illusions, 2013

Nishimura Ishou | Illusions + A quiet celebration = storie di specchi

illusions, 2013

Inventare/scoprire. Già alle elementari ti insegnano che il fuoco non si può inventare ma scoprire. Come l’America. O il DNA. Mentre il motore a scoppio, il web e il computer che hai di fronte sono stati inventati. Eppure ci sono cose per le quali il confine è più sfumato: la matematica è stata inventata o scoperta? E’ stato l’ingegno umano a crearla o era già presente in natura? Stessa cosa per lo specchio: la riflessione, in quanto fenomeno fisico, è stata scoperta ma l’oggetto in sé? Prima che i vetrai veneziani inventassero, nel’300, lo specchio per come lo conosciamo oggi, si utilizzavano metalli lavorati e lucidati. Dunque lo specchio era già lì, seppure invisibile, dentro ad una roccia dalla quale ricavare rame o stagno.

I più antichi specchi giunti fino a noi risalgono ad oltre 8000 anni fa, realizzati in ossidiana, un materiale vulcanico, lo stesso (insieme alla selce) con il quale nel neolitico si fabbricavano armi. Il fatto che i greci considerassero Efesto (il dio Vulcano) il primo ad aver fabbricato uno specchio non è dunque un caso…
Resta il fatto che per secoli possederne uno, perlopiù fatto di leghe come il bronzo o l’ottone, era indice di benessere economico. Per noi, abituati ad averne le case piene, a portarcene dietro di minuscoli nelle borse, a vederne praticamente ovunque nei negozi, è difficile immaginare come potrebbe essere vivere senza vedersi continuamente (anche se oggi non è più questione di vedere se stessi, di scoprire il proprio corpo, come fanno i bambini, quanto piuttosto di controllare: che la maschera di noi che offriamo al mondo sia ancora al suo posto, che sia i dettagli che l’insieme delle parti corrispondano ancora all’idea che il nostro ego aveva di sé quando siamo usciti da casa o dall’ufficio).

Ma c’è differenza tra il guardarsi in uno specchio “moderno” e in uno antico, in metallo? Pare di sì. Come c’è differenza tra una foto analogica ed una digitale, sebbene siano entrambe innegabilmente fotografie.
Proprio su questo nostalgico scarto concettuale gioca l’artista ed architetto ispanico/giapponese Nishimura Ishou che, appena un anno fa, progettò e realizzò un bellissimo specchio a farfalla in ottone intitolandolo A Quiet Celebration, proponendo attraverso di esso un ritorno all’antico rispetto per gli oggetti semplici (in opposizione alla massificazione dell’usa-e-getta, che svuota di valore ogni prodotto), per la materia, per la forma e la funzione e, soprattutto, per il lavoro che c’è dietro.

Concetto rafforzato anche in questo 2013 con un nuovo oggetto “slow”. Uno specchio a manico, sempre in ottone, con un titolo (Illusions) che si riaggancia all’intera storia di questo familiare eppure surreale oggetto: dallo specchio donato da Atena con cui Perseo sconfisse Medusa a quello che permette all’Alice di Lewis Carroll di entrare in un mondo parallelo, da quello magico di Grimilde allo Specchio delle Brame di Harry Potter.
Ironicamente Nishimura Ishou descrive la sua ultima opera come “un’esperienza interattiva”, quale poi è. Anche se a causa dell’abitudine e dell’abuso che ne facciamo, tendiamo a dimenticarcene.

illusions, 2013
a quiet celebration, 2012
a quiet celebration, 2012
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