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#Fotosociality | Alcide

Scoperte ed intercettate nel Retrobottega, Giada Lagorio e Jasmine Pilloni, 25 e 23 anni, sono due studentesse del Politecnico di Milano.
Le due, ribattezzatesi ironicamente CasoUmano, hanno concepito un sistema per conservare frutta e verdura in modo analogico, quindi senza energia elettrica, e l’hanno chiamato Alcide, che è poi anche il primo progetto che Giada e Jasmine realizzano insieme.

Alcide è basato su un semplice concetto: il frigorifero spesso raggiunge delle temperature troppo basse per i vegetali quindi sia le proprietà nutritive che il sapore ne risentono. «Il nostro sistema invece mantiene temperatura ed umidità perfette», mi spiegano «e senza un solo watt di corrente».

Prima di concepire Alcide—progetto elaborato proprio al Politecnico, durante il corso di Stefano Maffei, Barbara Parini ed Andrea Gianni—hanno fatto moltissima ricerca e soprattutto hanno sperimentato tecnologie, forme e materiali differenti. «Abbiamo provato ventole, pompe come quelle che si usano negli acquari, contenitori di alluminio…». E alla fine sono arrivate ad una tecnologia d’altri tempi, una serie di vasi che funzionano in base a principi fisici piuttosto semplici: la terracotta traspira mentre le palline di argilla espansa, che hanno la caratteristica di trattenere bene l’umidità, vengono utilizzate come un vero e proprio umidificatore analogico.

photo by Jasmine Pilloni

In sostanza le canaline fanno passare l’aria e quando l’argilla espansa si bagna si crea un ciclo conduttivo all’interno del contenitore: l’aria calda va verso l’alto, quella fredda rimane in basso. «È una tecnologia davvero basica ma molto efficace ed è basata sulle differenze di temperatura quindi più c’è caldo e meglio funziona», dicono.

In esposizione nel Retrobottega c’è un solo vaso ma in realtà l’intero progetto comprende quattro vasi di dimensioni differenti, retti da una struttura in legno. Un lavoro che ha avuto bisogno di diversi mesi di tempo per la fase progettuale ed un mese per realizzarlo fisicamente, durante il quale hanno collaborato con un artigiano ceramista per realizzare i contenitori che, raccontano, sono molto più complessi da fare di quanto si possa pensare vedendoli.

L’insieme è un perfetto esempio di forma che sposa la funzione: tecnologia analogica, lavorazione artigianale ed un’estetica che rimanda all’arte e alla manifattura di luoghi e tempi lontani. Nessun frigorifero, tupperware o diavoleria moderna sarebbe in grado di competere.
L’impressione è di trovarsi davanti alla rivisitazione in chiave contemporanea di una tecnologia peduta che arriva direttamente dall’antichi greci o dagli etruschi, uscita fuori come per miracolo da qualche scavo.
Le ragazze mi confermano che i loro intento era proprio quello, a partire dalla scelta dei materiali e delle forme. «Anche se poi» aggiungono «in realtà ci si potrebbe tranquillamente sbizzarrire, per quanto riguarda le forme dei vasi, e il tutto sarebbe ancora funzionante».

Visto il nome da nonno, Alcide, e la recente tendenza da parte di molti creativi di battezzare prodotti o marchi coi nomi dei loro avi, chiedo se anche loro hanno seguito questa strada. «In realtà il nome Alcide deriva dal greco alceys, che significa robusto, forte [era pure uno dei soprannomi di Ercole, ndr] e visto che sia i vasi che la struttura che li sorregge lo sono, abbiamo pensato fosse il nome giusto».

Il progetto è recentissimo e, come mi spiegano le due designers, si sta appena affacciando al mondo quindi quando chiedo a Giada e Jasmine se qualche azienda si è già fatta avanti per proporre di produrre il loro rivoluzionario sistema di refrigerazione per i vegetali, le due—che hanno scoperto del concorso e della mostra di Retrobottega quasi per caso, tramite passaparola—non nascondono l’emozione, quasi fosse una prospettiva per ora troppo lontana.
Beata gioventù, che pure con un talento del genere preferisce rimanere coi piedi per terra.

Questo post fa parte di Fotosociality, progetto lanciato da Samsung per promuovere la sua fotocamera “social” Galaxy Camera, con la quale sono state scattate tutte le foto dell’articolo.

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