Se è violento non chiamatelo amore

Dopo ben 20 anni posso saltare in piedi e urlarlo a squarciagola: sono 1 su 3. Ho subito violenza psicologica e fisica da parte del mio primo — forse unico — amore.
Avevo 18 anni appena, era la prima volta che mi innamoravo perdutamente, lui era bello, simpatico, intelligente, carismatico, più grande di me ed un po’ ombroso. Pensavo che lo avrei salvato, che ci saremmo salvati a vicenda. Ero tosta, caparbia, forte abbastanza da tenere testa in casa e fuori, carina, brillante a scuola, sveglia, non troppo solare però.

Iniziò come pare inizi sempre, lui si presentò come il principe azzurro con il cavallo bianco, ben presto però provò a mettermi contro i miei genitori (non che in quel periodo ce ne fosse troppo bisogno), ad isolarmi dagli amici (ne avevo talmente pochi allora che il gioco non fu difficile per lui), a controllare maniacalmente ogni mio spostamento: chi vedevo, che mangiavo, dove andavo, aveva perfino incaricato un suo amico/sodale di scortarmi fino a scuola… Poi passò alla fase di denigrazione, minando la mia autostima giorno dopo giorno per tre lunghissimi mesi. Scappai appena in tempo, al primo “segnale” di violenza fisica. Non lo denuncia. Non ne parlai con nessuno. Per molti anni, tantissimi anni. Neanche quando lui iniziò a perseguitarmi, minacciarmi, pedinarmi, stalking si dice ora. Vivevo costantemente nella paura, una paura nera come la pece e viscida paralizzante ed ero furibonda con me stessa per non aver capito, per esserci cascata, proprio io così forte ed intelligente dicevano.

Comunque, gestii tutto da sola con una forza che per fortuna non mi era venuta meno, ma la fatica mi lasciò stremata ed arida per anni ed anni.
Ora, dopo venti anni, con dieci di analisi alle spalle, circondata da tantissime persone che in modo diverso mi hanno voluto e mi vogliono bene, sono guarita. E’ ufficiale.
A tutti voi all’ascolto, donne e uomini, nessun escluso, oggi, nella giornata dell’amore, chiedo di leggere attentamente l’intervista che ho avuto il piacere di fare alla Dott.ssa Angela Romanin, vice presidente della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna Onlus: per non subire, per non agire…

Ciao Angela, ci puoi presentare la Casa delle donne per non subire violenza?

La Casa delle donne per non subire violenza è un centro antiviolenza, uno dei primi nati sul territorio italiano, mutuando un’esperienza che, specie nel Nord Europa, era già attiva da circa 20 anni.
Un gruppo di donne femministe hanno voluto creare un servizio che fino a quel momento non esisteva, perché fino a quel momento se una donna prendeva le botte dal marito o dal fidanzato non avrebbe saputo a chi rivolgersi se non alla polizia per fare una denuncia, ma come testimoniano le statistiche Istat solo una piccolissima percentuale (dal 4 al 9%) di donne denuncia l’autore del reato e la percentuale cambia a secondo di chi sia l’autore e di quale è il reato commesso. Quindi la casa delle donne ha steso un progetto di buone prassi mutuandolo dell’Europa e lo ha presentato al Comune di Bologna che ha creduto nella bontà di questo progetto e ha finanziato il servizio dal 1990.
Un centro pubblico dove le donne potevano chiedere aiuto ed ottenere colloqui personali o di gruppo attraverso un centro d’ascolto; il Comune di Bologna ha anche messo a disposizione un appartamento ad indirizzo segreto dove le donne potevano essere ospitate se decidevano di scappare di casa.

Gli avvocati gli psicologi sono dipendenti dal centro o sono dei volontari?

In Italia già allora esistevano gli sportelli di aiuto legale a cui si rivolgevano le donne che volevano separarsi. Un centro antiviolenza invece ha una funzione più a tutto tondo, si parte da una funzione forte di sostegno alla donne, dando anche informazioni specifiche e specializzate, si può seguire l’iter legale oltre a quello psicologico, ma dopo un lavoro di specifico sulla violenza.
Il centro antiviolenza ha come principale obiettivo quello di aiutare la donna in caso di violenza, che poi può anche portare ad un supporto legale o, con le donne che lo desiderano, anche ad una terapia psicologica. Queste due aspetti inizialmente sono stati tenuti fuori dal centro, cioè la casa delle donne ha sempre lavorato con un gruppo di avvocate e psicologhe di riferimento, ma esterne al Centro.
Le psicologhe hanno sempre fatto da supervisione alle operatrici perché il problema della violenza ha una specificità traumatica molto forte quindi tutti quelli che in qualche modo ci entrano in contatto, comprese le operatrici, ne vengono colpite ed hanno bisogno di qualcuno che le supporti e le curi. E questo facevano le psicologhe nel progetto iniziale. Per quello che riguarda l’aspetto legale, abbiamo creduto non che fosse marginale, ma che potesse essere tenuto al di fuori del centro.
C’erano avvocate di riferimento esperte di violenza, scelte proprio sulla base della loro esperienza in materia, a cui noi indirizzavamo le donne anche per questioni legate alla procedure per separazioni ecc, ma anche su indicazioni delle stesse avvocate abbiamo creduto che le informazioni potessero essere fornite anche dalle operatrici, ovviamente formate e aggiornate dalle avvocate, anche perché — come ho già detto — sul territorio bolognese c’erano già associazioni che offrivano come servizio la consulenza legale.

Oggi lavorate in modo diverso?

Nel tempo l’approccio si è un po’ modificato, ora la casa delle donne può fornire una consulenza legale e ci sono delle psicologhe che lavorano al Centro anche per il sostegno alla genitorialità (perché le madri vengono maltrattate anche in quanto madri), per un intervento specialistico di supporto per i bambini negli appartamenti rifugio, fatto però dalle operatrici e non dalle psicologhe, perché vige una norma secondo la quale i bambini possono essere seguiti da uno psicologo solo con il consenso di tutti e due i genitori.
Adesso le psicologhe fanno anche un ascolto per giovani donne minorenni maltrattate dal loro fidanzato…
Comunque nel tempo i progetti sono aumentati: dal 1995 è nato Oltre la strada, un servizio contro la prostituzione coatta, Servizio minori, che si occupa di percorsi di sostegno alla genitorialità per donne che subiscono violenza e di supporto psicologico ai/alle bambini/ne vittime di maltrattamento, abuso sessuale o violenza assistita. Poi una casa 24 ore realizzata attraverso un progetto del Ministero della Pari Opportunità.
Ora gli appartamenti ad indirizzo segreto sono 3 e si sono aggiunti anche 7 minialloggi che ospitano donne dopo l’uscita dalla case rifugio. Altra cosa, ma non ultima, è l’intervento di promozione e comunicazione, cosa che noi abbiamo fatto in realtà fin dalla fondazione delle Casa, siamo le prime che abbiamo aperto il sito, e anche attraverso questo facciamo moltissima comunicazione e sensibilizzazione per quella che è la violenza di genere. Facciamo anche moltissima attività di convegni.
Da 7 anni intorno al 25 novembre organizziamo il Festival della Violenza Illustrata che utilizza vari generi artistici per comunicare la violenza.

Leggo che il vostro progetto “è basato su di un approccio di genere, sia rispetto alla lettura del fenomeno della violenza che alle modalità e agli obiettivi dell’intervento”, ci puoi spiegare che significa in questo caso “approccio di genere”?

Approccio di genere significa approccio non neutro. La violenza sulle donne è una violenza sul genere, è trasversale a tutte le categorie socio-economiche, culturali, anagrafiche ecc. Non è invece trasversale ai generi, gli uomini usano violenza in quantità e con dinamiche peculiari numericamente in modo molto maggiore rispetto alle donne.
Può capitare che ci sia qualche donna che maltratta, umilia o vittimizza un uomo, ma sono casi marginali e questa donna lo fa con modalità diverse. Il vero motore della violenza nei confronti delle donne è la questione del potere e del controllo ed è questo il fattore essenziale per stabilire se si tratta di un conflitto o di una violenza.
Lo dice l’Onu stessa, questa violenza sulle donne origina da una storica e culturale disparità di potere e controllo fra i generi. Dal fatto che la categoria delle donne o meglio del genere femminile è storicamente vittimizzata, oppressa, lesa nei suoi diritti, nelle sue libertà, nel suo diritto all’integrità psicofisica dalla categoria degli uomini. Poi che non si parli di sesso biologico è essenziale perché queste dinamiche si possono trovare tra chi occupa la posizione della donna, per esempio nelle coppie omosessuali si rilevano le stesse dinamiche del maltrattamento definito genericamente come violenza domestica, più appropriato forse parlare di violenza nelle relazioni di intimità da parte del partner o dell’ex-partner, avviene in ambiti simili, o la violenza nei confronti dei transgender, ecco perché si parla ormai di genere e non di sesso biologico.
L’approccio della Casa delle Donne ovviamente parte da questa certezza, questa verità. Una verità che ha prove scientifiche e statistiche. E’ un approccio culturale e politico e da questo approccio origina anche il tipo di intervento. L’intendimento politico di sconfiggere la cultura della violenza, si unisce a una pratica di supporto individuale o di gruppo per quelle donne che chiedono aiuto.

Parliamo di donne che il carnefice lo hanno in casa. Di violenza domestica o meglio, come hai detto tu, di violenza nelle relazioni di intimità da parte del partner o dell’ex-partner. Che genere di donne si rivolgono a voi? Che età hanno? Che tipo di cultura? A Bologna vivono migliaia di studentesse universitarie anche loro arrivano da voi?

Dice Patrizia Romito, che è forse la maggior esperta di violenza di genere e che insegna all’Università di Trieste, che non tutti gli uomini sono violenti, ma tutti potrebbero diventarlo grazie ad una sostanziale impunità. In Italia se un uomo vuole sa bene che ci sono poche, pochissime cose che potrebbero fermarlo. Ed anche che se si vanno a studiare le dinamiche di come avviene la violenza sembrano che siano andati tutti alla stessa scuola.
Quindi, se c’è un argomento in cui tutti gli stereotipi si rompono, questo è quello della violenza di genere. Anche sulla base di ricerche scientifiche si può affermare che maltrattamenti, stupri e violenza domestica sono trasversali a tutte le categorie. A noi si rivolgono italiane e straniere, di tutte le classi sociali e livelli culturali, chiaramente è più rappresentata anagraficamente la classe tra i 25-45 anni perché è l’età tipica in cui si mette su famiglia, si fanno figli ecc. questi dati sono supportati anche da quelli Istat.
I nostri dati posso differire in piccola parte da quelli Istat, perché noi intercettiamo una piccola parte delle donne che subiscono violenza, ancor purtroppo troppo piccola, come anche quelle che si rivolge ai servizi sociali alle autorità, ecc.
Parliamo di cifre che si aggirano tra il 2-4% di quelle che subiscono. La nostra utenza è peculiare.
Per esempio, la Regione Emilia Romagna ha fatto un approfondimento sui dati Istat per quanto riguarda la violenza alle donne in regione. Secondo l’Istat, l’Emilia Romagna è la regione in cui è maggiore la violenza sulle donne [ecco potete leggerlo qui, n.d.r.].
Subisce violenza fisica o sessuale il 31,9 % delle donne intervistate cioè 1 donna su 3; in Emilia Romagna invece il 38,2%. I ricercatori della regione mettono in relazione le maggiori pari opportunità esistenti per le donne in regione, con la maggior incidenza della violenza. Più crescono gli indicatori relativi alle maggiori pari opportunità più gli uomini si sentono minacciati.

Quindi non sono solo “le più deboli” ad essere vittime.

Infatti. Lì dove l’uomo è messo più in discussione l’incidenza della violenza è maggiore. Senza arrivare alla conclusione del si sta meglio dove si sta peggio.
Può anche darsi che le donne emiliane abbiano in qualche modo una percezione più alta della violenza, ma certo il dato non è direttamente spiegabile così. La lettura più attendibile è che gli uomini si sentono più minacciati da un contesto che favorisce maggiormente i diritti delle donne. Per esempio, nelle famiglie migranti, gli uomini che nel loro paese d’origine non avevano mai usato violenza arrivano in Italia e, sentendosi più a rischio perché per esempio la donna va a lavorare, ha relazioni sociali, iniziano ad usare la violenza.
Il punto essenziale però su cui focalizzare l’attenzione è che la violenza è una scelta e l’uomo lo fa in modo molto consapevole, per esempio — e tieni conto che noi in questi anni abbiamo ricevuto quasi 10.000 donne — i maltrattanti picchiano le compagne in testa, sul cuoio capelluto e nelle zone del corpo dove i segni non si vedono perché coperti dagli abiti.

Tutte le donne sono potenzialmente vittime.

Così come i violenti sono uomini di tutte le categorie sociali, che nel quotidiano, fuori di casa non sembrano violenti, per esempio in caso di conflitti sul luogo di lavoro, questi uomini non reagiscono fisicamente con il sottoposto o con il collega. Uomini che in altri contesti non sono violenti, sono violenti in casa nei confronti della partner perché sanno di poter godere lì della totale immunità!
Comunque la violenza è una scelta.

Come è cambiata la violenza con la tecnologia? Parliamo di stalking, di maniacale controllo attraverso i cellulari, Whatsapp, Facebook.

Come ti dicevo prima, il motore principale della violenza è il controllo. Ci sono uomini che esercitano un controllo veramente allucinante nei confronti sulle loro compagne ed è la cosa più difficile da sconfiggere, ci sono delle donne che non riescono a liberarsi da questa oppressione per anni e anni, anche per le condizioni in cui viene esercitato questo controllo per una serie di complesse concause che se spiegate posso risultare razionali e ragionevoli.
Non a caso alcuni paragonano la violenza sulle donne alla tortura con sequestro di persona anche se le donne non sono incatenate in modo visibile le catene esistono. La cosa assurda è che succede più spesso che le donne vengano colpevolizzate perché non se ne vanno, di quanto gli uomini perché picchiano.
Anche chi non ha la forza di allontanarsi perché ha sviluppato una sorta di dipendenza nei confronti del suo aggressore deve essere protetta, ha diritto a una protezione ed è lo Stato in primis a doversi far carico di questo compito.

Qualcuno deve impedire a quell’uomo di picchiare la donna…

…poi lei, con il tempo, una volta che l’aggressore è stato fermato, avrà modo di sviluppare la consapevolezza e l’autostima. Ed è per questo che non è consigliabile fare una terapia di coppia o una mediazione familiare in sede di maltrattamento. Bisogna innanzi tutto venire fuori dalla spirale della violenza, poi eventualmente approfondire eventuali fragilità; se una terapia può durare anche 10 anni come fa una donna ad aspettare mantenendo il legame con il suo carnefice? C’è rischio che venga ammazzata prima…
Nel tempo però, in questi 20 anni di attività della Casa delle Donne, abbiamo visto che si accorcia il periodo che va da quando inizia la violenza a quando si chiede aiuto. Del resto centri come il nostro lavorano gratuitamente per le donne, che possono contanre sull’anonimato, godere di tutta una serie di supporti pratici.

Quali sono i canali che le donne utilizzano per denunciare e tirarsene fuori? Si vince di più la paura in una caserma o davanti a un pc o un telefono di un centro di accoglienza?

Per quanto riguarda le denunce, l’Istat parla di una percentuale che si aggira intorno al 2-4% a seconda del reato ed anche a secondo di che rapporto-legame che le donne hanno con l’autore.
Si tende a denunciare più lo stupro commesso da uno sconosciuto che da parte del partner, anche se in realtà la stragrande maggioranza degli stupri è commessa dal partner.
Per quanto riguarda invece i centri antiviolenza, la percentuale è molto piccola forse tra il 2-2,5 % . Prossimamente ci sarà una nuova ricerca Istat e potremmo vedere come si è evoluto il dato, dovrebbe essere pubblicata per il 2014 e tieni conto che sono passati 8 anni dalla precedente! Anche questa è una forma quanto meno di occultamento da parte dello Stato, se lo Stato non stanzia fondi manco per fare delle ricerche frequenti e non mette in atto politiche specifiche a contrasto della violenza è come se fosse connivente con gli aggressori. Chi tace acconsente.

C’è qualche sistema per capire fin da subito che l’uomo con cui si sta uscendo diventerà un violento? Si può dare, non dico un decalogo di regole, ma qualche indicazione per capire in tempo e scappare?

Sì, qualche indicazione si può certamente dare. Innanzitutto legata al discorso del controllo e dell’isolamento.
Se il tuo partner comincia con il volerti isolare dalla famiglia, dalle amiche ad impedirti di fare delle cose o a controllarti in quello che fai, questo è già un indicatore abbastanza rilevante. Forse non ti picchierà mai, ma questa certo è già violenza psicologica.
L’esercizio del controllo non è una forma di amore, non dimostra quanto ti ama ed è legato a te, ma è un forma di manipolazione. Quando qualcuno vi dice «perché sei tu che ti vesti provocante», «sei tu che ammicchi e quindi è ovvio che io ti devo controllare», innesca una sorta di inversione di responsabilità. Questa è una manipolazione delle realtà.
Isolamento, controllo, umiliazione sono tutti prodromi di un atteggiamento che se anche non culminerà nella violenza fisica è già di per sé violento perché mira a controllare la tua libertà di lavorare, studiare, muoverti liberamente, di vestire come ti pare e anche — diciamolo — di fare sesso come ti pare perché non è detto che se si è in coppia una donna debba essere sempre disponibile e fare sesso su richiesta del partner e non bastano assolutamente la giustificazione del «noi uomini siamo fatti diversamente, abbiamo delle esigenze fisiche».

Per quanto mi riguarda credo che al primo schiaffo, al primo lancio di oggetti, si dovrebbe scappare, è così?

Si deve smettere di dire ad una donna che subisce violenza che cosa deve fare… Di imposizioni e doveri ne ha fin troppo all’interno della coppia.
Sicuramente posso suggerire questo a una donna che vive una situazione del genere: di chiedere aiuto e parlarne.
Dire semplicemente devi venire via o devi lascialo non è corretto, ma certo anche uno schiaffo non è ammissibile, poi i tempi di cui si ha bisogno sono diversi per ognuna. Certo l’importante è parlarne con qualcuno.
Lo schiaffo non è accettabile, come non è accettabile il controllo maniacale e tutto quello che limita la libertà. Io suggerisco di parlarne perché interrompere il rapporto di punto in bianco può essere anche una soluzione che espone a pericoli maggiori di quelli che si corrono restando. Si deve fare una valutazione del rischio.
Al di là della violenza agìta ci sono partner che diventano più pericolosi di altri e i dati dimostrano che nel momento della separazione la donna corre un pericolo maggiore, quindi è importare gestire la separazione in maniera adeguata, facendosi aiutare magari da un centro antiviolenza o da qualche esperto di queste dinamiche, perché prendere su e andarsene o denunciarlo può innalzare il livello della violenza.
Concludendo, però, il primo schiaffo è già un segnale. Non trascuratelo ma mobilitatevi!

Oggi è San Valentino, quindi la domanda è d’obbligo, si riesce a “guarire” ? Si può tornare a credere nell’amore ad avere fiducia negli uomini, impegnarsi in un rapporto?

Dipende dalla gravità delle ferite e dalle risorse di ognuna, ma queste risorse possono essere incrementate.
Chiaramente il maltrattamento da parte di un compagno crea un abbassamento fortissimo dell’autostima ma così come l’autostima si abbassa si può innalzare. Per esempio ci sono donne manager che hanno un’autostima altissima in campo professionale e invece possono averla bassissima nei rapporti di coppia perché il partner le maltratta.
L’autostima però si può allenare. Tra parentesi, sempre dalla ricerca Istat che ti citavo prima, risulta che tra le donne che subiscono violenza sono sovra-rappresentate alcune categorie sociali: manager, laureate e studentesse. Dato che si può leggere allo stesso modo di quello sulla regione Emilia Romagna e cioè che quando l’uomo sente più minacciato il suo potere allora il rischio di diventare violento è più alto.
Anche perché queste sono donne che fanno fatica anche a considerarsi vittime, ad ammettere di esserlo e si vergognano di esserci cascate. La violenza sulle donne è endemica e culturale, tanto che si parla sia di ruota del potere e del controllo all’interno della coppia che di ruota del potere e del controllo nella società: spesso sia le istituzioni che la cultura umiliano le donne, dando loro la responsabilità della loro condizione subordinata. Cosa grave da sconfiggere. Pensa all’umiliazione che io come donna subisco quando guardo un programma di intrattenimento in cui tutti gli uomini sono in cravatta e le donne seminude…

I media in generale fanno titoloni e puntano i riflettori sulle donne violate nel momento in cui una viene uccisa. Parlano di amore violento o malato, ultimamente di femminicidio. Ma poi il giorno dopo, finito il clamore, si torna alla routine e cioè ad un’immagine della donna patinata, bella. Si parla di nuovi tagli di capelli, di colori alla moda, di cellulite ma raramente di ciò che avviene, a quanto pare spessissimo, tra le mura domestiche. In che modo potrebbero invece collaborare i media? E, per carità, io parlo di moda e di cosmetici su Frizzifrizzi — ogni donna, femminista o meno che sia, ha diritto a portare pizzo e rossetto… Quello che io discuto è l’approccio, il modo di presentare le donne anche sui settimanali, sui mensili femminili.

La cosa più grave è far sentire le donne in obbligo. Presentare cosmetici, depilazione, chirurgia e affini come un dovere.
Adesso pare che maschi e femmine non possano non depilarsi il pube…
E comunque noi siamo anche molto critiche in materia di comunicazione della violenza alle donne, che nella maggior parte dei casi punta su immagini di donne sanguinolente, tumefatte — insomma è vittimizzante, e le donne fanno fatica a riconoscersi.
Invece di far passare un messaggio positivo per la donna, per esempio «puoi liberarti, rompere le catene» si riproduce la situazione della vittima. E comunque mai queste campagne sono indirizzate agli uomini, perché si fermino.

Ci sono casi positivi?

Sì, ad esempio la campagna del fiocco bianco o di recente, qui a Bologna, una campagna al maschile: noino.org.
La comunicazione deve veicolare messaggi corretti e non sottintendere “sei una sfigata se non scappi”.
C’era per esempio una campagna del consiglio d’Europa in cui era rappresentato un uomo che diceva «l’ho picchiata perché mi aveva provocato» e sotto, come didascalia, «vallo a raccontare al giudice». In Italia però visti i tempi e i percorsi della giustizia penale non avrebbe funzionato un granché. Anche laddove condannato, un uomo che ammazzato la moglie o la fidanzata, in Italia fa pochissimo carcere, anche se la pena è di 15-20 anni.

Tornando alla premessa: se si tratta, come effettivamente è, di violenza di genere, di maschi contro le donne, come si fa prevenzione? La cultura? Come educhiamo ancora i figlie e le figlie? I libri per bambini come possono contribuire? Davide Calì dalle pagine di Frizzifrizzi da mesi sostiene che molti dei libri per bambini prima di essere sessisti sono dei brutti libri e che se ne viene fuori solo facendo leggere i bambini di più, variando il più possibile l’offerta. Tu che ne pensi? Dobbiamo sottrarre i libri su Cenerentola alle bimbe o basta semplicemente presentare più femminili possibili?


Vero quello che dici sulla lettura però facci caso: se vai al supermercato i giocattoli delle bambine sono monocolore o in varie sfumature di rosa; quelli per i maschi invece sono multicolore.
Si deve partire dal mettere in discussione i ruoli di genere. Per esempio, secondo una ricerca dello Iard, i ¾ dei giovani — con qualche piccola differenza non significativa tra maschi e femmine — aderiscono ai ruoli di genere. Il maschio deve essere geloso e controllare, lavorare, guadagnare e mantenere la famiglia; le femmine sposarsi, fare figli e crescerli magari non lavorando neanche dopo il primo figlio.

Le pubblicità dei detersivi…

Esattamente. Dopo qualche apertura, in passato, la cosa si è richiusa e a lavare i piatti e fare faccende è quasi sempre e solo lei. Quando ero all’università ci si batteva un sacco per la ripartizione del lavoro domestico, ormai invece è quasi scontato che a sbrigarlo sia lei e solo lei.
Ci sono per fortuna giovani coppie in cui anche lui ormai si fa carico della cura dei figli. Le cose stanno cambiando ma in pubblico il dibattito non esiste più, è una faccenda privata.
Chiara Saraceno, che è una delle studiose più importanti sul tema del lavoro domestico, afferma che c’è un forte legame tra la violenza e questa ripartizione, questi stereotipi.

Nelle scuole si fa qualcosa in merito a questo?


Per fortuna sì: i centri antiviolenza, compreso il nostro, fanno progetti di formazione nelle classi, per esempio il progetto Dafne che lavorava sugli stereotipi di genere nelle giovani generazioni. Abbiamo distribuito 500 questionari sulla percezione della violenza sulle donne e sulla divisione dei ruoli di genere nelle giovani generazioni e sono stati pubblicati [vedi youth4Dafne, n.d.r.].
Il problema è che se non c’è una collaborazione ampia contro la violenza… Noi saremo sempre lì a svuotare il mare con un cucchiaino. Bisogna davvero che ci sia una ricaduta a cascata nell’educazione.
Servono piani nazionali e mondiali di contrasto alla violenza perché essendo un problema endemico, come può essere la povertà nel mondo, se tu non fai un piano strategico coordinato non se ne viene fuori. Si deve formare i giovani, proteggere le vittime e ancora prima fermare i carnefici.
Si devono formare contemporaneamente tutti di soggetti chiamati in ballo, quindi dalle forze dell’ordine ai servizi sociali, dai centri antiviolenza agli insegnanti.

E lo Stato lo fa?


Lo Stato Italiano non lo ha ancora fatto. L’ex Ministra Carfagna, visto che l’Europa ci aveva strigliato, ha messo a punto il piano nazionale anti-violenza ma poi non ha ottenuto la copertura economica per realizzare i decreti attuativi. I soldi sono stati messi a disposizione ma per progetti rinnovabili di anno in anno. Piuttosto che nulla va bene anche questo, ma non è stato fatto molto in tema di formazione.
Per esempio abbiamo fatto formazione alle forze dell’ordine ma poi loro, dato che sono sottoposti a trasferimenti continui, sono andati altrove e noi non avevamo più la copertura per fare formazione ai nuovi arrivati. Eppure una cosa del genere dovrebbe essere prevista nel percorso d’addestramento delle forze dell’ordine, o almeno di quella parte di loro che si deve occupare di violenza domestica.

In pratica cosa chiedete alle istituzioni?

Ci sono 5 cose chiare che chiediamo noi alle istituzioni e anche gli altri aderenti al Dire, ovvero Donne In Rete contro la violenza, e vorrei che tu lo riportassi. E’ il nostro Manifesto:

1) immediata legge di ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) con l’adozione delle misure prescritte e con interventi concreti e duraturi anche nel programma finanziario di Governo;
2) rinnovo del Piano nazionale contro la violenza alle donne del novembre 2010, con garanzia di stanziamenti economici adeguati e costanti ai Centri antiviolenza/Case rifugio su tutto il territorio nazionale anche da parte degli enti locali e riconoscimento del livello essenziale di assistenza sociale (LIVEAS) per la violenza contro le donne;
3) coinvolgimento di D.i.Re come referente nazionale e locale nelle azioni di prevenzione, di formazione e di contrasto sul tema della violenza maschile contro le donne;
4) rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea sulla violenza contro le donne su tutto il territorio nazionale e in sinergia tra i diversi attori pubblici e i privati specializzati;
5) promozione di campagne di sensibilizzazione nazionali e locali per contrastare la violenza maschile contro le donne, rivolte a tutta la popolazione.

co-fondatrice e caporedattrice

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