Unite all Originals | intervista a Stefano ‘Pane’ Monfeli

Negli anni ’90 è stato uno dei più importanti graffitari romani. Nel 2003 ha raccontato la scena in un volume—Just Push the Button—edito da Nuovi Equilibri-Stampa Alternativa. Co-fondatore del collettivo Why Style, ha deciso di andarsene a vivere in Olanda, dove fa il graphic designer e, pure se è di una modestia incredibile e forse non gli piacerebbe definirsi tale, l’artista.
Nel 2011 ha deciso di fare il punto sulla sua vita professionale, artistica e umana, e con Damiani ha pubblicato la monografia People think I’m cool.
Lavora e ha lavorato con alcune tra le migliori riviste in circolazione e con grandi e piccoli marchi d’abbigliamento. Ultima collaborazione in ordine di tempo quella con Luckybeard per adidas Originals, per la quale ha realizzato la cover di un vinile in edizione limitata lanciato in occasione della campagna Unite all Originals.
Proprio in questi giorni è in mostra a Parigi, insieme ad altri artisti italiani, per la collettiva Paragone, curata da Christian Omodeo.
Di sicuro ho dimenticato un sacco di altra roba ma è il momento delle presentazioni. Lui è Stefano Monfeli, in arte Pane.

Inizio con una semplice curiosità. Perché hai scelto Pane come pseudonimo? C’è qualche storia dietro o semplicemente suonava bene?

È stata semplicemente una questione di lettere che mi piacevano.

Vieni da studi d’arte e sei cresciuto con i graffiti. Hai vissuto in pieno l’età dell’oro degli anni ’90 e a Roma sei stato uno dei principali attori sulla scena della street art. Ti ricordi la prima volta che sei uscito con una bomboletta in mano? Che città era, Roma? E soprattutto chi eri, tu, all’epoca?

La città era Roma, io ero un ragazzino e con un’altro ragazzino di nome Joe ci nascondemmo sotto un ponte per fare delle cose con delle bombolette rimediate nel garage di casa, al quale avevo modificato il tappo aggiungendovi un ago di siringa. Rende l’immagine?

La tua cultura visiva da dove arriva? Ho letto in una tua vecchia intervista che tuo padre ti passava vecchi numeri di Linus e che una volta ti sei comprato un pacco di Frigidaire a Porta Portese: 100 numeri per 100.000 lire.

I fumetti sicuramente sono stati tra le prime cose che hanno sfamato e alimentato una attrazione che ho per tutto ciò che è manufatto, creato e inventato.

Oggi invece, grazie al web, chiunque può accedere immediatamente all’intera storia dell’arte senza sborsare un centesimo. Pensi che questo sia un aspetto positivo in tutto e per tutto—la democratizzazione della cultura e via dicendo—o che ci siano pure dei lati negativi nel non doversi sbattere troppo per fare ricerca?

Internet secondo me livella il sapere, sappiamo tutti di più ma in maniera superficiale.
Con internet estendiamo teoricamente la possibilità del conoscere, ma è una esperienza volatile quella circoscritta nei 5 minuti che spendiamo su wikipedia.
Con internet è possibile instaurare un rapporto vizioso, come quando dobbiamo ricorrere alla calcolatrice perché perdiamo la capacità di fare i calcoli a mente; la tecnologia può ridurre la nostra facoltà di discernere, diventiamo dipendenti delle macchine che usiamo. Sul prezzo della tecnologia si sono espressi in tanti, a partire da Charlie Chaplin con Tempi Moderni fino a Wall-e, passando per tanta letteratura e film di science fiction.
A parte questa visione ultra pessimistica credo che la tecnologia sia una cosa positiva, Internet è anche il veicolo di tanti pensieri innovativi e rivoluzionari che altrimenti non troverebbero diffusione. Non è la tecnologia ad essere sbagliata ma l’uso che ne può essere fatto. Comunque io utilizzo tanto il computer ed internet, l’unica cosa alla quale ancora oppongo resistenza è lo smart phone, troppo invasivo.

Il tuo stile ha evidenti richiami al fumetto. Quali erano e quali sono oggi tuoi preferiti?

Tra i classici: Robert Crumb, Go Nagai, Oishinbo (titolo), Osamu Tezuka, Charles M. Schulz, All Cap, nomi detti alla rinfusa, i primi che mi sono venuti in mente, poi tutti gli autori che pubblicavano su Linus e quelli di Frigidaire. Tra i nuovi c’è un’autore Giapponese, Yuichi Yokoyama che riesce a mettere d’accordo arte e fumetto.

Parte del fenomeno street art degli ’80 e ’90 era riconducibile ad una forma di protesta, non sempre di carattere politico, ma comunque contro la società e l’omologazione. Con il riflusso degli anni ’00 la street art è entrata nelle gallerie, nelle pubblicità, nelle aziende. Credi che il fermento e la critica sociale possa essersi trasferito su “altre strade”, tipo quelle digitali del web? Penso ad esempio all’hacktivism e alla net-art.

Dando per scontato che mettere un’immagine nello spazio pubblico è un atto politico per antonomasia, ritengo la street art un calderone dove si può infilare chiunque ed in cui si può trovare una notorietà spesso immotivata. Nella street art non esistono codici, è un linguaggio a maglie larghe e dai contorni vaghi, quindi secondo me non particolarmente forte, comparato per esempio ai graffiti che hanno regole di base molto precise.
Sulla street art tutti possono dire bello o brutto.
Ora non conosco bene l’hacktivism e la net-art, ma sicuramente la street art non incarna questo spirito di critica sociale, ad eccezione di alcuni singoli artisti, ma qui parlavo del movimento in generale e dell’immagine che questo proietta all’esterno.

Ancora a proposito di street art. Si tratta, oggi, di una categoria piuttosto elastica. Potresti darmi la tua definizione? E tu ti definiresti ancora uno street artist?

No non mi considero uno street artist, anche se tu puoi definirmi tale o inserirmi in quel contesto, non mi offendo, le parole non sono stupide, l’uso che se ne fa spesso sì.
Street art oggi è tutto ciò che ha un richiamo formale di un certo tipo e non ha necessariamente un legame fisico con la strada.
Cute, pretty, big, fun, color full, faces, characters, eyes, noses, hands, sad characters, manga, puppets, triangles, simple, graphic, barocco, kids wondering, messages, stencil, spray, interventi, modifiche, illusioni, rollers, markers, drips, vintage, surreale, sociale, antisociale, aggregazione, illegalità, legalità, decorazione… a questi, molti altri tags potrebbero essere aggiunti per definire questo magma chiamato street art. Street art è un termine così pieno di significati da risultare vuoto, può essere tutto quindi non è niente. Io distinguerei l’arte tra arte interessante e non, tra buona e cattiva, e tra quella buona c’è anche qualche cosa di street art.

Qual è stato il momento in cui ha capito di poter vivere della tua arte e del tuo talento?

Questo momento ancora deve arrivare.

Nel 2003 hai pubblicato Just Push the Button, un libro fondamentale che faceva il punto sulla scena street italiana e soprattutto romana. Oggi secondo te c’è ancora una scena? E se sì, chi sono gli esponenti principali?

Non saprei parlarti della scena attuale dei Graffiti, perché ho smesso di seguirla appunto quando ho pubblicato il libro JPTB. Ti dirò però quali sono stati gli esponenti principali del passato: i precursori dei graffiti a NYC, conosciuti e sconosciuti, comunque rivoluzionari. Tutti gli altri, me compreso, sono esponenti secondari.

Nel 2004 ti sei trasferito in Olanda. Come mai? Torneresti in Italia?

Mi sono trasferito in Olanda senza una particolare ragione e sì, tornerei in Italia per lo stesso motivo.

L’anno scorso è uscito People think I’m cool che è una sorta di autobiografia dove l’arte s’intreccia alla vita. Storicizzare la propria attività finché si è ancora giovani è una cosa che mi affascina. È come dire: «da qua a qua ho fatto questo, ci sono le prove, è tutto qui dentro», dopodiché ci si può svuotare il cervello e ripartire. Per te è stato così? E verso dove sei ripartito?

Si è esattamente come tu dici, questo libro è stato anche un lavoro di organizzazione di quella parte della mia vita e del mio lavoro, come riordinare lo studio alla fine di un progetto per poterne iniziarne un’altro.
Onestamente dove sto andando te lo potrò dire solo quando ci sarò arrivato, difficile che gli obbiettivi coincidano con i risultati, diciamo semplicemente che mi sto mettendo in gioco su cose nuove, e tutti gli errori che farò durante questo percorso mi diranno dove andare o non andare.

Parlami del progetto per adidas Originals e Vice, la cover del vinile di Unite all Originals. Com’è nato? E come ci hai lavorato su?

È stato semplice perché il design che ho realizzato nasce da un immaginario visivo fatto di corde, reti, muri e “barriere” più in generale a cui sto lavorando da tempo nell’ambito della mia produzione artistica, quindi ho semplicemente applicato questi elementi alla copertina del disco, ho avuto libertà creativa e questo a reso la cosa ancora più naturale.

Gary Baseman sostiene che la sua sia “pervasive art”. La trovo una bella definizione per un artista che passa indifferentemente dai lavori personali alle opere su commissione ai prodotti puramente commerciali, che arrivano, attraverso medium differenti (appunto pervasivamente) sia all’appassionato d’arte che al cliente sprovveduto che non sa bene cosa stia comprando ma gli piace la grafica. Ti ritrovi anche tu in questa definizione?

Mi piace questa definizione, perché oltre che artista ho la presunzione di essere artigiano. Il mio obiettivo è anche quello di realizzare degli oggetti che possano vivere di luce propria, svincolati dall’intelletto dell’artista che li ha realizzati.

So che sei un grande appassionato di cucina ed un ottimo chef. Come la vedi tutta questa scena “foodie”? Le trasmissioni tv, le riviste, i blog pieni di foto in stile “food-porn”?

Di fatto da un po’ di tempo si assiste ad un moltiplicarsi di iniziative sul tema dell’alimentazione, forse quando ci si trova in un periodo di crisi come questo che viviamo ora, che non è solo economico ma anche culturale, la reazione a questo vuoto è quella di riempirsi il più possibile lo stomaco oggi perché domani chi lo sa. In un deserto quando trovi l’acqua bevi il più possibile perché non sai se la ritroverai.

Ultimissima domanda: che riviste leggi e che siti visiti. Qualche nome/link.

Culinaria è una rivista sulla cultura appunto culinaria, non ci sono ricette o robette così, i contenuti sono abbastanza profondi e ti assicuro che ho cominciato a leggerla in tempi non sospetti.
Soprattutto consulto internet, non perché lo preferisca particolarmente alle riviste, ma perché è più economico, ogni mattina passo in rassegna dei siti che si occupano di arte, artigianato, illustrazione ed altro, niente di speciale spesso sono blog di persone singole, tra questi ci sono: Minus Space, Brask Art, Art Critiqued, Joshua Abelow, Francesco Deiana, Triangulation, Tiny House Design, Todd James, Arkitip, The Grid System, John K Stuff, e potrei continuare per qualche altra pagina ma mi fermo qui.

Per chi volesse portarsi a casa il vinile ecco di seguita la lista di negozi coinvolti negli eventi Unite all Originals e dove è possibile trovare il disco

co-fondatore e direttore

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