viti e ci sono i fogli di sughero e pvc che, piegati a piramide, diventano le casse. Abbiamo scelto il sughero perché è fonoassorbente ma anche per un fattore estetico.
Un’altra particolarità è il fatto di aver inserito dei filtri per “giocare” con le frequenze attraverso dei materiali fonoassorbenti. Attraverso dei piccoli magneti si possono attaccare delle placche davanti agli altoparlanti e, in base al materiale (ad esempio carta, legno…) si isolano alcune frequenze.

Una sorta di equalizzatore analogico!

Esattamente. Secondo noi la vera “chicca” del progetto è questa. Per ora abbiamo quattro tipi di materiale ma se ne possono studiare molti altri, e si possono pure combinare tra loro, mettendone ad esempio due davanti agli altoparlanti.

E le istruzioni per il montaggio?

Il packaging stesso in realtà è un foglio di istruzioni. Niente sprechi. Ed è molto semplice costruire Giacinto, davvero “a prova di scemo”, perché anche noi all’inizio abbiamo dovuto studiare bene tutti i passaggi e non dare nulla per scontato.

La forma piramidale ha qualche motivazione pratica o è solo una questione estetica?

La forma è nata perchè, dovendo realizzare una cassa di risonanza, sia per risparmiare sui materiali che per semplificare i passaggi di chi poi si trova a dover montare il kit, la piramide è la forma più efficace e al contempo più semplice da realizzare piegando un solo foglio.

È già in vendita nel bookshop del museo che vi ha commissionato il progetto?

Per ora no, è solo un prototipo.

Però io me lo comprerei. Vorrei costruirlo con mia figlia.

Davvero?

(Gli si illuminano gli occhi e—ancora una volta—abituato a gente che prova a venderti di tutto e, meno sostanza c’è, più punta sul marketing aggressivo, mi meraviglio di quanta umiltà possa esserci in chi, invece, ha progettato un oggetto che non è solo bello da vedere, ma funziona, costa poco, puoi divertirti a costruirlo e diventa un gioco, potenzialmente potresti pure modificarlo e sperimentarci sopra tutta una serie di materiali. Stringo la mano e ritorno nel loop. Lorenzo, che aveva abbassato il volume durante l’intervista, lo alza di nuovo. Rock’n’roll. E se queste sono le nuove leve, c’è speranza per il futuro).

Questo post fa parte di Fotosociality, progetto lanciato da Samsung per promuovere la sua fotocamera “social” Galaxy Camera, con la quale sono state scattate tutte le foto dell’articolo.

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