Fino a quando non salti la barricata e da figlio diventi padre (l’uno non esclude di certo l’altro ma la prospettiva cambia drasticamente) è normale che gli alberi genealogici non occupino più di 1/10¹² dei tuoi pensieri. Poi, una volta che hai tra le mani un urlante, bavoso, raggrinzito sangue del tuo sangue, cominci a chiederti seriamente da dove arrivi quel sangue e mi pare già di vederti con gli occhi che s’arrampicano su per scalette immaginarie cercando di andare oltre i nomi dei bisnonni, fin quando una lampadina s’accende e illumina la via: tutte le mail inviate da un certo zio e finite del dimenticatoio o peggio nella cartella spam non erano forse di un sito di alberi genealogici online? Tutti quei reminder di compleanni, notifiche di foto aggiunte, nomi solo appena familiari che spegneranno o hanno appena spento 95 candeline a qualche migliaio di chilometri da te… All’improvviso, con la stessa rapidità di un esercito di peli bianchi che una mattina si svegliano e decidono di replicarsi ad infinitum sul tuo viso e ricordarti che la vecchiezza, per te, inizia proprio in quel momento, tutto acquista un senso. E siti come My Heritage o Ancestry diventano alberi da riempire di nomi, date, possibilmente storie.

Perché poi capita di passare vent’anni o pure trenta da genealogo-menefreghista e poi accorgerti, quando è troppo tardi, che gli unici che avrebbero potuto portarti un po’ più in alto nella linea di sangue che qualcun altro ha costruito per te e tuo figlio o tua figlia, ora sono morti o non riescono a riconoscere nemmeno loro stessi in una vecchia foto spiegazzata e in bianco e nero dove un gruppetto di gente senza nome sorrideva al fotografo, in riva al mare, con i costumoni di lana e l’aria spaesata.

Oggi, con qualche pelo bianco sulla barba e gli occhi un po’ più gonfi del solito, vorrei un quadro come quello qua sopra da regalare a me, ad Ethel e a mia figlia. Prima che il tempo passi e un’altra generazione svanisca nei ricordi di chi invecchia o se ne va.

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