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Aprire un concept-store a Bologna con marchi artigianali e poco conosciuti è impresa per matti. Viva i matti!

L’idea è di quelle lodevoli. Il livello di difficoltà, alto. L’asticella piazzata lassù, fin quasi al soffitto, allo stesso livello di quella del rischio, che fa venire il groppone solo a pensarci, figurati a provarci. Eppure qualcuno disposto a metterci la faccia, ad investire tempo e denaro, a provarci, ché sennò se nessuno prova ad arrivarci là in cima poi dopo un po’ a qualche pazzo ben ancorato per terra potrebbe pure venire in mente di dire che non c’è proprio una cima, un su dove guardare, come fanno i bambini (che in tempi grami come questi sembrano gli unici autorizzati a piegare il collo e sollevare il mento).

Realizzare un concept-store a Bologna è già un’impresa di per sé. Checché se ne dica – e gli stereotipi che rimandano al fermento anni ’70 e ’80 sono duri a morire quando vieni da fuori e immagini una sorta di Berlino ristretta senza muro e senza metro – la città non brilla per coraggio in quanto a stile. Il conformismo è esattamente lo stesso di quello una qualsiasi città di provincia, solo con qualche decina di migliaia di universitari in più, che però passano dal delirio dell’essere matricole senza bussola e facili alle facilonerie al riflusso omologatorio – una volta cresciuti e sistematisi all’ombra delle due torri – del “qua si fa così”. I micro-gruppi, più o meno organizzati, che non si mettono a gozzovigliare in panciolle e ciabatte all’interno del Sistema o scappano verso qualche mèta dove l’aria è meno asfissiante, o costruiscono fortini (politici, culturali, di classe) attorno a sé, o restano e si lamentano oppure rimangono ma fanno finta di stare da qualche altra parte (il mio caso).

Realizzare un concept-store a Bologna, dunque, se non punti sul già visto, sui marchi conosciuti, sulle firme che vanno perché vanno o perché costano o perché l’ha detto coso, sulle piccole/grandi certezze tanto care al fu borghese, la strada la trovi tutta in salita.

E qua arriviamo a Un1co. Che è, appunto, unico.
Perché è un progetto di famiglia (madre e figlio), perché è fuori rotta, perché è un contenitore che non ha smanie di protagonismo sul contenuto ed è quest’ultimo che mira a promuovere. E perché, soprattutto, come contenuto propone marchi piccoli, artigianali, eco-sostenibili, alcuni semi-sconosciuti. Marchi che lavorano principalmente sul riuso, sulla qualità e sulle piccole quantità.

Un ex-magazzino dismesso pieno di complementi d’arredo, accessori, capi. Lo spirito è quello di un bazar

Tra complementi d’arredo, accessori e capi di abbigliamento la scelta è vasta ed il ricambio continuo. Lo spirito – l’ho visto coi miei occhi durante un’inaugurazione che ricorderò per il salame più lungo che io abbia mai visto, per l’atmosfera incredibilmente rilassata e per la trasversalità anagrafica di chi ha partecipato (raro, da queste parti, vedere il sessantenne o la signora bene parlare con il ventenne dell’Accademia davanti ad un tagliere e a un coltellaccio per il semplice gusto di farlo) – è quello del bazar.

I 400mq quadri dell’ex-magazzino dismesso che fanno da casa ad Un1co sono pieni di roba. Ti giri e trovi cose. Alzi gli occhi e trovi cose. Ti inginocchi e trovi cose. E l’ambiente rispecchia il concetto che c’è alla base del progetto. I prodotti in vendita fanno a gomitate su scaffali e tavoli realizzati recuperando materiale edile (metafora del luogo, dopotutto: in eterna ristrutturazione) ed il fatto che il negozio sia lontano dai soliti percorsi dello shopping bolognese se da una parte complica le cose dall’altra fa sì che chi entra là dentro ci va proprio per quello. Come a dire: la clientela di passaggio? E chi la vuole?

L’idea di Un1co è di Alessandro Schvili, giovane designer ed architetto che all’interno dello store espone e vende anche i suoi prodotti. Con lui sua madre Giorgia Schvili, donna vulcanica ed energica come poche. Sempre durante l’inaugurazione, tra i presenti, ci si chiedeva da chi fosse arrivato l’invito, se dal figlio o dalla madre…
Io ero tra quelli della Sig.ra Giorgia, che conosco da qualche anno e che so aver sognato già da tempo, insieme ad Alessandro, un posto del genere. Che merita una visita. Di quelle fatte mettendo via l’ansiogeno quadrante dell’orologio.

Un1co è a Bologna, in via Baruzzi 1/2 (mappa)
Per informazioni: [email protected]
tel. 051 09 52 380

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