Mencraft Opening | Photo Recap

Dopo la preview, l’opening.
Mentre il festival Mencraft continua (fino a domani) ecco le foto scattate durante la serata, non senza difficoltà a dire il vero, visto il rosso dominante – in tre tonalità: vino, sangue, fuoco.
In mezzo ai progetti presentati, tra moto artigianali, chitarre in alluminio, minimali tavole da surf (accanto ad Onde Nostre, il primo surf movie italiano, proiettato in loop continuo), moleskines sonore, street food, allucinanti foto reportage, sexy giochi da bar, design, readings e tanta musica, progetti letteralmente trasportati – nel tempo e nello spazio – dalle mostre che negli ultimi due anni hanno animato lo spazio Radio di via Pestalozzi a Milano ed altri pensati ad hoc per questo evento romano che corona i dieci anni di attività di Xister, cha Radio l’ha lanciato nel 2010.

Nella splendida location dell’Aranciera di San Sisto, enorme open-space con giardino ancora più enorme a due passi dalla spianata delle Terme di Caracalla, ho perso il senno di fronte al live dei Mombu, più simile ad un rito iniziatico pagano che ad un concerto. Tre percussionisti africani a scandire un ritmo tribale mentre la batteria di Antonio Zitarelli (già nei Neo) prendeva a martellate i sensi ed il sax di Luca T. Mai (sassofonista degli Zu) fiammeggiava nella notte, esattamente come il ceppo infuocato che fungeva da spartana scenografia, insieme ad una parete di specchi inclinati a rompere i fasci luminosi e spezzare (idealmente) le teste del pubblico, trasformando tutti – me compreso, seduto in prima fila – in un popolo di zombi rapiti dal battere incessante del voodoom e dell’afro grind del gruppo mentre le frequenze vibrazionali smantellavano freneticamente, battito dopo battito, le inibizioni che secoli di cultura occidentale ci ha – ahimè – installato nel cervello.

Se qualcuno avesse provveduto a rimuovere (in quel momento avrei accettato pure la violenza) un paio di gruppetti di rinsecchite che ai lati del palco sembravano stessero ballando house, chiuso le porte e lasciato fuori i pavidi e i poveri di spirito, dentro avremmo visto culoni scatenarsi vibrando al ritmo sudato delle fiamme dell’inferno, carne, sguardi persi verso gli allineamenti planetari su, oltre le vetrate del soffitto. Preludio ad un orgia che non c’è stata (ma chiedete ai presenti, quelli in catalessi, immobilizzati dalla musica, non le tizie che pensavano di essere su un dance floor qualsiasi, che effetto ha avuto il rito sulla loro libido nei giorni a venire).

E qua lo dico e qua lo confermo: durante il mio ultimo viaggio corporeo su questa terra chiamate i Mombu, risuscitateli dalle tombe se ce ne fosse bisogno.
Come una seduta spiritica ripresa con la videocamera, su disco la musica del gruppo è altro, una mera registrazione di artisti pieni di talento che suonano insieme; dal vivo sembrano sintonizzati sulla radiazione cosmica di fondo (in pratica “la voce” dell’universo), l’equivalente scientifico di quello che sostengono quasi tutte le religioni, cioè che tutto ha avuto inizio con un suono, una vibrazione, una parola (l’om, il verbo) che ha dato il la allo spazio e al tempo con lo stesso furore di una scintilla dalla quale può scatenarsi un incendio, nascere un amore, scatenarsi una rivoluzione, accendersi la curiosità dalla quale nasce poi la cultura.

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